La scomparsa di Simone Veil, che fra pochi giorni avrebbe compiuto novant’anni, segna simbolicamente la fine una generazione di grandi leader liberali europei. Come una sorta di dannazione della memoria, quasi nessuno dei giornali che hanno riportato la notizia, ha messo in evidenza la sua appartenenza al mondo liberale ed il suo ruolo nell’internazionale liberale. Viene ricordata come ebrea, (il suo cognome da ragazza era Jacob) che riuscì a sopravvivere alla Shoah, dopo essere stata deportata a sedici anni con tutta la famiglia ad Aushwitz Birkenau, da dove si salvò insieme alla sorella, insieme alla quale furono liberate il 27 gennaio 1945, giorno in cui in tutta Europa si celebra il giorno della memoria, mentre i genitori ed un fratello furono uccisi.
Magistrata, abbandonò la toga per entrare in politica come Ministro della Sanità del Governo Chirac, sotto la Presidenza di Valery Giscard d’Estaing, di cui fu seguace ed ascoltata consigliera. Si ricorda la sua storica battaglia nel 1974, tra scontri furibondi, per introdurre l’aborto nella legislazione francese. Esponente di massimo rilievo nell’UDF, fu Presidente del primo Parlamento Europeo eletto a suffragio universale nel 1979. Rieletta al PE nel 1984, fu successivamente nominata Ministro di Stato nel Governo di Eduard Balladur. Successivamente venne emarginata da Chirac, quando questi venne eletto Presidente, mente lei aveva sostenuto la candidatura di Balladur. Nominata in seguito nel Consiglio Costituzionale, fu la sesta donna ed entrare nel consesso dei quaranta immortali dell’Accademie francaise.
Ebbi la fortuna di conoscerla in occasione di un incontro dell’Internazionale Liberale in Italia mentre era Presidente del Parlamento Europeo e, dopo, la rividi molte altre volte in occasione degli incontri periodici dei liberali europei. Ricordo lo sguardo severo e profondo che attraversava i suoi bellissimi occhi chiari, attraverso i quali si scorgeva tutto il dolore di un drammatico vissuto nel campo di sterminio, la fierezza della rivendicata appartenenza alla razza ebraica, la cultura giuridica in cui si era plasmata, l’orgoglio di essere stata una delle prime donne protagoniste della politica in Francia ed in Europa, la raffinata formazione sui testi dell’illuminismo francese, che avevano plasmato una persona che in ogni gesto esprimeva la sua essenza di liberale. Colta, elegante, di quelle bellezze, apparentemente distaccate, quasi regali, ma insieme umanissime, una persona che in ogni circostanza, in ogni parola, in ogni espressione incuteva rispetto ed ammirazione, distacco e grande umanità, la personalità di un leader naturale. La incontrai ancora dopo essere stato eletto deputato e faticavo a darle del tu. Quindi mi rivolgevo a lei con l’appellativo che le si addiceva di più, quello di “signora”, anche se subito dopo aggiungevo il suo nome, Simone.
In chiunque ha avuto il privilegio di incontrarla, di conoscerla personalmente, ha lasciato un segno, non poteva passare inosservata, incuteva anzi un senso di istintivo rispetto, forse anche di timore, eppure nel suo intimo era di una straordinaria dolcezza, anche se dissimulata, come si può riscontrare in quasi tutti coloro che hanno conosciuto effettivamente la sofferenza. Vestiva invece il successo con naturalezza, l’autorità discendeva non dal ruolo, ma dalla persona, da un incedere solenne, da una capacità di ascoltare con rispettosa attenzione e di parlare con una semplicità ricca di contenuti.
I pochi liberali sopravvissuti in Europa la ricorderanno, quelli che non hanno avuto il privilegio di incontrarla, spero, vorranno studiarne il percorso umano civile e politico ed onorarne la memoria.