Indiscutibilmente in Europa, come in tutto il mondo occidentale, spira un vento di destra, in gran parte conseguenza del fallimento delle ricette socialiste e stataliste nelle varie declinazioni, comprese quelle socialdemocratiche, che hanno avuto successo in molti Paesi europei. Una lunga crisi economica inoltre ha colpito principalmente i ceti medi, impoverendoli e rendendo oscure e problematiche le prospettive per il futuro dei loro figli.

Il mondo anglosassone, in genere precursore dei grandi cambiamenti epocali, ha manifestato d’istinto la propria preoccupazione. La Gran Bretagna lo ha fatto  pronunciandosi a favore della Brexit e dopo, sia pure senza troppa convinzione, affidandosi al Governo conservatore della fragile Teresa May. Negli USA la reazione popolare è stata più clamorosa, perché  l’elettorato  della campagna americana ha scelto, persino in contrasto con il Partito Repubblicano, un Donald Trump, che parlava alla pancia dell’America profonda, bianca, conservatrice, frustrata per i rilevanti cambiamenti connessi, oltre che alla crisi, (in quel Paese rapidamente superata) principalmente alla trasformazione del sistema economico da industriale in  società dei servizi e dell’alta tecnologia, espellendo quindi molta mano d’opera obsoleta.

L’Europa continentale ha pagato un prezzo più alto, perché ha incontrato maggiori difficoltà ad uscire al rallentatore dalla crisi economica durata, specialmente in Italia, molto più a lungo, ma ancor più perché sono sorti movimenti populisti di segno diverso che hanno profondamente scosso  molti Paesi, anche se fortunatamente in tutti gli appuntamenti elettorali hanno poi  ottenuto un successo limitato. In ogni caso si è  registrato un indebolimento generale di tutte le democrazie europee in cui si è andati al voto, dalla Grecia, alla Spagna, all’Olanda ed infine alla stessa Germania, dove, insieme alla netta sconfitta dell’area di Governo, é uscito molto indebolito il prestigio della stessa Merkel.

Come conseguenza inevitabile vi sarà una ovvia complicazione del delicato, ma necessario percorso di rilancio dell’Unione Europea. Della nuova difficoltà ha dimostrato di voler approfittare il giovane e scaltro Presidente francese, che gode nel suo Paese di un elevato prestigio e di una maggioranza parlamentare molto solida, ma che tuttavia indulge ad evidenti segni di pericoloso napoleonismo. Confidavamo che Angela Merkel, alla ricerca di un’occasione per passare alla storia durante il suo quarto ed ultimo mandato, potesse essere una guida più affidabile, non solo in forza della sua maggiore esperienza, ma principalmente quale rappresentante del Paese più forte. Il risultato elettorale invece l’ha indebolita. Tuttavia  l’incertezza rispetto alla capacità  di incidere d parte delle maggiori forze in campo e la improrogabile necessità di riavviare il progetto comunitario, si potrebbero rivelare come un’opportunità per riportare l’Italia  ad un ruolo di rilievo nel consesso dei grandi Stati del vecchio continente. Amaramente invece bisogna constatare che, chiunque vincesse le prossime elezioni politiche, (ammesso che qualcuno possa vincerle e che non esca dalle urne una situazione ancora più incerta e frastagliata di quella della Germania) non si vedono all’orizzonte leader di adeguata statura. Paradossalmente il debole duo Gentiloni – Padoan, che ha saputo riguadagnare qualche punto della credibilità  perduta dal Governo precedente, rischia di venire rimpianto dopo le elezioni. Allo stesso tempo anche i margini di manovra di Mario Draghi, avviandosi verso la fine  del proprio mandato e dovendo fronteggiare una maggiore ostilità tedesca verso la sua politica monetaria, probabilmente si ridurranno, con conseguenti prevedibili maggiori difficoltà  per la gestione del debito pubblico italiano.

