Stop alla barbarie delle intercettazioni telefoniche. Solo in casi limite e con saggezza.

di Stefano Marzetti
Le intercettazioni telefoniche rappresentano una grave violazione della
privacy e dell’intimità delle persone. Al giorno d’oggi – per un’epidemica
sindrome da Grande Fratello – capita a tantissimi di rinviare una
conversazione ‘atmosferica’ preferendo parlare di persona, onde evitare che
quanto detto sia ascoltato di nascosto. Questo non necessariamente in
occasione di colloqui ad esempio di lavoro, nel corso dei quali possono
essere espresse informazioni riservate. Il sospetto di essere origliati
assale perfino quando, magari, con un amico si spettegola sugli invitati
alla cena del giorno prima. Assale l’ansia dell’invasione, il fastidio di
non essere liberi di dire serenamente quello che ci pare. Insomma, con gli
ascolti clandestini si rischia di violare un diritto fondamentale.

Ma l’attualità ci impone una riflessione sull’emergenza che riguarda il
riaffiorare di un gravissimo deficit di legalità nel nostro Paese. Di certo
difficile è prendere in considerazione l’ipotesi di una seconda Tangentopoli
di cui tanto si parla in questi giorni. Ancor più lo è caldeggiare il
giustizialismo perseguito da una parte della politica italiana, una
propensione che rischierebbe – come detto – di portare alla pesca nel
mucchio – che in passato già tante vittime innocenti ha fatto – e quindi a
controllare e magari punire gente del tutto estranea a fatti illeciti. “La
mia posizione sull’argomento – dice il nostro segretario nazionale, Stefano
de Luca – non si discosta da quella del Governo. E’ una vera barbarie il
fatto che oggi siamo tutti costantemente sotto controllo”.

Va detto, tuttavia, che l’attualissima campagna del premier Silvio
Berlusconi contro il metodo delle intercettazioni se da un lato è ampiamente
condivisibile, da un altro stride con la necessità di giustizia avvertita
dai cittadini italiani. Insomma, da una parte si dice di voler lottare
contro la corruzione, dall’altra ci si dà un gran daffare per ottenere alla
svelta il blocco totale dell’indagine telefonica, così come il via libera al
legittimo impedimento.

Esiste, come sempre, una via di mezzo. “Un punto di equilibrio – come lo
definisce de Luca – che permetta di tutelare la libertà delle persone di non
essere spiate. Una tutela applicata con saggezza per cui, ad esempio, si
autorizzi la procedura solo nei casi in cui viene ricercata la conferma del
reato. E non per provarlo”. Questo può riguardare la piaga della criminalità
organizzata, che nel nostro Paese non accenna a rimarginarsi a dispetto dei
cori di vittoria provenienti da alcuni ambienti politici. In questo senso le
intercettazioni si sono a volte rivelate strumento efficace, oltre che
economico rispetto, ad esempio, al sistema dei pedinamenti. Si calcola che
per seguire fisicamente le mosse di una persona sospetta si spendano
all’incirca 2000 euro al giorno. Mentre con gli ascolti via etere il costo
crolli a pochi euro.

E’ quindi in questo senso che la pur dolorosissima intercettazione non deve
essere delegittimata. Per il resto si tolga agli italiani l’assillo della
profanazione. “Noi liberali – dice ancora il segretario nazionale – siamo
fortemente contrari allo stato di polizia che è la negazione dello Stato
libero. In questo senso è inquietante il libro di quasi mille pagine
scritto da Gioacchino Genchi, saturo di intercettazioni che conducono ad
allusioni intollerabili. Un sistema incrociato di traffici telefonici
secondo cui se A parlava con B e poi B parlava con C, significava che A e C
fossero necessariamente collegati in qualche attività illegale. In questo
modo assurdo, il dubbio diviene l’anticamera della prova”.

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