Mozione “Insieme per la Libertà”

L’intero mondo Occidentale è attraversato da un disagio diffuso, che si manifesta con la diserzione delle urne, ma sempre più sovente, con il successo di movimenti antisistema, populisti, qualunquisti, talvolta persino autoritari. Il fenomeno è da attribuire al complessivo impoverimento delle classi medie e medio basse a causa di una troppo rapida trasformazione epocale della società, che, nel passaggio dalla fase industrializzata avanzata a quella moderna dei servizi, non è stata in grado di adeguarsi al cambiamento, anzi ha accentuato il divario tra i più ricchi ed il resto della popolazione. Allo stesso tempo l’enorme pressione  di ondate migratorie senza precedenti, ha determinato uno stato di incertezza, a volte di rabbia e rassegnata rinuncia all’impegno per il futuro. La responsabilità, come per altro era ovvio, è stata attribuita alla classe dirigente politica, ovunque fortemente contestata, determinando il crollo dei partiti tradizionali e  la nascita di movimenti fondati su rifiuto delle ideologie, l’esaltazione del pragmatismo e l’ostilità verso le istituzioni.

In Europa la grave crisi  greca è stata risolta dallo stesso Tsipras, che, dopo aver minacciato fuoco e fiamme, ha scelto di licenziare il suo Ministro delle Finanze Varoufakis, ed è rientrato nei ranghi, oggi probabilmente apprestandosi a restituire la guida del Paese ai moderati di Nea Dimokratia, guidati dal giovane figlio d’arte Kyriakos Mitsotakis, figlio dell’ex Primo Ministro, Kostantinos. La Spagna, dopo un lungo periodo di instabilità e tre tornate elettorali ravvicinate, ha un governo di minoranza del Partito Popolare, con l’astensione di un PSOE a rischio di estinzione. Dopo molto rumore, l’Olanda ha riconfermato alla guida il Premier liberale Rutte ed ha rafforzato l’altro partito di stampo liberale D66, isolando il movimento populista di destra. La Francia ha decretato la vittoria netta del moderato liberalriformatore Macron,  di ispirazione giscardiana, sia pure registrando una forte affermazione di Marine Le Pen, che tuttavia è destinata ancora ad una lunga opposizione, nonostante una non indifferente revisione delle posizioni tradizionali del suo Fronte di destra. In Germania, nelle elezioni di alcuni Land si è chiaramente manifestato l’orientamento popolare di respingere il tentativo di assalto del partito nazionalista. Diversamente si sono comportati gli elettori statunitensi, che hanno eletto Presidente Donald Trump, avvantaggiato dalla scelta del peggior candidato che i democratici potessero contrapporgli. In controtendenza anche la Gran Bretagna, dopo aver sconfitto, attraverso la Brexit, Cameron, che aveva optato per un bluff rischioso, si avvia, nelle elezioni anticipate di giugno, a rafforzare la maggioranza di Teresa May, anche approfittando dell’inconsistenza del Partito Laburista guidato da Corbin, che ha già subito alcune cocenti delusioni nelle elezioni municipali e con i liberaldemocratici in forte ascesa, anche se penalizzati dal sistema elettorale britannico. Scelte di stampo  sovranista invece prevalgono in alcuni Paesi dell’Est, particolarmente in Polonia ed Ungheria. In questo contesto generale, l’Italia, dopo la distruzione nel ventennio precedente di tutti i partiti che si richiamavano a matrici ideologiche, ha rinunciato a darsi un orizzonte politico chiaro, inaugurando, sin dagli anni novanta, una stagione di soggetti politici pret a porter a misura del proprio leader, dei suoi interessi, delle sue ambizioni. Oggi infatti esistono quasi esclusivamente partiti personali, alcuni dei quali di ispirazione populista e padronale, come il M5S, che disconosce e ostentatamente rifiuta i riti della democrazia, o la Lega, che diviene sempre più sovranista e xenofoba. A propria volta il PD, nonostante la cocente sconfitta referendaria, ha definitivamente deciso di abbandonare il tradizionale ruolo di interprete della sinistra riformista per diventare il partito personale del suo capo, il quale, dopo essersi dimesso, si è fatto di nuovo incoronare segretario, attraverso la sceneggiata di primarie di tipo plebiscitario. Il nostro Paese si rivela, nei fatti, come il vero punto di debolezza dell’Europa, non soltanto per il suo enorme debito pubblico e la perdurante incertezza della sua economia, ma per la mancanza, (indipendentemente dalle incertezze sulla legge elettorale) di una prospettiva, dopo le ormai prossime  elezioni, di stabilità e affidabilità in coerenza con i maggiori Paesi dell’Unione Europea.

