Una lettura più approfondita del risultato delle recenti elezioni regionali in Sicilia ci consegna un allarmante deficit di democrazia con oltre il cinquantatre per cento di astensioni dal voto, insieme ad un terzo dei consensi validi andati all’antipolitica del M5S. Se un esito analogo dovesse ripetersi alle elezioni politiche, ne riceverebbe un colpo mortale l’intero sistema istituzionale, che dovrebbe fondarsi invece sul consenso reale dei cittadini. Il colpevole silenzio dei media sul fenomeno, dimostra che l’orientamento prevalente è quello di una arrendevole accettazione della ineluttabilità di un pericoloso avvicinamento verso quello sbocco pericoloso che, con un brutto neologismo, è stato denominato “postdemocrazia”. Una ulteriore constatazione, altrettanto amara, è che i  consensi  andati alle altre formazioni  politiche, sia a destra che a sinistra, hanno rivelato un carattere prevalentemente  clientelare, dimostrato dalla elezione di un gran numero di impresentabili, appartenenti a dinastie e conventicole di professionisti dell’assistenzialismo minuto,  del favoritismo, del parassitismo. Si tratta dei responsabili dell’elefantiasi di una pubblica amministrazione infarcita di precari e di convenzioni con cooperative ispirate dal sottobosco dei politicanti di mestiere, fenomeno che dilaga non solo in Sicilia, ma in tutto il Mezzogiorno e nell’intero Paese. Non può stupire pertanto l’intervento a gamba tesa della magistratura e le conseguenti aperture di inchieste, persino con arresti. Il malcostume tuttavia non si arrende. Stiamo assistendo al disperato tentativo, prima dello scioglimento delle Camere, di un ulteriore assalto alla diligenza, attraverso migliaia di emendamenti clientelari alla legge di stabilità in discussione.

Il rischio che, dopo il voto politico di primavera, i pentastellati raggiungano la maggioranza per fortuna appare limitato, perché ancora il numero dei delusi che non votano, supera quello degli arrabbiati che vorrebbero demolire le Istituzioni. Soprattutto chi  manovra il movimento grillino  non vuole un suo approdo al Governo, perché l’obiettivo  dei poteri fortissimi,  che hanno imposto il rifiuto di qualsiasi alleanza, è soltanto quello di disarticolare il sistema. Stento a credere che qualcuno avrebbe l’impudenza di pretendere di mandare al G20, a Bruxelles, o negli altri contesti internazionali Luigi Di Maio col suo look da barbierino della periferia napoletana ed il vestitino della domenica, attorniato, in qualità di Ministri, dallo scapigliato Di Battista e dalle lugubri figure di Davigo e Di Matteo, magari con Travaglio nel ruolo di Responsabile dell’informazione Nazionale. Il rischio sarebbe quello di riuscire a far rimpiangere persino l’ineffabile Alfano. L’opposizione antipolitica ha il diritto di strillare, ma governare è ben altra cosa!

Le altre formazioni politiche sembrano rassegnate al peggio, in particolare la sinistra si sta dilaniando. Da una parte prende corpo una componente nostalgica di tipo radicale, che rispolvera vecchie parole d’ordine ed antichi rituali della tradizione marxista, dall’altra rimane il PD a trazione renziana, inquinato dall’autoritarismo crescente del suo leader, chiuso nel recinto del proprio cerchio magico. Renzi in poco tempo ha ottenuto il risultato prodigioso di riuscire quasi a distruggere il maggior partito italiano, che era rimasto l’unico con un radicamento solido , mentre, privo della grande esperienza mediatrice della DC, si è rivelato incapace di creare una rete di alleanze alternative, tranne quella con il partitino di Alfano, inesorabilmente avviato al suicidio.  La sua parabola si potrebbe paragonare a quella di una giovane donna piena di entusiasmo e di ansia di divorare la vita, che, subito dopo la pubertà, ha voluto provare tutto, compreso il sesso estremo e che, per uno scherzo della natura,  è presto precipitata in una prematura menopausa, che l’ha resa isterica, incapace di riprodurre, precocemente invecchiata, ma continua ad esibirsi non comprendendo di essersi ridotta ad una maschera tragica. Persino la ipotesi coltivata a lungo di un’alleanza dopo le elezioni con Berlusconi, appare sempre più irrealizzabile, non soltanto nei numeri, che si assottigliano, ma principalmente per la consapevolezza da parte dell’uomo di Arcore, che il giovane toscano, lungi dall’accettare di esserne l’allievo, pensava di potersi impadronire della sua eredità politica, annettendo nel PdR (partito di Renzi) anche Forza Italia. Il poco comprensibile attacco a Banca d’Italia non è quello che appare a prima vista, ma ha come obiettivo l’ex governatore Draghi, che il rampante toscano precocemente arrugginito, non avendo abbandonato l’ambizione di tornare a Palazzo Chigi,  vede come un possibile concorrente per la guida di un Governo autorevole, dopo la scadenza del mandato alla BCE e di fronte ad una difficile governabilità dell’Italia.

In un simile precario contesto il Centro-Destra appare più compatto per la saggia decisione di Salvini di adottare toni più moderati e per lo straordinario recupero di Berlusconi. Tuttavia la coalizione deve evitare, come è avvenuto alle elezioni siciliane,  la logica delle alleanze sulla base del criterio dell’uno più uno più uno, per  raccogliere tutto quello che si muove nel variegato mondo politico e delle ambizioni personali più disparate. Il necessario allargamento della coalizione non può trasformarsi in un’ammucchiata dei tanti diseredati, mitomani, solipsisti, transfughi, avventurieri, nani, ballerine, reduci, che si propongono ogni giorno.

Il mondo ex democristiano legittimamente sta cercando di unirsi per ritornare in campo, sotto la regia di Lorenzo Cesa,  e presentarsi  alle elezioni col simbolo dello scudo crociato. E’ in cantiere un’altra aggregazione, definita laica, che non ha ancora un chiaro profilo.  In questo contesto Sgarbi, facendo leva su una popolarità che lo fa comparire nei sondaggi, ripropone il solito bluff di minacciare la presentazione di una propria lista, pur sapendo che non potrebbe mai riuscire nell’intento per l’assoluta incapacità di coniugare il verbo organizzarsi. Tuttavia dalla provocazione al consenso vi sono in mezzo oceani di difficoltà da attraversare. La sua ben nota aggressività, nonostante la indubbia intelligenza e conoscenza nel campo artistico, lo rende inadatto, come ha dimostrato nelle precedenti esperienze, a qualsivoglia ruolo costruttivo in politica.

Anche se aperta ad altre aree, tale iniziativa non potrebbe che essere prevalentemente di ispirazione politico culturale liberale, per colmare il vuoto di rappresentanza di una importante orientamento, che è presente in tutti gli altri Paesi europei. Questa scelta offrirebbe l’opportunità di identificarsi in una forza politica coerente con le proprie esigenze a quei tantissimi, giovani con alto profilo di preparazione accademica alla ricerca di entrare nella vita lavorativa, a professionisti delusi, commercianti e piccoli imprenditori tartassati da un Stato, che appare nemico a causa di una tanto inutile, quanto accidiosa e spesso corrotta burocrazia, oltre che di una insostenibile pressione fiscale. Questa maggioranza silenziosa, per ora scettica e delusa, deve essere chiamata ad esporsi in politica, ritrovando nella grande tradizione culturale  politica e morale del liberalismo la strada per realizzare se stessi, i propri sogni , le legittime aspirazioni e, alla stesso tempo, per offrire un impegno generoso nell’interesse della nazione.

Tratto da Rivoluzione Liberale

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