La scomparsa di Marco Pannella plasticamente segna la fine di un’epoca, quella della politica vissuta come passione civile, impegno culturale, fantasia, rispetto per se stessi ed i propri valori di riferimento, amore per la libertà spinto fino alla spregiudicatezza. Con Marco è sparita una categoria di sognatori, uomini liberi, ingegni che si erano nutriti alla grande sorgente illuministica dell’indissolubilità del binomio politica-cultura, capaci di pagare, anche rischiando la salute e la vita stessa, il prezzo di una testimonianza ideale senza alcun margine al compromesso. Radicale in quanto fino in fondo liberale, libertario, individualista, persino anarchico, almeno nei comportamenti, ma allo stesso tempo rispettoso delle Istituzioni. Figlio del grande rinnovamento culturale nato dopo la resistenza e cresciuto nel culto della democrazia e della libertà liberatrice.

Molti, troppi di coloro che gli hanno reso tardivamente omaggio durante la sua malattia e che da domani ne esalteranno la figura, dovrebbero vergognarsi di averlo ostacolato in ogni modo, di averlo tenuto lontano dalla ribalta, di non avergli concesso il doveroso riconoscimento di nominarlo Senatore a vita.

Noi invece con Marco abbiamo condiviso memorabili battaglie e  spesso  anche polemizzato, come è tradizione e regola del comportamento  intellettuale dei liberali, che coltivano la religione del dubbio e  si accalorano intorno alle sottigliezze culturali. Oggi ci inchiniamo e ne onoriamo la memoria, abbruniamo le nostre bandiere  e proviamo l’amarezza di sentirci più soli, perché, con lui, abbiamo perduto un padre, un fratello, un amico, un complice, un appassionato combattente della libertà, oggi in questa nostra Italia seriamente in pericolo.