Prevale la diffusa consapevolezza che le istituzioni continentali debbano fare un importante passo per raccogliere le pressanti richieste di sburocratizzazione del proprio sclerotico apparato, per avviare la necessaria  convergenza in politica estera, fiscale, di difesa, di contenimento del fenomeno migratorio, di sicurezza. Si impone di avviare quindi una fase rifondativa dell’Europa per semplificare il sistema, attraverso differenti livelli di operatività delle norme comunitarie, cominciando da un più forte legame tra i Paesi che adottano la moneta unica.

Il trentesimo Congresso Nazionale del Partito Liberale Italiano festeggia i vent’anni dalla sua ricostituzione del 1997, (dopo aver tenuto ben otto assise nazionali in questo difficile ultimo ventennio) che gli hanno valso il riconoscimento di essere incluso tra i soggetti meritevoli del finanziamento pubblico del due per mille volontario da parte dei contribuenti, nonostante l’insopportabile silenzio mediatico che lo ha circondato, in quanto la sua struttura democratica e la precisa ispirazione valoriale andavano controcorrente rispetto agli altri partiti populisti, padronali e, sovente autoritari ed ai sedicenti liberali alla ricerca di protagonismo personale. La presenza del PLI sulla scena politica nazionale rappresenta la riaffermazione dell’attualità del pensiero liberale, quale necessaria  scelta verso la modernità, in grado di fornire risposte al disagio che si va  diffondendo in modo preoccupante nel mondo occidentale per la perdita dell’orizzonte di benessere e di piena occupazione, che, per oltre un settantennio, gli hanno assicurato il primato. Sovente la partecipazione democratica alle  elezioni si è quindi trasformata in miopi manifestazioni di protesta e disagio, attraverso il non voto o la scelta di movimenti antisistema protestatari, identificati nella persona del leader, che in Italia è stata di fatto rafforzata da leggi elettorali per due volte dichiarate incostituzionali, le quali non hanno consentito ai cittadini di esprimere compiutamente le proprie scelte, a causa di liste bloccate affidate al capriccio dei padroni dei partiti. Il popolo ha diritto alla sovranità ed ogni tentativo di limitarla o aggirarla produce forti reazioni, come ha dimostrato l’esito referendario sulla temeraria proposta di riforma costituzionale che l’allora Premier Renzi aveva cercato d’imporre, grazie ad una intimidita maggioranza parlamentare di fedeli, impiegati, soci in affari, portaborse. Le prossime elezioni politiche nel nostro Paese saranno uno spartiacque. Nonostante la difficoltà della situazione, ne deve emergere un segnale forte e chiaro in direzione della necessaria riforma della politica e dell’intero sistema istituzionale, amministrativo, di Governo, per scommettere sulla libertà e la modernizzazione del Paese. Questo non significa ignorare il diffuso malessere degli italiani, anzi bisogna cominciare a dare risposte concrete, che convincano della inutilità dei voti di protesta o della diserzione delle urne. E’ tempo  di por mano alla eliminazione dei privilegi parassitari, all’abolizione delle diseguaglianze insopportabili, degli sprechi, delle discriminazioni, dello strabismo verso una parte del Paese, dimenticandone un’altra che non cresce perché totalmente abbandonata, con infrastrutture inadeguate, dominio di mafie, profittatori, politicanti, amministratori e burocrati corrotti, livelli culturali inadeguati.

Il PLI intende con chiarezza schierarsi nel campo liberaldemocratico moderato,  proponendo all’uopo di dar vita ad una sorta di federazione programmatica, un rassemblement pour la Republique di stampo giscardiano. Tale raggruppamento dovrebbe  partecipare alla elezioni in coalizione o in unica lista, (in relazione alla riforma elettorale) riunendo non soltanto tutte le disperse forze liberali, ma i democratici, i riformatori, i moderati, i popolari, la destra nazionale, i social liberali, tutti coloro che possano fare massa critica attorno ad un programma in grado di vincere sulla base di una proposta convincente. Le elezioni potrebbero rimettere in moto il Paese, restituirgli credibilità in sede europea e nell’intero Occidente, trovare una comune risposta alla minaccia del terrorismo fondamentalista, ponendo un freno, fondato su politiche umanitarie, al flusso continuo di una migrazione biblica, che non sembra arrestarsi.

