30° Congresso Nazionale

Questa non può essere una relazione esaustiva riguardante i problemi interni ed esterni che riguardano i liberali in Italia e nel mondo: il tempo a disposizione non lo consente è dunque una relazione che vuole evidenziare alcuni dei punti che il vostro segretario nazionale reputa più rilevanti.
E’ logico iniziare con uno sguardo al recente passato del partito.
Il precedente congresso del PLI si è chiuso con l’approvazione di un documento che tra l’altro diceva ”E’ irrinunciabile e improcrastinabile l’esigenza di dar vita a un grande soggetto politico autenticamente e radicalmente liberale, capace di riunire le diverse espressioni del liberalismo italiano….la grave situazione del nostro Paese impone a tutti i liberali di ritrovarsi in una casa comune che dia forza e consistenza alle nostre ragioni “.
Permettetemi di attribuirmi il merito della rinnovata adesione al nostro partito di amici che ci avevano lasciato rappresentati da Renato Altissimo e da Carlo Scognamiglio.
Entrambi all’inizio dell’anno scorso hanno accettato di far parte del gruppo dei garanti un organo che il Congresso aveva varato con il nuovo statuto.
Purtroppo Renato Altissimo è “andato avanti”, come diciamo tra alpinisti: il suo ricordo e la sua lezione di vita rimarranno sempre una parte fondamentale del nostro patrimonio di valori ed a lui va un ringraziamento forte per tutte le battaglie condotte all’insegna della “religione della libertà”.
Nel nostro comitato dei garanti oggi accanto al Presidente del Senato emerito Carlo Scognamiglio, siedono il professore Emmanuele Emanuele e Jan Gawroski a dimostrazione della rinnovata attenzione del mondo della cultura alla vita della nostra organizzazione politica.
Un doveroso ringraziamento va a Carlo Scognamiglio che non solo ci sta accompagnando nella vita quotidiana del partito partecipando ai nostri incontri di lavoro, ma ci dona una parte del suo tempo regalandoci importanti momenti di discussione culturale sui diversi periodi storici in cui l’idea liberale si è applicata concretamente alla soluzione dei problemi delle nuove società nate dalla rivoluzione industriale.
Purtroppo è mancato invece un successo analogo nel dialogo con i tanti gruppi che si dichiarano liberali e che agiscono nel paese a vari livelli di impegno politico anche se nessuno con la forma partito e dunque la nostra casa avrebbe potuto essere un legittimo approdo.
Credo che valga la pena ricordare a tutti noi che, nonostante la forza di alcuni di questi gruppi, il riconoscimento della forma partito è stato attribuito al solo PLI dalla Commissione di Garanzia degli Statuti e per la Trasparenza e di Controllo dei Rendiconti dei Partiti Politici.
E’ importante la sottolineatura di questa nostra specificità che significa non solo un impegno culturale ma soprattutto il desiderio di portare i valori liberali all’interno della società italiana con la nostra presenza nelle istituzioni locali, nazionali ed internazionali.
Non posso tacere che purtroppo nel primo anno di lavoro dopo lo scorso congresso abbiamo perso la collaborazione di alcune personalità che avevano scelto di impegnarsi con noi, ma con i quali non è stato possibile condividere il metodo di lavoro.
L’anno appena trascorso ha visto una netta ripresa della presenza del PLI sulla scena nazionale.
Le elezioni amministrative ci hanno dato alcuni importanti motivi di riflessione: la nostra presenza è stata purtroppo molto frammentaria ma il successo conseguito a Roma ha dimostrato la validità del nostro simbolo: il Pli alle amministrative di Roma, giova ricordarlo, ha preso più voti dei partiti dei Verdi, dei Socialisti e di Storace, dunque un simbolo, il nostro, e delle idee ancora capaci di avere l’attenzione e l’adesione dei cittadini.
Già prima delle elezioni la Direzione Nazionale promuoveva il Comitato per la Libertà dei Cittadini NO AL PEGGIO per una partecipazione liberale attiva durante la campagna per il referendum che si sarebbe tenuto nell’autunno successivo: l’attività costante e la colta presenza autorevole di Antonio Pileggi ci ha permesso di avere una visibilità nettamente superiore ad ogni periodo precedente.