Il nostro Paese potrebbe recuperare credibilità soltanto se decidesse, prima che sia troppo tardi, di cedere proprietà pubbliche mobiliari ed immobiliari per ridurre immediatamente una quota importante dell’enorme debito pubblico accumulato. Inoltre appaiono non più rinviabili alcune riforme strutturali, come quella di una giustizia civile paralizzante, che frena gl’investimenti. Anche la giustizia penale, a propria volta, è resa inefficiente, oltre che per la mancata separazione delle carriere tra giudici e PM, per la caparbia volontà di mantenere l’anacronistica obbligatorietà dell’azione penale, che significa soltanto piena discrezionalità delle procure nella selezione dei reati da perseguire, destinando invece alla prescrizione  processi, che rappresentano  spesso le principali fonti del lassismo e della corruzione. Il risultato fallimentare degli inconcludenti tentativi del Ministro Madia, impone di mettere mano ad una vera riforma della pubblica amministrazione, con drastiche riduzioni del peso paralizzante della burocrazia, per porre anche un argine alla diffusa corruzione a tutti i livelli. Infine va finalmente realizzato un sostanzioso progetto di privatizzazioni e liberalizzazioni, principalmente nei servizi pubblici essenziali, determinando maggiore efficienza, risparmi, eliminazione di sprechi del denaro pubblico, favoritismi, interferenze della politica nel campo economico e ristabilendo quindi le regole della concorrenza e del mercato. Di fronte ad  una sinistra statalista in difficoltà, non si può perdere la straordinaria occasione di rendere più libero il mercato, più efficienti e dinamici i servizi, meno onerosa la relativa spesa pubblica, più formativa e competitiva l’istruzione superiore.

Si parla forse troppo di un centro destra favorito nei sondaggi, ma il rischio di impantanarsi in una infinita lite su chi debba guidarlo, potrebbe far perdere di vista che il primo problema rimane quello di mettersi d’accordo su cosa fare, come farlo ed in quanto tempo, rendendo chiara la proposta agli elettori. La guida dovrebbe essere affidata ad una personalità forte ed autorevole, mentre assistiamo in tutti gli schieramenti a candidature al ruolo di Premier da parte di modesti personaggi, privi di cultura, esperienza di governo, chiarezza su quanto bisogna realizzare. Certo è più facile agitare le paure, lanciare messaggi gridati, sollecitare il voto di pancia, ma basterebbe guardare all’insuccesso del movimento Cinque Stelle dovunque ha vinto, sia in realtà comunali piccole che peggio ancora in quelle grandi, per capire che non basta lanciare slogan talvolta di buon senso, più spesso soltanto frutto di sterile demagogia, mentre il vero problema è quello di riportare ai posti di responsabilità un personale politico capace, preparato, con idee e programmi chiari. I dilettanti allo sbaraglio non possono che precipitare nel baratro per la loro stessa inadeguatezza. Quali azionisti sceglierebbero, per amministrare le proprie aziende, personaggi senza alcun titolo di studio, senza qualifica, senza esperienza, nella certezza di dover attendere solo un inevitabile fallimento? Non sarebbe venuto il momento di chiarire che certe responsabilità molto complesse non possono essere affidate ad ignoranti presi dalla strada, a disoccupati che non hanno mai realizzato nulla nella vita, a personaggi scelti per la fedeltà al capo e designati attraverso discutibili algoritmi da consultazioni informatiche limitate e poco trasparenti o da primarie altrettanto condizionate da ricatti e promesse ed affidate a gruppi di potere locale, spesso collusi con personaggi di organizzazioni a dir poco di dubbia moralità?

Governare, come legiferare e amministrare sono compiti seri e delicatissimi. Bisogna riportare ai vertici nei vari livelli rappresentativi uomini e donne all’altezza del compito, di specchiata moralità e disposti a correre il rischio di affrontare scommesse difficili, allettati da remunerazioni adeguate, chiudendoconseguentemente la becera polemica pseudo moralista sui costi delle alte cariche del Governo, del Parlamento e delle altre funzioni apicali  dello Stato. Nel campo privato la scelta dei migliori manager e le connesse elevate retribuzioni consentono alle aziende di imporsi sul mercato. Nel settore pubblico la pericolosa rincorsa al ribasso degli ultimi anni ha già dato risultati negativi. Tanto basterebbe a far comprendere che, per evitare il disastro, bisognerebbe cambiare rotta.

Le proposte dei liberali impongono determinazione e coraggio anche attraverso scelte apparentemente impopolari, ma che rappresentano la strada obbligata per uscire dal pantano, facendo tesoro delle esperienze negative degli altri Paesi.