Scacco matto, di Stefano de Luca

RedazioneLettere

Berlusconi ha una memoria da elefante e sconosce  il significato della parola perdono. Nell’autunno del 2007, dopo il suo annuncio dal predellino in Piazza San Babila a Milano di voler costituire il PDL, quando Gianfranco Fini fece la battuta delle “comiche finali”, decise che lo avrebbe liquidato. Lo ha fatto in tre mosse.

A gennaio 2008, di fronte al rischio di perdere un terzo, o forse più dei suoi colonnelli e dei suoi stessi elettori, convertiti grazie ad un vero e proprio bombardamento mediatico al bipartitismo, lo costrinse a sciogliere AN e ad aderire alla nuova formazione politica. La seconda mossa fu quella di ibernarlo alla Presidenza della Camera per fargli fare la stessa fine che Prodi aveva riservato a Bertinotti. Da allora ha lavorato per portare dalla sua parte un’altra consistente fetta del vecchio gruppo dirigente dell’ex partito di Fini e, dopo il risultato elettorale a lui favorevole ed il rinnovato patto di ferro con Bossi, ormai padrone del Nord, gli ha dato lo scacco matto. A questo punto, il Presidente della Camera, costretto all’angolo, non può che rompere per salvare la propria dignità e con i pochi fedelissimi rimasti, tentare l’avventura di costituire un soggetto politico nuovo, altrimenti farebbe la fine di Pera o di Martino, di cui nessuno quasi ricorda  chi siano.

Il problema per il Cavaliere è la politica, intesa come momento ideale e creativo,  verso la quale prova una istintiva insofferenza. Può anche essere generoso nel concedere onori e riconoscimenti a chi è disposto ad eseguire le direttive  e ad obbedire, ma non tollera chi pretende di ragionare in proprio e vuole discutere, confrontare le opinioni, conoscere per deliberare.

Nella sua visione l’attività politica è solo propaganda, polemica, promesse, adulazione,  talvolta fino al limite della corruzione, militanza senza diritto di parola, tutto quanto insomma serve per la raccolta del consenso. A quel punto tutto si deve fermare per non disturbare il manovratore. Infatti, nella sua concezione cesarista,  il voto popolare equivale ad una delega in bianco. Chi gli fa perdere tempo a discutere, è un suo nemico. Egli infatti concepisce un mondo diviso soltanto in amici e nemici, non conosce atre categorie. Prega Iddio perché gli preservi Di Pietro, i Procuratori d’assalto, i comunisti, perché senza quel tipo di fantoccio polemico, verrebbe meno la ragion d’essere della sua esistenza come protagonista della vita politica.

Da esperto democristiano Casini ha capito tutto questo in tempo e, rischiando molto, ha scelto un’altra strada. Tuttavia, nelle recenti elezioni regionali, è emerso che la propaganda bipolare ha fatto breccia anche in quell’elettorato, tanto che, dove l’UDC non era alleata con la destra, ha avuto risultati deludenti.

Oggi è chiaro che l’alleanza con Bossi, con il quale i conti sono stati regolati a suo tempo, risulta inossidabile, per la semplice ragione che il vero leghista è proprio Berlusconi. La su politica del fare, insofferente ai lacci e laccioli delle regole istituzionali e dei relativi contrappesi, si identifica perfettamente con la natura sbrigativa, opportunista ed egoista dei Lumbard. Il terreno di incontro è  un bigottismo di comodo, il federalismo fiscale per non pagare il prezzo dell’Unità Nazionale, la gestione reale del potere: le amministrazioni territoriali, la RAI, le Banche e lo stesso Governo Centrale, attraverso fedeli esecutori.

Se Fini non troverà il coraggio di rompere subito, non avrà un’altra occasione. Non può illudersi che la formazione politica che andrà a fondare possa subito ottenere i consensi che aveva AN. Tuttavia, oggi, essendosi sicuramente liberato di una storia passata di stampo autoritario, si trova  ad occupare una posizione centrale, che potrebbe risultare strategica. Dopo l’ abbandono delle anacronistiche linee  nostalgiche di un tempo, oggi deve evitare  di lasciarsi attrarre da una scelta  conservatrice, non solo perché tale spazio è ben presidiato dal blocco Lega-PDL, ma perché l’Italia, per uscire dalla Crisi, non solo quella economica, ha bisogno di una forte  iniezione di cultura del mercato, del merito, della libertà.

Già sul piano delle scelte costituzionali, come di quelle dei diritti civili e di cittadinanza, il Presidente della Camera, ha assunto posizioni interessanti e che dimostrano il desiderio di smarcarsi dal mondo reazionario. Anche nel delicato  rapporto con la chiesa, ha rifiutato posizioni clericali e di subordinazione alle gerarchie ecclesiastiche.

Noi liberali dovremo seguire con attenzione le sue prossime mosse, confidando che, come ha già cominciato a fare la Fondazione Fare Futuro, la sua attenzione si concentri su quanto  avviene nei principali Paesi europei, dove le idee liberali ed i partiti ad esse ispirati, non solo guadagnano consensi, ma si pongono come elemento cruciale di novità per vincere le elezioni. E’ già successo in Germania con il risultato lusinghiero dei liberali tedeschi, che hanno garantito un contenuto  di speranza al programma del nuovo Gabinetto di Angela Merkel. Alle imminenti elezioni in Gran Bretagna, il partito Liberaldemocratico sembra sia destinato ad un significativo incremento di voti, che potrebbe portarlo ad essere determinante per la formazione del nuovo Governo.

Un rinnovato clima di attenzione per le idee che sosteniamo da sempre, potrebbe , anche nel nostro Paese, aprire nuovi spazi e  vedere il PLI protagonista di una nuova alleanza riformatrice, ben ancorata al centro,  insieme al nuovo soggetto politico finiano, ai cattolici dell’UDC, all’API di Rutelli ed alle altre forze, soprattutto del Meridione, che inevitabilmente si staccheranno dalla corazzata berlusconiana.

Per partecipare a quella che potrebbe essere la stagione della Terza Repubblica, il nostro Partito ha bisogno di coraggio e fiducia in se stesso, insieme ad un o sforzo di grande unità interna.

Stefano de Luca.