Nella nostra sede si sono riunite personalità di spicco della cultura e della politica italiana che ci hanno conosciuto e riconosciuto un ruolo trainante del mondo liberale verso l’opposizione al referendum, dall’amico Raffaello Morelli al presidente Luigi Mazzella.
Se oggi alcune di queste personalità sono tra i leaders del nostro partito, dalla senatrice Anna Cinzia Bonfrisco agli ex parlamentari Cinzia Dato e Giuseppe Basini, lo dobbiamo proprio a quella iniziativa.
Accanto a questi fatti di grande respiro politico giova ricordare la costituzione della scuola di liberalismo sotto la guida dell’amico Enrico Morbelli e i validi incontri promossi da Massimiliano Giannocco con i suoi caffè liberali.
Mi preme anche sottolineare, soprattutto per gli amici liberali che vivono lontano da Roma, le iniziative “di strada” portate avanti nella capitale: dalla campagna per la privatizzazione della RAI, a quelle per il decoro ambientale delle città, al rapporto costi benefici dei servizi pubblici.
Sarebbe troppo lungo ricordare qui tutto il lavoro svolto in periferia e chiedo scusa per la mancata citazione di altre importanti attività svolte sul territorio, voglio solo ricordare l’impegno profuso da Diego Di Pierro nel proporre un sindaco liberale alla sua città, un esempio di lavoro svolto con continuità sempre nell’interesse e sotto le insegne del partito.
Due anni fa avevamo una sola sede: la nazionale e romana, oggi accanto a questa vi è la sede stabile di Milano ed un ringraziamento va al segretario provinciale Tiberio Buonaguro che ne è stato il realizzatore come a Giovanni Carpani responsabile della Lombardia al cui lavoro va il merito di una oggi discreta presenza nelle provincie lombarde.
Per la presenza continua sul territorio mi preme anche ricordare l’attività svolta da Marco Marucco e Quinto Leprai in Emilia Romagna e da Luca D’Alessio in Piemonte come da Eugenio Barca in Calabria e da Roberto Sorcinelli in Sardegna e Grazio Trufolo in Sicilia.
Uno spazio particolare dovrebbe essere dedicato all’attività di comunicazione e soprattutto ai nuovi mezzi di supporto alle informazioni: credo che nonostante gli sforzi di alcuni amici a cui va il mio ringraziamento, (tra gli altri Gianni Ceccano e Simone Santucci ) poco abbiamo fatto al riguardo: le tre pagine del Sole 24 ORE, il nuovo sito, la rivista online Rivoluzione Liberale, alcuni comunicati stampa non possono aver certo soddisfatto tutte le esigenze del partito; in questo settore molto c’è da fare dalla costituzione di un ufficio stampa professionale a una diffusione in tutte le regioni di responsabili della comunicazione, e ringrazio sin d’ora il nuovo segretario provinciale di Roma Rodolfo Capozzi per il suo lavoro al riguardo.
Non si può dimenticare anche l’esigenza di una attenzione completamente nuova ai fenomeni del web: i “mi piace” sono importanti ma le possibilità offerte dai nuovi strumenti informatici sono nettamente superiori: a partire dalle possibili collaborazione con gli “influencer” delle diverse reti.
Spesso dalla periferia vi sono state lamentele rispetto alle attività svolte dagli uffici del partito: pochi forse hanno presente la ristretta dimensione del personale che lavora per noi che se pur capace è costituito da una sola unità, la brava Georgia Cagiotto.
Il lavoro di segreteria è stato possibile solo con l’aiuto di tanti amici romani ma particolarmente con l’indispensabile diuturna efficace presenza di Dora Massimi senza la quale la periferia non avrebbe avuto neppure quei minimi supporti oggi erogati.
Un ringraziamento va fatto al tesoriere Claudio Vitali che ha l’ingrato compito di vigilare sulla corretta amministrazione dei pochi fondi del partito e sul loro uso certamente sempre corretto ma che deve anche obbedire a regole amministrative ferree una volta non esistenti.
