Il Paese mostra, oggi, un panorama politico, economico, sociale, sanitario che è eufemistico definire disastroso e che appare, purtroppo, in caduta libera.
Lo tsunami della pandemia non ha fatto altro che accelerare un processo degenerativo già in atto da tempo.
Ma, oggi, due sono le riforme sotto accusa, quelle che hanno fatto drammaticamente barcollare il Paese conducendolo fino all’orlo del precipizio:
quella sanitaria del 1978 e quella del Titolo V della Costituzione del 2001; entrambe fortemente volute dalla Sinistra che, ancora una volta, appalesa la propria incapacità di una visione strategica.
La prima, quella sanitaria, regionalizzando il Servizio Nazionale, ha favorito sprechi, clientelismo, malaffare e disservizi senza, tuttavia, garantire parità d’efficienza, di efficacia, di qualità del servizio; dando, invece, prova, com’era ampiamente prevedibile, di inadeguatezza nell’affrontare emergenze sia pure eccezionali; è stato solo un caso che la pandemia non si sia diffusa virulentemente nel più fragile e meno attrezzato Sud.
La seconda, il Titolo V, quella della autonomia delle Regioni, già incomprensibile e irragionevole, non poteva che generare, nella crisi sanitaria, ancora più caos e confusione fra gli organi centrali e regionali: un intreccio conflittuale di decreti, una sovrapposizione e intrigo di ruoli, un rimandare e rimpallare interventi necessari.
Il tutto condito dalla inadeguatezza di un governo di avventizi, lì per caso, senza alcuna esperienza e attitudine nell’affrontare le problematiche in sede sistemica e programmatica; con il Presidente del Consiglio, Conte, in balia di un esercito di sedicenti esperti, inopinatamente dichiarati tali, molto lontani dalle dinamiche sociali, e con i Ministri, fra gli altri Speranza e Boccia, del tutto incapaci a gestire un tale disordine.
A questo si aggiunga la prepotenza di una burocrazia degenerata in un costoso strumento d’oppressione piuttosto che di servizio, asfissiante, con la assurda pretesa d’essere uno dei poteri dello stato, adatta solo ad inceppare qualunque meccanismo.

Ora, tocca, alla straordinaria ingegnosità e creatività del tessuto imprenditoriale, alla tenacia e forza di volontà degli italiani, alla generale voglia di riemergere, la ricostruzione del Paese alla quale il Partito Liberale Italiano fornirà il proprio risoluto contributo.

I liberali d’Italia auspicano che questo governo, fragile inadatto e incapace, faccia ben presto le valige per dare spazio alla crescita di un Paese stanco di aspettare e gonfio d’energia repressa.
Il momento è propizio e ineludibile, anche in relazione alle recenti iniziative che la Unione Europea intende assumere.
È tempo di ricostruire il Paese dalle fondamenta, nella libertà.

Lo chiede con forza il Partito Liberale Italiano, conscio della necessità e ineluttabilità di una moderna e competitiva visione politica.
E il Paese saprà dare, anche questa volta, prova della sua grandezza.

1 commento

  1. La vostra democrazia come partito è solo una farsa,purtroppo una realtà mascherata di assoluta convenienza,il classico opportunismo della classe politica,la prima riforma costituzionale da attuare è quella dei partiti.
    Inoltre abbiamo un Parlamento che risulta essere un tiranno senza corona che si avvale dell’accentramento del potere partitocratico !
    L.I.F.E. LOMBARDA Associazione sindacale di tutela dei P M I

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