Bisogna propugnare una “rivoluzione democratica e civile”, fondata sui valori liberali, smettendo di fare dell’Unione Europea, che pure ha le sue gravi responsabilità, l’unico facile capro espiatorio, ignorando le enormi responsabilità di una politica che ha perso il suo primato, affogando nel clientelismo burocratico od in un’antipolitica che si è nutrita soltanto di paure.  Una guida inadeguata ha costretto il potere giudiziario a continui interventi, non solo per contrastare i reati commessi nei confronti di una pubblica amministrazione volutamente resa troppo permeabile all’ingerenza del malaffare, ma anche ad una continua supplenza per l’incapacità di decidere in molte delicate materie e per la incostituzionalità di numerose ed importanti riforme. La politica ha divorziato con la cultura come con la strada, divenendo autoreferenziale,  priva di progetti, idee, sogni, valori non negoziabili. I liberali non hanno mai rinunciato a tutto questo, anzi, inascoltati, a volte scherniti e trattati da nostalgici, hanno invocato una nuova modernità fondata sugli intramontabili antichi ideali e sulla comprensione delle ansie attuali, intendendo questo come l’unico modo di proiettarsi nell’avventura straordinaria di una modernità affascinante, ma che deve avere fiducia nell’intelligenza e  nell’entusiasmo dei propri contemporanei. Non ci avviamo verso la fine del mondo, ma verso una nuova era piena di sorprese e di affascinanti opportunità, che bisogna saper cogliere. Questo abbiamo sempre inteso ed intendiamo ancora come democratica “rivoluzione liberale”.

Le seguenti proposte programmatiche costituiscono il nostro primo contributo alla coalizione della libertà, per riunire tutti i liberali, i moderati, quelli che ancora amano ed hanno fiducia nel nostro grande Paese.