Tutti i membri di Direzione Nazionale si sono sempre prodigati per rendere possibile una conduzione del partito collegiale assicurando la loro presenza in Roma tanto da non dover mai rimandare una riunione per mancanza del numero legale: ho voluto sottolineare questo fatto perché in un partito come il nostro ogni incarico comporta anche sacrifici personali che vanno conosciuti e riconosciuti.
Naturalmente all’interno della direzione c’è qualcuno a cui sono stati affidati compiti particolari come Nicola Fortuna e Claudio Gentile a cui non può che andare un grazie per il lavoro svolto con intelligenza e passione.
Un grazie particolare va anche ad alcuni amici che pur richiamandosi a scelte da loro giudicate diverse da quelle sostenute dalla maggioranza della Direzione del partito hanno anteposto agli interessi personali quelli generali del Paese e dunque del partito, tra l’altro a differenza di altri che purtroppo hanno scelto differenti modi di fare politica, dunque grazie agli amici Mario Brugia e Paolo Apolloni . Può darsi che su alcune questioni si pensi a soluzioni diverse ma se ne discutiamo insieme e accettiamo quella che sarà scelta dalla maggioranza dei nostri iscritti, il partito non ne avrà che beneficio e potrà diventare sempre più grande.
Vorrei altresì ricordare a tutti noi che proprio dal dibattito tra proposte diverse può nascere la scelta più valida e che dunque dividersi per discutere insieme e poi sempre insieme lavorare per il successo della scelta vincente è semplicemente il metodo più valido.
Infine credo che tutto il mondo liberale e particolarmente noi del PLI si debba un ringraziamento particolare al nostro Presidente per la continua, intelligente, colta, costante e assidua cura alle questioni della nostra casa liberale, certo alcuni lamentano le sue rigidità, ma come ha appena scritto Giuseppe Basini senza di lui oggi non saremmo qui: se il mondo liberale ha ancora non semplicemente un centro studi o una associazione culturale, ma uno strumento complesso con cui combattere nel paese in nome della libertà questo lo dobbiamo a Stefano de Luca: dunque grazie di essere ancora con noi.
L’ultimo dei miei ringraziamenti va a chi vuole continuare le battaglie che abbiamo iniziato e dunque a tutti voi che oggi partecipate a questo Congresso: possiamo tranquillamente dividerci sulle soluzioni da adottare sulle tattiche da seguire ed ognuno qui può perseguire strade diverse purché la meta traguardi le idee e i valori comuni che ci guidano, nessuno dovrebbe subire il fascino di qualche cattivo maestro che ti propone solo il tuo successo personale.
Al riguardo, con riferimento ad alcune ultime vicende interne al Partito credo che nessuno come nella vita di ogni giorno, possa accettare critiche da chi non è stato capace di operare nell’interesse generale della nostra comunità.
Insieme solo insieme possiamo vincere.
Ora ci tocca dare uno sguardo al di fuori della nostra associazione.
Certamente il nostro futuro, il domani delle nostre famiglie, è condizionato dalla società in cui viviamo: ma qui dobbiamo chiarirci una volta per tutte quale è questa società, quale è il territorio che ospita le nostre vite. Può questa sembrare una domanda retorica ma non è così: se siamo d’accordo in quale società siamo chiamati ad operare ed a fare le nostre scelte di liberali da lì derivano automaticamente tutta una serie di comportamenti e di visioni del mondo.
Noi siamo cittadini di Trastevere? Di Palermo ?del Veneto ?siamo cittadini Italiani ? europei ? o forse semplicemente siamo tutto questo insieme e ci riconosciamo cittadini del mondo ?
Il mondo è veramente diventato il villaggio globale di cui per anni si è parlato senza capirne le conseguenze.
