PLI: che cosa deve cambiare

RedazioneLettere

Carissimi amici,

ruberò solo un minuto del vostro tempo per alcune riflessioni sullo stato attuale del PLI. Da qualche tempo ho evitato di prendere posizione su molte questioni. L’ho fatto anche per evitare imbarazzi e difficoltà a chi – con encomiabile impegno – ha cercato di presentare liste liberali per le amministrative 2010. I risultati però -è inutile nasconderlo- sono stati sconfortanti. Ovunque.

Ci sono almeno 2 equazioni che da anni intrappolano il PLI, impedendo che in Italia nasca un vero movimento neo-liberale. Sono equazioni che dobbiamo assolutamente spazzare via, se necessario anche con immediati ricambi nella classe dirigente.

PLI = Nostalgici.

Troppi percepiscono la dirigenza PLI come un rifugio di nostalgici della Prima Repubblica. Finiamola. E’ assurdo rimpiangere la stagione delle baby pensioni, dell’ “assumi chi ti vota” e del debito pubblico che ha messo l’ipoteca sui sogni delle future generazioni. Personalmente, non ritengo di avere nulla da imparare da quella classe politica.

PLI = Centristi.

Troppi sono confusi in merito alla nostra collocazione apparentemente “ondivaga”. Certamente, i liberali – campioni di razionalità –  devono riconoscere e appoggiare le buone proposte, da qualsiasi parte politica provengano. Ciò non significa dimenticarsi di alzare la voce – in maniera netta e intransigente – su alcune battaglie irrinunciabili.

1. Rigorosa analisi delle politiche di spesa dello Stato e degli enti locali;

2. Attenzione al tema dell’educazione, che invece di essere “ascensore sociale” é imbalsamata in Italia dal monopolio statale;

3. guerra senza quartiere al leccaculismo imperante nelle professioni, nello Stato, nelle Università.

Questi sono 3 pilastri da cui ripartire, con forza e veemenza. Serve un movimento agile, giovane, colto, e con messaggi forti e chiari. Venendo a questioni più contingenti, non mi ha appassionato il recente dibattito sulle liste di Roma e sui relativi ricorsi amministrativi. Né posso dirmi dispiaciuto dell’allontanamento di Roberto Petrassi, ex segretario del Lazio, con cui da tempo avevo maturato insanabili contrasti in Direzione Nazionale. Devo poi spendere un istante sul nenonato movimento giovanile. Chi conosce le vicende del PLI sa quanto auspicassi il movimento come luogo di promozione di giovani talenti. Miopi beghe congressuali e piccole invidie hanno prodotto un comitato inerte, privo di leadership e francamente inconcludente. Me ne dolgo.

E’ stato inoltre un peccato non spingere alcuni giovani del PLI a unirsi ai “laboratori di idee” che sono sorti negli ultimi 2-3 anni. Penso a ragazzi come Alfieri, Perazzi, Macchioni, Di Rienzo, Anetrini, Risso e anche a molti altri, che in quei laboratori avrebbero potuto esprimersi ed emergere. Laboratori che – piaccia o no – sono destinati a segnare il futuro di questo Paese, non appena si risveglierà un minimo di coscienza politica. Laboratori che – ci scommetto – non mancheranno di richiamare la tradizione liberale, magari senza averla compiutamente elaborata, ma per evidenti ragioni di convenienza. Aspetto il prossimo consiglio nazionale per disegnare insieme a voi il futuro del PLI, visto che i prossimi 3 anni – senza angoscianti scadenze elettorali –  impongono azioni di rinnovamento immediato e scelte decise. O il Partito decolla, o non ha più senso.

Nei prossimi mesi metteremo ancora una volta alla prova le forze politiche che guidano il Paese. Il Governo Berlusconi ripropone in questi giorni i soliti patetici incentivi – droga di un’economia in crisi permanente – per ingraziarsi chi vende e acquista ciclomotori, lavatrici etc etc… Rimpiango le “lenzuolate” di liberalizzazioni di Bersani. Quello era un uomo con un poco di coraggio. Quest’ultimo – il Bersani che si presenta ai cancelli FIAT la mattina prima delle elezioni – è un poveretto senza idee e senza una visione.  Ai pochi liberali all’ascolto chiedo ancora coraggio, fiducia e ottimismo. Coinvolgiamo persone intelligenti nel partito e mettiamole al lavoro. Dandogli spazio e responsabilità vere, però.

E’ la nostra ultima occasione.

Stefano Maffei