  1. Riduzione del debito pubblico, mediante dismissione di una quota importante di patrimonio pubblico (mobiliare ed immobiliare) allo scopo di ricavare almeno trecento miliardi; migliore utilizzazione del patrimonio archeologico, artistico e storico, concedendo, a titolo oneroso e con tutte le necessarie garanzie di sicurezza, controlli ed affidabilità, a privati la gestione di aree archeologiche o di valore storico, nonché collezioni artistiche attualmente in stato di abbandono o relegate in magazzini con l’obiettivo di migliorarne lo stato di conservazione  e renderle fruibili al pubblico ed ai turisti, oltre che assicurare allo Stato una notevole entrata;
  2. Riduzione drastica del perimetro dell’intervento pubblico nell’economia e della parassitaria pratica della proliferazione di società a capitale pubblico, sia attraverso la dismissione di aziende dello Stato che, principalmente, degli enti territoriali, con conseguenti privatizzazioni e liberalizzazioni;
  3. Riforma fiscale che preveda una drastica riduzione della pressione fiscale complessiva per tutelare i cittadini e le imprese dagli abusi mediante l’elevazione a rango di legge costituzionale dello Statuto del Contribuente. Riduzione a tre delle attuali cinque aliquote IRPEF e consistente abbattimento, portando la più alta al 33%. Abolizione del bollo auto. Tale importante contrazione del carico fiscale è sostenibile utilizzando i risparmi connessi ad una consistente riduzione della spesa pubblica improduttiva e clientelare. Parte del gettito fiscale perduto inoltre verrebbe recuperato da una naturale maggiore propensione alla disciplina tributaria, che disincentiverebbe drasticamente l’evasione. Allo stesso tempo la coraggiosa riduzione del prelievo favorirebbe gli investimenti produttivi, le nuove assunzioni e la crescita del PIL.
  4. Riforma della Pubblica Amministrazione con smantellamento dell’apparato burocratico esistente e conseguente, progressiva, riduzione dei relativi  costi a carico della comunità, introducendo il principio che ogni nuova attività possa essere avviata con la semplice autocertificazione, istituendo un sistema di efficienti ed efficaci controlli successivi. Abolizione delle Regioni a Statuto Speciale e accorpamento di tutte le nuove Regioni in cinque o sei macro Regioni, quali enti di programmazione e controllo, con limitati poteri legislativi. Istituzione di 30/40 enti intermedi, comprese le attuali aree metropolitane. Concentrazione in queste sedi di Prefetture e Questure, come degli uffici territoriali dei Ministeri, alcuni dei quali potrebbero essere allocati soltanto sedi nei capoluoghi delle nuove macro Regioni.
  5. Profonda riforma del pianeta giustizia, ristabilendo il ruolo di quella penale come strumento per assicurare la certezza del diritto e la garanzia della esecuzione delle pena, con l’obiettivo della rieducazione, senza periodici perdoni, amnistie e condoni vari. Allo stesso tempo bisogna rispettare  l’autonomia effettiva della Magistratura, evitando invadenze o supplenze, rispetto ad una politica che ha perso il necessario primato. Riforma del sistema di elezione del CSM, attraverso il sorteggio dei componenti e la soppressione dei membri laici eletti dal Parlamento, ma eliminando anche il potere delle correnti della magistratura. Separazione delle carriere e, fisicamente degli Uffici, tra Giudici e PM. Eliminazione della Magistratura Amministrativa e di quella Tributaria, accorpando tutto presso il Giudice Ordinario, con sezioni specializzate. Superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale, affidando annualmente al Parlamento di stabilire le priorità e trasformando tutti i reati minori in contravvenzioni da comminare con estrema rapidità. Inappellabilità delle sentenze di primo grado  favorevoli all’imputato ed esecutorietà di quelle di secondo grado. Riforma del processo civile per risolvere con celerità i contrasti quotidiani, penalizzando ogni contenzioso a prevalente scopo defatigatorio, in modo da ridurre il contenzioso civile a due o tre udienze, (Alla prima delle quali decidere sulle questioni preliminari e sulla provvisionale in caso di contenzioso su crediti) ponendo un termine tassativo per le relative decisioni (non oltre un anno). Penalizzare il soccombente con forti condanne alle spese in favore del vincitore e dell’erario a parziale compensazione dei costi della giustizia civile, salvo i casi veramente complessi di incertezza di diritto.
  6. Riforma del sistema di accesso al credito e tutela del risparmiatore con particolare rilevanza alla necessità di liberare definitivamente il sistema bancario e finanziario dall’intrusione e protezioni da parte dei partiti ed escludendo per il futuro nuovi interventi con denaro pubblico;
  7. Crescita del Mezzogiorno, attraverso l’adeguamento delle infrastrutture (imponendo una quota obbligatoria su tutti gl’investimenti) e lotta efficace alla corruzione connessa alla criminalità comune e organizzata. Particolare attenzione su trasporti, turismo e cultura, con tutela e valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente, inteso come patrimonio da preservare e fonte di nuove opportunità di occupazione, puntando a riconquistare il posto che compete all’Italia, con il suo straordinario patrimonio naturalistico, nel campo del turismo internazionale;
  8. Riforma del sistema educativo per ridare alla scuola e all’università il ruolo di volani dell’emancipazione civile e socio-economica delle nuove generazioni. Occorre spendere meglio e di più per creare il capitale umano delle nuove generazioni, valorizzando la qualità, l’autonomia e la responsabilità delle istituzioni scolastiche, rispettando il dettato costituzionale di garantire ai capaci e meritevoli di raggiungere i più alti gradi formativi. In particolare le Università devono riacquisire il ruolo di luoghi di alta formazione, riducendone il numero e le relative facoltà, ma valorizzando la ricerca, il merito e la internazionalizzazione. in tale contesto va abolito il valore legale dei titoli di studio;
  9. Dare finalmente attuazione all’art. 49 della Costituzione, attraverso uno statuto giuridico dei partiti, che ne garantisca la democraticità e la trasparenza delle decisioni;
  10. Rilancio del ruolo di Paese fondatore dell’Europa, proponendo un rinnovato processo di Unità politica, su base federale che superi l’attuale fase semplicemente burocratica e finanziaria. Politica estera, difesa, sicurezza anche dei confini, progressiva convergenza fiscale e tributaria, devono diventare gli obiettivi prioritari dell’Unione, anche se con tempistiche diverse per i vari Stati, ma assicurando il processo simultaneo tra quelli dell’area Euro.
  11. L’attenzione all’ambiente è una delle priorità dei nostri tempi che riguarda sia la vita economica che quella sociale. E’ ormai improcrastinabile l’abbandono dell’energia che provengono da fonti fossili naturalmente accompagnando con politiche accorte il  necessario periodo di transizione. L’economia circolare deve diventare il nuovo paradigma per ogni settore della produzione industriale. Una particolare attenzione deve essere riservata alla realizzazione di una mobilità sostenibile. Le politiche ambientali devono tenere sempre presente le nostre responsabilità nei confronti di tutti gli abitanti del pianeta.