Non vi sono problemi che riguardano solo alcuni territori, dall’aumento della popolazione mondiale, alla scarsità delle risorse, all’inquinamento generato dalle attività umane, alle incredibili prospettive della rivoluzione industriale 4.0, alla difficoltà di gestire informazioni corrette e la loro diffusione planetaria, all’incrocio di queste problematiche con le nuove povertà individuali e con i fanatismi religiosi, agli effetti positivi e negativi della globalizzazione, tutto questo e altro ancora, ci impone un nuovo approccio ai problemi del nostro quartiere della nostra città della nostra nazione.
Bisogna essere capaci di fare una sintesi di tutto ciò che oggi si svolge nel mondo: per farlo è comunque necessario affrontare alcune di queste problematiche: il nostro dovere di politici è quello di saper interpretare cosa ci accade intorno per potere intervenire sui meccanismi sociali allo scopo di assicurare la maggior libertà possibile di ogni essere umano.
Cerchiamo allora di fare una valutazione, se pur per mancanza di spazio necessariamente grossolana, di alcuni di questi problemi con la pregiudiziale di sentirci cittadini del mondo, responsabili ognuno di noi verso il resto dell’umanità: partiamo da una della questioni che più sembrano essere divisive.
Sud e nord del mondo:
22.176.477 questo è il numero degli Italiani al censimento del 1861, il primo dopo l’unità d’Italia: ebbene sappiamo tutti che oltre 24milioni di Italiani in circa ottanta anni hanno abbondonato il nostro Paese a partire dal 1861, dilagando nel mondo per trovare semplicemente migliori condizioni di vita, dunque in circa ottanta anni un numero maggiore degli abitanti originali ha abbondonato la nostra penisola per raggiungere, con i così detti viaggi della speranza, terre lontane ed ignote.
Che insegnamento possiamo trarre da questi avvenimenti che hanno riguardato in modo così significativo l’evoluzione della società italiana?
Il primo insegnamento dovrebbe essere quello della comprensione e della solidarietà verso quelle genti che si trovano oggi nelle stesse condizioni degli italiani di un secolo fa.
Il secondo insegnamento è che quando la povertà, la fame, la mancanza delle prospettive di un futuro degno di essere vissuto ispirano i sentimenti degli uomini non basta un oceano per fermare la loro ricerca di una società migliore.
Non menziono neppure le vittime delle dittature : non so chi possa rifiutare il proprio aiuto a dei perseguitati per le loro idee, a meno che si voglia ripercorrere le nefandezze compiute alla vigilia della seconda guerra mondiale nei confronti del popolo ebraico, ricordo respinto dagli stati democratici quando era in fuga dal nazismo.
Dunque rimane da definire il nostro atteggiamento nei confronti di quegli uomini e donne che fuggono dalla povertà e dalla fame alla ricerca di un mondo migliore.
Qui dobbiamo fare tesoro di un terzo insegnamento del nostro passato: questi fenomeni migratori non sono una fiammata destinata a durare qualche mese al più qualche anno.
Nell’africa subsahariana Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso più la Mauritania e il Sudan, vivono oltre 100 milioni di persone con un reddito pro capite medio inferiore ai 1000 dollari l’anno che anche se si valuta con il rispettivo potere di acquisto al massimo si raddoppia: se gli oltre 100 milioni di africani si comporteranno come noi Italiani nei prossimi decenni noi continueremo ad avere una tensione ai confini del mediterraneo almeno pari a quella attuale per tutto il secolo.
Ciò significa che l’atteggiamento dell’Europa e dell’Italia deve contemplare provvedimenti di lungo respiro per l’accoglienza.
Ma proprio per questi tempi lunghi l’Europa e l’Italia debbono ricordarsi dei cittadini che già abitano il nostro territorio.
Nell’accoglienza dei nuovi migranti non possiamo mai dimenticare un elementare senso di giustizia sociale: non possiamo accettare, come dice qualche sindaco, che i migranti stiano in albergo e gli italiani dormano in auto una volta sfrattati.
Non possiamo pensare a pensioni sociali che siano la metà e forse anche meno del costo di un migrante.
Per questo l’accoglienza deve essere intelligente, basata su provvedimenti di lungo periodo, abbattendo eventuali ostacoli che oggi il conservatorismo dei sindacati frappone al lavoro possibile dei migranti e sempre valutando correttamente i costi sociali.
