L’Italia si consola pensando che la crisi della politica sia un fenomeno non soltanto proprio, ma di tutto il mondo occidentale, che dipende dal tramonto della lunga stagione della democrazia liberale. Effettivamente la Gran Bretagna, che è la terra dove essa è nata, oggi attraversa una fase confusionale, stretta nella morsa tra il conservatorismo isolazionista di Teresa May ed il nostalgico laburismo vetero socialista di Corbin. Anche negli USA, dove la Costituzione più liberale del mondo ha garantito che i suoi principi fondanti  entrassero nel DNA dei cittadini, ha prevalso un’ America profonda,  che, per evitare che gli gnomi della finanza tornassero a dominare la Casa Bianca attraverso i clan dei Clinton,  ha preferito affidarsi al ribellismo autoritario e schizzofrenico di Donald Trump. La Francia non si  è mai liberata dal colbertismo e dalla sindrome napoleonica, i cui tratti si colgono tuttora anche nel giovane Presidente Macron. Forse con la eccezione delle nazioni nordiche, tutti gli altri Paesi europei sono appesantiti da una  lunga tradizione autoritaria, compresa l’Italia, perché non è  riuscita ad affrancarsi del tutto dal dominio papale e della Chiesa romana, durato due millenni. Inoltre la nostra Costituzione risente troppo del compromesso tra due concezioni, quella cattolica e quella comunista, entrambe illiberali. Una lunga fase di assemblearismo compromissorio ha prodotto una onnipresente burocrazia  con un potere ed un costo enormi, che è  stata la principale causa di un debito colossale, insieme alla pretesa di imporre un welfare spesso  insostenibile, fondato sul clientelismo e talvolta sul privilegio. Conseguentemente la libertà del singolo individuo ne è risultata fortemente limitata, la concorrenza soffocata, l’istruzione pubblica si è trasformata  in diplomificio, anziché in fucina di talenti. La necessità  di finanziare una vasta area di parassitismo ha imposto un sistema fiscale oppressivo, che ha scoraggiato la competizione. Inoltre progressivamente sono state imposte limitazioni sempre più stringenti alla proprietà privata, già costituzionalmente assoggettata alla presunta prevalenza dell’interesse pubblico.

La politica non ha saputo trovare risposte ai problemi emersi con la gravissima Crisi economica, che ha determinato smarrimento ed un impoverimento generalizzato prevalentemente della classe media, che negli scorsi decenni si era allargata a dismisura, perché era divenuta l’approdo sociale per masse sempre più numerose di ceto operaio in seguito alla trasformazione, con l’automazione, della società industriale.

L’elettorato borghese in forma sempre più massiccia ha disertato le urne, salvo la parte più arrabbiata, che si è lasciata trascinare dalla protesta populista, mentre i partiti, sia di destra che di sinistra, che avevano dominato il non edificante ventennio della cosiddetta seconda Repubblica hanno disperatamente cercato di difendere il consenso residuale, che proveniva dalle rispettive clientele. I liberali italiani dovranno trovare la forza di dimostrare che l’unica speranza di futuro per il nostro Paese è legata alla realizzazione della troppe volte annunciata “rivoluzione liberale”, iniziando da una riforma dello Stato in senso semipresidenzialista, ma con la garanzia di una effettiva separazione dei poteri, prevedendo la non contemporaneità dell’elezione del Presidente con quella del Parlamento. Altrimenti dopo il fallimento del pericoloso tentativo di riforma renziano, il nuovo obiettivo delle forze antisistema sarà quello di smontare l’attuale impianto costituzionale, per pervenire ad una forma di populismo autoritario, che non risponda al popolo sovrano, ma ai poteri che lo hanno determinato.

Tratto da Rivoluzione Liberale

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