“Tutti possono stare tranquilli: il governo farà in modo che non ci siano
conseguenze negative da un fatto positivo come l’inasprimento delle pene
per i reati di 416 bis”. Lo ha detto il ministro alla Giustizia, Angelino
Alfano, oggi pomeriggio a Palermo, rispondendo ai giornalisti che gli
chiedevano di commentare la sentenza della Cassazione che mette a
rischio diversi processi per mafia, quale effetto dell’applicazione di una
norma antimafia contenuta nel ‘Pacchetto sicurezza’.

La sentenza in questione rivoluziona la competenza nella trattazione dei
processi di mafia: secondo i supremi giudici, in presenza di alcune
aggravanti, la pena può lievitare anche fino a 30 anni di reclusione e
dunque il dibattimento deve essere tenuto davanti alla Corte d’assise
(comptenzte per i reati puniti con l’ergastolo o la reclusione non inferiore
ai 24 anni). Possibile conseguenza della decisione è l’azzeramento di tutti
i processi di mafia, anche quelli già chiusi con sentenze che non siano
ancora definitive.

La sentenza, emessa dalla prima sezione penale della Suprema Corte il
21 gennaio scorso, riguarda un processo celebrato a Catania (contro
Attilio Amante e altri otto imputati), in cui si erano dichiarati
incompetenti sia il Tribunale, con un’ordinanza del 7 maggio 2009, che la
Corte d’assise, con un’altra ordinanza, datata 12 ottobre. Due settimane fa
la Suprema Corte ha stabilito che competente a giudicare è la Corte
d’assise. La sentenza (finora è noto solo il dispositivo), passata sotto
silenzio, sta suscitando dubbi e perplessità negli uffici giudiziari, con
importanti processi per mafia che rischiano di ricominciare da zero. E’
successo nei giorni scorsi a Palermo, dove la questione era stata
sollevata d’ufficio dalla quarta sezione del Tribunale (la stessa davanti
alla quale sta deponendo, in questi giorni, Massimo Ciancimino); oggi è
stato rinviato un altro dibattimento, su richiesta congiunta del pm Caterina
Malagoli e dei difensori, anche a Termini Imerese.

“Non conosco nella sua motivazione ma solo nel dispositivo la sentenza di
Cassazione – ha detto Alfano -. Faremo di tutto per evitare che ci
possano essere delle conseguenze negative per evitare un grande
paradosso, e cioè che dall’inasprimento delle pene possa derivare un
beneficio per i boss. Eviterei aggettivi estremi ed eccessi di ansia – ha
detto ancora Alfano rispondendo ai giornalisti che riportavano le
dichiarazioni allarmate di alcuni magistrati, come il procuratore aggiunto
Antonio Ingroia – perché il governo dell’antimafia, delle leggi e dei fatti,
provvederà a evitare che effetti distorsivi possano verificarsi soprattutto
per i processi in corso”.

La questione, sollevata da numerosi Pm, sarà affrontata lunedì 15
febbraio dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, presieduta da
Francesco Messineo. Paradossalmente, a scatenare l’emergenza è stata
una norma antimafia, contenuta nel pacchetto sicurezza, divenuto legge
nel luglio 2008: se agli imputati di associazione mafiosa vengono infatti
contestate talune aggravanti – ad esempio essere stati “capi e promotori”,
di avere agito con un’associazione armata e di avere reimpiegato in
iniziative economiche i proventi di attività criminali – la pena lievita
anche fino a 30 anni e dunque scatta la competenza della Corte d’assise.
Questo vuol dire che, anche con effetto retroattivo, i giudizi già celebrati
in Tribunale o in Corte d’appello sono potenzialmente
nulli.

“Non conosco nella sua motivazione ma solo nel dispositivo la sentenza di
Cassazione – ha detto il ministro della Giustizia -. Faremo di tutto per
evitare che ci possano essere delle conseguenze negative per evitare un
grande paradosso, e cioè che dall’inasprimento delle pene possa derivare un
beneficio per i boss. Eviterei aggettivi estremi ed eccessi di ansia – ha
detto ancora Alfano rispondendo ai giornalisti che riportavano le
dichiarazioni allarmate di alcuni magistrati, come il procuratore aggiunto
Antonio Ingroia – perché il governo dell’antimafia, delle leggi e dei fatti,
provvederà a evitare che effetti distorsivi possano verificarsi soprattutto
per i processi in corso”.

La Cassazione, inoltre, ha tenuto a precisare che “c’è un buco nella legge,
c’è un problema normativo: serve una correzione”. Questo trapela dalla
Cassazione a proposito del dispositivo emesso lo scorso 21 gennaio – nel
processo ‘Amante’ – che sposterebbe la competenza dei reati di mafia dai
tribunali alle Corti di Assise con il rischio di azzerare molti procedimenti
in corso. Nulla di più viene aggiunto, dal momento che le motivazioni della
sentenza non sono ancora state depositate e che non è stata redatta alcuna
massima di diritto, nemmeno a livello provvisorio. Quel che è certo è che si
tratta, appunto, di un effetto dovuto ad una “imperfezione normativa” e,
dunque, in grado di riverberarsi non solo sul processo ‘Amante’ ma su un
gran numero di altri procedimenti per mafia.