In questi giorni si dibatte sull’opacità di alcune ONG e sul loro effettivo e corretto adempimento dei compiti a cui si sono autodedicate: è evidente che il malaffare non conosce confini e che la magistratura è giusto che indaghi ma anche l’accoglienza non deve avere limiti: non possiamo ascoltare il Papa che si batte ogni giorno per promuovere una accoglienza aperta e poi constatare che proprio le strutture della Chiesa Cattolica in Italia e gli stessi Stati Vaticani poco o quasi nulla fanno rapportato all’ampiezza dei loro capitali e del loro patrimonio edilizio.
Dunque la nostra richiesta non può che essere di una accoglienza aperta verso l’immigrazione utilizzando ogni struttura del Paes, ma con quei limiti di costi e di organizzazione che ci sono imposti dalle altre povertà del nostro tessuto sociale, e naturalmente con quel rigore che non deve essere usato solo per alcuni ma per tutti coloro che approfittano delle questioni di emergenza umanitaria per migliorare il proprio portafoglio.
Dunque dobbiamo essere onesti ed accoglienti ma anche rispettosi delle esigenze dei cittadini italiani e capaci di chiedere a chi viene ospitato disponibilità all’integrazione e piena accettazione delle regole democratiche e di civile convivenza del nostro Paese.
La casa dell’umanità: la terra.
Il problema ambientale diventerà sempre più un problema di sopravvivenza planetaria alla cui soluzione non possiamo sottrarci: un miliardo e mezzo di nuovi esseri umani è atteso per il 2030: non solo abbiamo già oggi risorse scarse ma rischiamo di portare l’inquinamento della terra a livelli ingestibili: certo forse questa dal punto di vista filosofico potrebbe essere la soluzione: una terra inabitabile che lentamente soffocherà l’uomo.
Ma è questo che vogliamo per i nostri figli e per i figli dei figli?
Già negli anni settanta con i lavori del Club di Roma si era fatta strada nell’opinione pubblica consapevole dei problemi del nostro pianeta la certezza di dover cambiare il sistema di vita, dai consumi alla produzione di beni.
Sono ormai passati tanti anni da allora e molto poco è stato fatto, ma finalmente sembra che almeno ufficialmente la maggior parte degli stati abbia preso coscienza della limitatezza delle risorse di cui disporrà il genere umano così come della necessità di un loro impiego che non avveleni l’umanità.
Personalmente credo che i cambiamenti climatici in atto, da nessuno ritenuti inesistenti, ci diano l’occasione per riflettere sul nostro modo di produrre: il problema non è se l’uomo è o non è responsabile in toto dei cambiamenti climatici, il problema è che le nostra attività inquinano comunque l’aria, l’acqua, la terra e renderanno il pianeta non più vivibile in pochi decenni.
Siamo stati capaci di produrre un’ isola chiamata Pacific Trash Vortex, una gigantesca isola di spazzatura che galleggia nell’Oceano Pacifico e che ormai ha dimensioni paragonabili a quelli degli Stati Uniti.
In quest’isola si trovano plastiche risalenti dagli anni cinquanta in poi: e continua ad ingrandirsi anno dopo anno.
Nei paesi asiatici dalla Cina all’Indonesia per sopravvivere nelle città è necessario prendere tutta una serie di precauzioni: l’azzurro del cielo di Pechino è ormai sconosciuto ai giovani cinesi.
Alle falde dell’Everest, ove vi è il laboratorio italiano a 5000 metri di quota voluto da Ardito Desio, si misurano costantemente tutti i parametri vitali dell’ambiente; ebbene poco prima della stagione delle piogge il monsone che spazza l’India da sud a nord portando con se l’aria delle città indiane, fa si che l’inquinamento a quelle quote, in mezzo a montagne disabitate, sia pari o addirittura superiore a quello della aree industriali occidentali.
I nostri comportamenti hanno ormai una valenza mondiale anche se compiuti nel giardino o nella fabbrica dietro casa: la terra, la nostra casa è una sola!
