Non si può giudicare il cambiamento epocale cui stiamo assistendo nella politica mondiale con le categorie tradizionali, che ci porterebbero soltanto fuori strada. Il ventunesimo secolo ha definitivamente archiviato non soltanto l’assetto degli equilibri preesistenti, che a loro volta erano stati già in gran parte rivoluzionati dalla fine della guerra fredda. Di fatto è stata messa in discussione la concezione stessa delle democrazie liberali, che fino a pochi anni addietro sembravano rappresentare, forse lo erano, la massima espressione della civiltà, poiché riuscivano a contemperare la sovranità popolare cui compete la titolarità della rappresentanza, insieme alla capacità decisionale della potestà statuale, all’interno di sistemi fondati sull’equilibrio ed il bilanciamento dei poteri.
Dopo millenni di imperi, che si reggevano principalmente sulla forza delle armi e la divisione del mondo in amici e nemici, erano venute le monarchie assolute, anch’esse sovente in guerra tra loro, le quali coltivavano rivalità, a volte secolari, ma che principalmente si richiamavano alla specificità di popoli e nazioni, riconoscendosi in un sovrano con tradizioni dinastiche, cui veniva attribuita una manifestazione della volontà divina. La rivoluzione culturale illuminista aveva attaccato al cuore l’assolutismo, inaugurando lo Stato moderno, fondato sul suffragio universale e la separazione dei poteri, sia pure nelle forme diverse di presidenzialismo, monarchie costituzionali o repubbliche parlamentari. La ventata tirannica del ventesimo secolo, che aveva prodotto in Europa fascismo, nazismo e comunismo, sembrava essere in grado di infliggere un colpo mortale alle fragili democrazie dei Paesi occidentali, ma fu spazzata via dalla drammatica seconda guerra mondiale. Successivamente, dopo un cinquantennio di tensioni determinate dalla Guerra fredda, anche l’Est europeo registrò l’improvvisa caduta del socialismo reale, per un processo tutto interno a quei Paesi. Era sembrata la vittoria definitiva delle democrazie liberali, che avevano affermato la loro superiorità grazie al prevalere della libertà, che sottende in ogni Nazione la scelta di affidarsi a istituzioni democratiche. I poteri, sempre in equilibrio tra loro e generalmente in grado di evitare una troppo lunga cristallizzazione con un frequente ricambio, sia generazionale, che di coalizioni al governo, nelle istituzioni di stampo liberaldemocratico, si avvalgono inoltre della cruciale funzione critica della stampa libera, quando in effetti riesce ad essere tale. I residuali esempi di autoritarismi di segno diverso, come peronismo, chavismo, castrismo nelle repubbliche sudamericane, o comunismo in salsa orientale della Cina e nei Paesi satelliti, derivano anche da tradizioni socio culturali profondamente diverse.
Il contagio di messaggi fatti passare, a volte subdolamente, oltre che amplificati da chi ne aveva preciso interesse, nella stagione cosiddetta della caduta delle ideologie e del trionfo del pragmatismo quotidiano, ha purtroppo avuto facile successo. La chiamata degli elettori alle urne appare come un rito di cui non è chiara l’importanza quasi laicamente sacrale, mentre sovente, anziché prevalere scelte ponderate in difesa dei valori supremi di libertà e democrazia, si registrano una quantità eccessiva di espressioni di voto dettate dall’istinto, che vanno trasformando profondamente il sistema.
Rispetto al richiamo di sentimenti, di coerenti scelte valoriali, di una condivisa visione, finisce col prevalere un pessimo surrogato, che si rivolge alla pancia dell’elettorato e gli chiede una adesione in forma plebiscitaria per dopo, magari molto presto, divenire autoritarismo. Questo processo, da scelta a volte sofferta, altre magari ingenuamente entusiasta, ma comunque convinta rispetto ad una idea precisa del futuro ed alle idee e programmi ad essa connessi, trasforma surrettiziamente il voto in plebiscito, il quale comporta di fatto una delega in bianco. In genere tali pronunciamenti plebiscitari, di cui si sono avuti molti esempi, particolarmente in Sud America, si risolvono sempre con dittature, dimostratesi poi capaci di indicibili violenze, come la tragedia dei desapparessidos in Argentina o i massacri e le feroci ingiustizie che si stanno verificando in questi giorni in Venezuela. Nella nostra Europa sarebbe molto più pericoloso, non soltanto perché è ancora vivo il ricordo delle amare esperienze di un non lontano e drammatico passato, che nessuno vuole più rivivere, ma anche perché appare impossibile immaginare di ritrovarsi, dopo un periodo di libertà, costato molto caro, nelle mani di gruppi di fanatici deliranti. L’Italia è vaccinata, le istituzioni europee, per quanto deboli, sono lì per impedirlo. Tuttavia la ricerca dell’uomo forte al comando esiste indiscutibilmente, la percepiamo ogni giorno. Anni fa la figura del decisionista forte e popolare si era identificata in Matteo Renzi, che ha preferito concentrarsi per battere il record di personaggio capace, nel più breve tempo, di commettere tutti gli errori possibili. Pur avendo il vento in poppa, non ha saputo trovare quel minimo di autocontrollo che gli avrebbe evitato di presentarsi come un presuntuoso che vuole tutto e subito, convinto di poter risolvere ogni problema con improntitudine, da solo o, peggio, insieme al proprio deleterio cerchio magico. È caduto di schianto! Intanto ovunque nel mondo si affermano capi assoluti, il cui rappresentante più significativo è certamente Xi Jinping, rieletto a vita, ma vicino a noi preoccupano il ritorno imperiale ottomano di Erdogan, come il neo imperialismo orientale di Putin, insieme al populismo autoritario di Trump, per non parlare della miriade di imitatori, da Maduro ad Orban.
In Italia la corsa al populismo è piaciuta ed ha prodotto un fortissimo orientamento elettorale verso i due partiti che vi si richiamavano, sia pure in forme sostanzialmente di segno diverso. Contava esclusivamente attirare il voto di protesta. Come conseguenza era inevitabile che i due partiti populisti si mettessero d’accordo. Avranno difficoltà a far convivere le loro sensibilità, a volte, persino diametralmente opposte. Inevitabilmente si acconceranno, dimenticando le leggendarie promesse elettorali, tutte irrealizzabili per assoluta incompatibilità di bilancio, come hanno già iniziato a fare, producendo provvedimenti di impatto infinitesimale. Il decreto legge in materia di lavoro, fisco ed economia, cosiddetto decreto Dignità, tra le risicate coperture e la necessità di nascondere i disaccordi, dopo tanta aspettativa e suoni di gran cassa, si é rivelato un semplice brodino, che non è piaciuto alle categorie imprenditoriali cui era rivolto e quindi in Parlamento rischia di essere stravolto. In sintesi manca la politica, manca la visione, manca l’idem sentire tra gli occasionali compagni di Governo. Finché i tuoni o i giochi di artificio di Salvini reggeranno, sarà lui il traino ed il debole socio Di Maio non potrà che cercare disperatamente di rimanere sul carro, lanciando di tanto in tanto qualche modesto segnale per trovare il consenso di un sindacato ormai fuori gioco e riconquistare qualcosa del consenso che va perdendo, anche se fino ad ora non è sortito altro che un duro scontro con Fico, che oggettivamente è servito soltanto ad indebolire la componente pentastellata nel Governo.

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