L’esito del voto in Sicilia impone alcune riflessioni più approfondite, che vanno ben oltre la semplice constatazione di chi ha vinto e chi ha perso, per interrogarsi invece sulla fragilità della nostra democrazia, percorsa da un disagio diffuso, che rischia di metterla in serio pericolo.
Oltre il 53% degli elettori non si è recato alle urne. Tale elevato assenteismo non è, come in molte democrazie mature, un segno di scarso interesse, che non mette in alcun modo in discussione l’impianto democratico. In Italia il fenomeno, che negli ultimi anni via via è andato crescendo, fino a diventare preoccupante, va interpretato come una grave sfiducia verso le forze politiche, che appaiono agli elettori sempre meno rappresentative dei loro sentimenti, esigenze, speranze e quindi incapaci di migliorarne le condizioni di vita. Una conferma di tale stato d’animo diffuso, oltre a riscontrarsi nei colloqui che ognuno di noi intrattiene quotidianamente negli ambienti più disparati, si è avuta in occasione del voto referendario dello scorso anno, quando, di fronte al pericolo di uno stravolgimento in senso autoritario della Costituzione, gli italiani si sono recati in massa alle urne per respingerlo, dimostrando di voler preservare almeno la Carta Costituzionale.
Tornando a quanto è avvenuto in Sicilia, un terzo di quel quarantasette per cento che ha votato ha scelto al M5S, che interpreta un ruolo di contestazione del sistema e si propone, con un personale politico privo di qualsiasi qualità ed esperienza, soltanto come alternativa radicalmente antipolitica. Questa consistente componente dell’elettorato ha quindi deciso di passare da un rifiuto generico alla contestazione attiva del sistema.
I due terzi di chi si è recato alle urne (sempre di quel 47%, quindi l’equivalente appena di un 30% dell’elettorato complessivo) si sono divisi, in proporzione di circa due terzi ed un terzo, tra maggioranza ed opposizione. Ne consegue che il Presidente Musumeci (fortunatamente la scelta più saggia che il panorama poteva offrire) è stato votato ed eletto soltanto da circa il 15% degli elettori. Pur avendo ricevuto quindi formalmente una legittimazione piena ed avendo ottenuto per le sue liste la maggioranza per governare, un consenso reale talmente limitato non può non essere motivo di preoccupazione istituzionale.
Altre considerazioni, che discendono da un’analisi più accurata del voto, sono altrettanto inquietanti. Non può sfuggire che il 7% degli elettori del PD (circa un quarto del totale) non hanno dato il proprio voto al candidato Presidente della propria coalizione (palesemente come atto di contestazione verso il segretario del partito) ma non si sono orientati a scegliere, come sarebbe stato ragionevole quello della sinistra estrema e neppure, in nome della governabilità, quello del centro-destra. Hanno votato il Presidente indicato dal M5S, dimostrando che il sentimento di odio verso l’avversario politico interno o verso quello che è considerato l’antagonista politico, era tanto forte da indurli irrazionalmente a preferire la logica del tanto peggio tanto meglio della scelta più devastante.
Un’ultima notazione, anch’essa motivo di preoccupazione, si desume dalla valutazione del profilo degli eletti, quasi tutti, sia a destra che a sinistra, campioni del clientelismo. Questo dimostra che, anche per quel terzo di elettori che ha votato, dividendosi tra maggioranza ed opposizione, non si può parlare di scelte di carattere ideale o di adesione ai programmi, ma principalmente di fedeltà ai trafficanti di influenze. Tale constatazione induce ad un istintivo confronto con la cosiddetta Prima Repubblica, dove il voto, (prima a causa dell’entusiasmo per la ritrovata democrazia dopo il fascismo, successivamente per le gravi tensioni del periodo della guerra fredda) era caratterizzato da una forte connotazione di appartenenza. Certo, la storia va avanti e le ideologie di derivazione egheliana del novecento (Fascismo, Nazismo, Comunismo, Socialismo) sono state sconfitte e quindi appaiono superate. Purtroppo bisogna notare che con l’acqua sporca dei miti ideologici del secolo scorso, è stato buttato anche il bambino, costituito dalla capacità di dividersi e scegliere politicamente sulla base di valori identitari, culturali, di visione della società, come ci ha insegnato il metodo liberale in tre secoli di pensiero, che muovendo dall’Illuminismo, ha determinato la nascita delle democrazie liberali moderne. La semplificazione, che deriva da un sistema mediatico incolto, aggressivo, prezzolato e privo d’indipendenza, insieme al caos anarchico del web, ha prodotto soltanto populismi e organizzazioni politiche padronali, che non hanno nulla dei partiti o dei movimenti di opinione, ma si sono rivelati strumenti per coagulare un consenso acritico o per coltivare odio e rancore sociale. Da questo deriva il leaderismo, l’invocazione dell’uomo solo al comando, il populismo, l’autoritarismo.
Un analisi attenta di quanto è avvenuto col voto siciliano dovrebbe fare scattare un campanello di allarme. Lo spettacolo al quale abbiamo assistito non può ripetersi alle elezioni politiche. Le altre forze politiche, tutte, se non vogliono rimanere travolte dall’onda montante del feroce qualunquismo pentastellato, devono recuperare una visione e far prevalere, rispetto alle contrapposizioni personali e di potere, ciascuna, un proprio disegno strategico. I leader, se sono veramente tali, devono favorire questa necessaria trasformazione in profondità della politica. Le due maggiori coalizioni si devono distinguere per i loro differenti disegni strategici, non per il loro settarismo al servizio di un capo o di un capetto. Le personalità divisive in un momento così difficile e delicato vanno accantonate per affidarsi a personalità unificanti, fortemente motivate sul piano delle necessarie scelte per il futuro. La coalizione di centro destra ha attualmente maggiori probabilità di comprendere che questa è la strada da percorrere. I liberali sono disponibili a dare il proprio contributo, sia in termini di individuazione del metodo da adottare, che di proposte concrete per non perdere definitivamente l’opportunità di partecipare alla straordinaria avventura di una modernità consapevole, alla quale l’Italia è ancora in tempo a partecipare da protagonista.

Tratto da Rivoluzione Liberale