E allora l’inquinamento va fermato oggi, l’inquinamento in ogni sua forma, l’economia circolare deve diventare un obbligo per le nostre attività industriali condizionando in toto le scelte che il mondo fa nel progettare nuovi prodotti e processi industriali.
Come ha scritto Macron nel suo programma “la transizione ecologica che è economica ed energetica è la sfida di questo secolo”
Per la Francia, Macron e i francesi hanno scelto questi obiettivi: far uscire la Francia dalle energie fossili, accelerare verso una produzione di energia equilibrata e senza carbone, fare dell’economia circolare e del riciclaggio un nuovo modello economico, preservare il pianeta.
La lotta all’inquinamento non è più un solo problema di salute ma è la lotta per l’esistenza dell’essere umano.
La globalizzazione dell’economia: nuove ricchezze e povertà.
Noi siamo certi che non esistono modelli di sviluppo economici e sociali alternativi a quelli individuati dagli economisti liberali, il Venezuela oggi i paesi socialisti ieri lo dimostrano, ma l’attenzione alle fasce deboli della popolazione per assicurare a tutti gli stessi punti di partenza deve essere più ampia che nel passato.
La globalizzazione non ha portato come alcuni asseriscono seguendo la moda lanciata dal francese Thomas Piketty, un maggior distacco tra i ricchi e i poveri del pianeta: a chi asserisce questo basterebbe fargli visitare qualche reggia dei secoli andati e ricordagli come vivevano, non vivevano, la classi meno abbienti: di fronte a sfarzi incredibili, quanto spesso inutili, dedicati ad una sola famiglia, v’erano migliaia di persone che abitavano tuguri senza sapere quando avrebbero potuto mangiare l’indomani, al riguardo consiglio di visitare le oltre duemila stanze della reggia di Caserta ove agli inizi dell’ottocento esisteva l’unica stanza da bagno del regno di Napoli.
Oggi la produzione di ricchezza legata ai mercati aperti ha permesso a centinaia di milioni di persone di passare dall’estrema indigenza ad una vita nettamente migliore: basta pensare alle popolazioni asiatiche.
Scrive nel 2016 Johan Norberg che nonostante un diffuso senso di frustrazione e pessimismo siamo testimoni del “più grande miglioramento degli standard di vita globali mai occorso. Povertà, malnutrizione, analfabetismo, lavoro minorile e mortalità infantile stanno crollando a un ritmo più rapido di qualunque altro periodo della storia”.
L’estrema povertà delle popolazioni permane in quegli Stati ove non vi è alcuna libertà per i cittadini, neppure dunque quella economica, accompagnate spesso da dittature corrotte interessate solo a drenare ogni risorsa possibile: con buona pace di chi asserisce il contrario non vi è al mondo una stato che avendo fatto della libertà dei cittadini un caposaldo delle proprie leggi non abbia contestualmente avuto il miglioramento economico anche della classi sociali più deboli.
Da un lato le scelte fatte in campo economico dal mondo occidentale stanno garantendo a chi le segue una maggior ricchezza da distribuire alle classi sociali più debole ma dall’altro la globalizzazione dei mercati pone comunque nuovi problemi anche perché come prospetta il filosofo Emanuele Severino ormai rischiamo “ il dominio dell’economia sulla politica”.
Einaudi scriveva, da difensore del mercato e dell’iniziativa privata, che quando una impresa ha un giro di affari paragonabile a quello della nazione, ebbene questa azienda va nazionalizzata: ma questo era logico e possibile in un mondo chiuso come quello antecedente alla seconda guerra mondiale: oggi le prime dieci aziende mondiali hanno ciascuna un fatturato maggiore del PIL di ognuno di oltre 160 stati!
Questo fatto fa si che troppo spesso le esigenze puramente economiche delle multinazionali riescano a prevalere sugli interessi politici e sociali dei singoli stati.
Basti solo pensare al problema della tassazione dei profitti: tasse che le multinazionali scelgono di pagare nello stato più comodo per le loro esigenze, non contribuendo così alla spesa sociale negli altri paesi in cui operano.
