Le parole di Massimo D’Alema nei confronti del Segretario del suo partito e Presidente del Consiglio sono state taglienti come una lama, ma colgono la reale mutazione genetica del partito che fu di Togliatti e di Berlinguer. È vero che quando fu costituito il PD, oltre alla tradizione comunista, si intendeva includere, anche quella del cattolicesimo democratico, senza tuttavia rinunciare alla egemonia culturale esercitata dalla sinistra di stretta osservanza per oltre un cinquantennio. Infatti, dopo poco tempo, l’ala rutelliana decise di abbandonare il partito.

La vittoria di Renzi ha determinato un radicale cambiamento di linea, di metodologie e di obiettivi, lasciando smarrita gran parte della vecchia nomenclatura, che non si riconosce nei riti sbrigativi del nuovo leader, nelle priorità di stampo moderato del Governo, nella logica settaria e clientelare con cui viene gestito il consenso e diretto un partito nel quale il dibattito è diventato un rituale solo formale, per imporre poi, senza modifiche, il punto di vista del leader.

La minoranza è trattata come una fastidiosa presenza, che si auspica possa presto togliere il disturbo. In effetti quest’ultima vorrebbe anche farlo, ma teme la marginalità politica che potrebbe conseguirne e la tradizionale litigiosità della sinistra estrema. Tuttavia è consapevole di non essere in grado di puntare ad una rivincita interna. Quindi la scissione, anche se non appare imminente, è tuttavia inevitabilmente nell’orizzonte di una componente che dissente su tutto.

La rabbia di Bersani è comprensibile perché soffre lo scippo della “ditta”, non soltanto per il cambio del gruppo dirigente, ma soprattutto per l’allontanamento dal solco della tradizione e per il tradimento dei sentimenti e delle pulsioni tipiche della sinistra italiana. L’ostilità aperta della FIOMM, il gelo della CGIL, la delusione della piazza sensibile ai diritti civili, la contaminazione con la destra di Alfano e Verdini, le trame sottobanco con Berlusconi, la vocazione affaristica, (in palese complicità con una economia pubblica e privata parassitaria, mediata da un sistema bancario debole e pavido) dimostrano che il PD ha cambiato non solo pelle, ma anche insediamento sociale, approfittando del disfacimento della destra tradizionale. La maggioranza del Partito non fa nulla per nascondere il fastidio nei confronti di una minoranza di sopravvissuti, che si richiamano ad un’epoca ed a sentimenti che essa si è messa alle spalle. Da parte sua l’opposizione manifesta un dissenso radicale verso la linea che le viene imposta e che per vigliaccheria vota in Parlamento, nel timore di porsi fuori della casa comune, nella quale le due componenti convivono come separati in casa, odiandosi.

Alla minoranza non è rimasto che auspicare un grave incidente di percorso che possa ridimensionare la baldanza di Renzi, se non un suo capitombolo.

Non si tratta più di un contrasto tra linee politiche diverse, come è sempre avvenuto all’interno di tutti i partiti, ma di una assoluta inconciliabilità, dal momento che le due fazioni rappresentano interessi e sentimenti contrapposti. La vecchia sinistra con il suo armamentario di parole d’ordine, di rituali e di collegamenti sociali è costretta a convivere con una democrazia cristiana 2.0, che tende a rappresentare un elettorato diverso, imponendo un metodo di gestione del partito incompatibile con quello tradizionale ed una prassi parlamentare fondata sul continuo uso del voto di fiducia, percepito dalla minoranza come un ricatto. Il nuovo capo ha imposto un sistema autoritario di stampo togliattiano, ma privo dello spessore della personalità del “migliore”, del sostegno politico e finanziario dell’URSS e del centralismo democratico, che prevedeva un paziente ascolto, prima della preconfezionata decisione finale. Il cerchio magico renziano non perde occasione per umiliare una opposizione interna considerata conservatrice e nostalgica, mentre quest’ultima vede il gruppo dirigente come usurpatore di un ruolo che politicamente non dovrebbe appartenergli, trattandosi di una destra che ha militarmente occupato il principale partito della sinistra.

In effetti la disaffezione dell’elettorato tradizionale, che in misura sempre più ampia si rifugia nell’astensionismo, conferma tale sensazione, ma non si profilano iniziative in grado di costruire un nuovo soggetto che possa interpretarne i sentimenti ed intestarsene vocazioni, che pure hanno sempre avuto un peso nella società italiana. Il disastro di una destra politica inaffidabile, litigiosa, senza un progetto ed una leadership credibili, ha reso fin troppo facile per il partito della Nazione a trazione renziana occupare l’insediamento sociale moderato, maggioritario nel Paese, facendone il principale riferimento elettorale del PD, tuttavia non rinunciando a gran parte di quello tradizionale, grazie della continuità della denominazione e della difesa di alcuni interessi consolidati delle cooperative e del vasto mondo delle clientele della sinistra di potere.

Speranza, a dispetto del cognome, non sembra avere lo spessore necessario a trascinare la propria componente verso un orizzonte più coerente con la storia, che essa rivendica. D’Alema, il vecchio capo ormai di fatto fuori dal partito, con lucidità cerca invece di spingere ad un atto di coerenza una componente senza futuro, che verrà lentamente annientata, colpendone gli esponenti uno ad uno, per sospingerla verso una scissione, che, invece, dalla parte interessata viene vista come un’avventura densa di incognite, di divisioni in gruppetti settari, di contrasti personali e ancora priva di una solida base di consenso convinto. Quindi prevale la logica di attendere ed auspicare un insuccesso del “dittatorello” alle elezioni amministrative di primavera, principalmente a Roma e Napoli, per poi rimandare la resa dei conti finale ad ottobre, dopo il referendum sulla riforma, che tuttavia, incoerentemente, quella stessa minoranza ha votato in Parlamento. Il disegno è di navigare a vista, demandando ad altri il lavoro sporco di rendere possibile la strada della rivincita, assai improbabile, al Congresso del PD.

Tratto da Rivoluzione Liberale