Anche in questo modo le multinazionali condizionano la distribuzione delle risorse destinate classi sociali più deboli generando di fatto nuove ingiustizie sociali a cui i singoli stati non possono porre rimedio.
A complicare il quadro si aggiunge il fatto che l evoluzione del nostro modello economico e industriale sta generando nuove problematiche.
L’impatto della quarta rivoluzione industriale potrà essere governato dal singolo stato ?
Al riguardo scrive il World Economic Forum: “noi siamo sull’orlo di una rivoluzione tecnologica che modificherà radicalmente il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarci tra noi. Nella sua scala, la portata e la complessità la trasformazione sarà diversa da qualsiasi cosa l’umanità ha sperimentato prima e coinvolgerà tutte le parti interessate del sistema politico mondiale, dal settore pubblico al privato al mondo accademico all’intera società civile.”
In questo scenario ove si mescolano gli effetti positivi e negativi della globalizzazione, con un modello di sviluppo legato ai consumi che ha mostrato la corda, e con la prospettiva di grandi mutamenti nel modo di vivere legati proprio allo sviluppo economico industriale è chiaro che gli stati dovranno avere una attenzione forte più che nel passato a chi per un motivo o per l’altro sarà ai margini La preoccupazione di assicurare a tutti l’uguaglianza dei punti di partenza dovrà essere nettamente più incisiva che nel passato.
Soprattutto diventerà sempre più necessaria le alleanze tra gli Stati se non si vuole delegare il destino degli uomini agli interessi delle parti finanziarie ed economiche: il primato della politica deve prevalere e questo rende necessarie le istituzioni internazionali in cui già oggi siamo coinvolti: l’Europa non è una scelta possibile è un bisogno imprescindibile se si vuole governare veramente i nostri destini, certo non bisogna continuare a fare l’errore di delegare il governo dell’Europa proprio ai burocrati che rappresentano interessi particolari ma dobbiamo pensare ad una Europa su base federale e comunque governata democraticamente dai popoli che la compongono.
Se cerchiamo quale devono essere le priorità del Governo della nostra città o del nostro paese e abbiamo ben presente i nostri obblighi nei confronti del pianeta diventa certamente più facile individuare le scelte da fare.
La politica in Italia
La posizione assunta dalle diverse forze, e debolezze, politiche in Italia meriterebbe una analisi così complessa che richiederebbe molto più spazio di quello a mia disposizione, ma credo che il dibattito congressuale saprà colmare questa lacuna.
Purtroppo si deve constatare che la posizione di interi partiti dipende dall’umore, dalle amicizie, dal temperamento dell’unico uomo che ne interpreta e decide la linea politica.
Si fa fatica a trovare un qualsiasi richiamo a valori che rimangano stabili nel tempo: valori magari non condivisibili ma con cui almeno potersi confrontare.
E quando finalmente troviamo prese di posizione precise bastano pochi giorni per vederle vanificate da ripensamenti non sempre comprensibili.
In questo quadro per fortuna emergono personaggi autorevoli con cui tessere relazioni concrete e alleanze culturali e politiche.
Con le iniziative prese nello scorso anno il PLI ha cercato queste alleanze su temi concreti.
Le alleanze volta a volta stipulate hanno sempre fatto riferimento a programmi concreti, ben circoscritti sia per il loro terreno di applicazione sia per le scelte individuate: esempi concreti sono le elezioni amministrative romane e il comitato per il NO AL PEGGIO nel 2016 e l’alleanza di questi giorni a Sesto San Giovanni.
Noi che crediamo nella religione della libertà abbiamo il compito di essere intransigenti rispetto ai nostri valori: certo la vita quotidiana ci impone di fare scelte di alleanze con gruppi o partiti che non sempre condivideranno appieno la nostra visione: ciò è naturale nella vita politica se si vogliono conseguire obiettivi concreti dunque abbiamo il compito di dialogare con tutte le forze politiche, per potere costruire alleanze capaci di ottenere risultati utili per una società più libera.
Ma lo stringere alleanze con altri non dovrà mai farci dimenticare i tanti punti fermi dei nostri programmi politici che riguardano sia le attività amministrative che quelle legislative nazionali ed internazionali e la nostra collocazione ideale al centro del panorama politico nazionale.
Non dobbiamo mai scordare che i nostri programmi prendono luce da scelte ben precise e da indirizzi coerenti tra loro di cui voglio ricordare i principali: dalla lotta per lo stato di diritto e la difesa dell’individuo dallo strapotere della burocrazia, alla necessità di rivedere le spese dello Stato Italiano in modo da diminuire l’ attuale tassazione ipertrofica, alla semplificazione delle leggi e delle procedure amministrative, all’impegno per una giustizia sociale che assicuri a tutti l’uguaglianza dei punti di partenza, ad una politica di sviluppo del paese incentrata sull’educazione, sugli studi, sulla ricerca scientifica e resa possibile dall’alienazione del grande patrimonio pubblico che oggi soffoca il mercato, è fonte di corruzione e di conti di bilancio non in linea per la crescita dell’economia.
I nostri alleati dovranno essere coloro che condivideranno almeno una parte del cammino che vogliamo intraprendere così come i nostri naturali alleati internazionali dovranno condividere i valori fondanti in cui crediamo.
In un mondo così complesso nessuno può pensare di riuscire a realizzare i propri programmi da solo: le alleanze sono necessitate dalla complessità e dalle dimensione dei problemi, avere degli alleati non sempre è facile ma comunque è sempre necessario se vogliamo garantirci ancora per tanti anni la pace sul nostro continente e la ricerca delle soluzioni strutturali ai nuovi problemi dell’umanità.
Essere in Europa oggi è scomodo e difficile ma dobbiamo essere sinceri con noi stessi: quante volte l’Italia si è occupata dei problemi europei impiegando risorse intellettuali e personalità adeguati?: basti pensare a quanti parlamentari europei hanno preferito un seggio nel parlamento italiano che in quello europeo! se l’Europa ha preso derive burocratiche troppo vicine agli interessi di altri paesi è solo colpa del nostro disinteresse che per anni ha fatto si che nei vertici europei la nostra voce fosse di fatto assente.
La pace di cui il nostro continente gode dal 1945 è però il primo importantissimo effetto dell’Europa e noi ci dobbiamo oggi impegnare perché l’Italia sia sempre più presente nelle istituzioni europee per migliorarle e per far si che vi sia effettivamente l’Europa dei popoli e non l’Europa degli interessi bancari.
Molte critiche possiamo, e dobbiamo, rivolgere alle istituzioni europee, ma mentre i burocrati europei sbagliavano noi dove eravamo?
Ebbene mai più dobbiamo venire meno al nostro dovere di cittadini del mondo quindi dell’Europa e dell’Italia.
Ricordiamoci sempre i nostri doveri e ricordiamoli al Paese.
Alcuni di voi sanno che io mi occupo insieme ad altri amici per l’aiuto ai figli dei Tibetani che abbandonano la loro patria per essere liberi: liberi di professare la loro fede di parlare la loro lingua di rispettare le loro antiche radici culturali.
Vorrei terminare citando queste parole del loro capo spirituale il Dalai Lama.
“Ormai il mondo è diventato piccolo e i popoli della terra formano una sola comunità. Alleanze politiche e militari hanno creato grandi gruppi multinazionali, l’industria e il commercio internazionali hanno prodotto un’economia globale e i mezzi di comunicazione del pianeta stanno eliminando antiche barrire.
Ci uniscono i gravi problemi che abbiamo di fronte: la sovrappopolazione, l’esaurimento delle risorse naturali e la crisi ambientale.
Per affrontare queste sfide ognuno di noi deve imparare a lavorare non solo per se stesso, per la propria famiglia o per il proprio paese ma per il beneficio di tutta l’umanità. La responsabilità universale è la vera chiave della sopravvivenza umana. E’ il fondamento migliore per conseguire la pace mondiale e la libertà di ognuno di noi.”
Se sapremo essere cittadini del mondo cercatori di libertà saremo dei grandi italiani.