La domanda più ricorrente nei commenti politici di questi giorni è cosa significhi la “coalizione sociale” di Landini: un partito, una iniziativa per la conquista del vertice della CGIL, altro?

Probabilmente una spiegazione logica si può rinvenire nella storia complessa e punteggiata da innumerevoli scissioni e ricomposizioni della sinistra italiana. Landini è il rappresentante di una realtà operaia, formatasi nella cultura marxista, dominante all’interno della FIOMM, che concepisce lo scontro sociale come lotta di classe. Sicuramente e, direi comprensibilmente, dal suo punto di vista, patisce l’indiscutibile affievolimento, o perfino la scomparsa, di quello scontro permanente del movimento operaio  contro il padronato e la borghesia dominante, teorizzata da Marx per la costruzione della società comunista. Altra questione è se ritenere l’iniziativa un fatto positivo o avere un giudizio diverso. La causa principale di tale cambiamento dei rapporti, deriva certamente dalla trasformazione della società da industriale a postindustriale, con il conseguente superamento della figura classica dell’operaio, divenuta minoritaria all’interno di una società tecnologicamente progredita, che progressivamente tende a modificare radicalmente la struttura dell’azienda: quello che prima era affidato agli operai, oggi lo fanno i macchinari. Nelle fabbriche rimangono quindi pochi operai specializzati, che ancora indossano la tuta, mentre sono emerse nuove figure di operatori tecnologici in camice bianco. Questi ultimi sono più facilmente assimilabili alla borghesia che non al mondo operaio tradizionale.

Al contempo la politica ha subito una enorme trasformazione. Sono scomparsi i vecchi partiti ideologici, generalmente difensori degli interessi di classe e si sono affermati nuovi soggetti trasversali, poco o per nulla strutturati, privi di radicamento culturale e sociale, uniti nella spasmodica conquista di un consenso, fondato sul carisma del Capo. Il trauma di tale cambiamento ha attraversato principalmente la sinistra, che aveva precedentemente una forte tradizione di comunità unita e motivata, con le sue parole d’ordine ed i suoi riti, quindi anche in grado di mobilitarsi e condurre lotte che muovevano dalla piazza. L’affievolimento di tale legame ed il rischio di un generale imborghesimento, hanno indotto il Segretario della FIOMM ad intestarsi un ruolo di supplenza rispetto ad una politica che ha abdicato al proprio compito primario di orientamento, per cercare di aggregare quella che ha definito una “alleanza sociale”, intesa come un censimento delle forze in campo: una sorta di prepartito.

Piuttosto che formare un nuovo partitino, (mettendo insieme quanto esiste alla sinistra del PD con SEL, spezzoni del M5S e della minoranza democratica) l’obiettivo appare quello di ricostituire una coscienza di appartenenza, recuperando le ragioni, quasi dimenticate, della stessa esistenza politica e riprendere il filo delle lotte tipiche del popolo della sinistra, inteso come classe operaia nel senso più tradizionale. Sullo sfondo ovviamente c’è il disegno  di prefigurare un nuovo soggetto politico, ma passando prima dal recupero delle ragioni, se esistono tutt’ora, di una sinistra concepita in termini marxiani.

Appare evidente la convinzione che il PD sia inidoneo ad interpretare tale processo per la sua vocazione interclassista, la conduzione fortemente padronale, populista, elitaria, e per le prove offerte di essere più vocato alla conquista ed alla gestione del potere che alla mobilitazione di un blocco sociale. Anche la CGIL va assumendo caratteristiche simili, avendo scelto di preferire la mediazione con il Governo e la parte datoriale, piuttosto che lo scontro ad oltranza, cambiando anche il proprio profilo da quello di sindacato dei lavoratori attivi, in organizzazione costituita in prevalenza da pensionati, a differenza della FIOMM, che, quindi, diviene sempre più altra cosa.

Appare di tutta evidenza che il progetto di Landini prevede ovviamente lo scardinamento della CGIL ed una netta presa di distanza dal partito renziano. La costituzione di una nuova forza politica sarà una inevitabile conseguenza dell’intero processo, anche per preparare qualcosa di alternativo, saldamente ancorato a sinistra, quando la spinta propulsiva di Renzi si sarà naturalmente attenuata o esaurita, lasciando molti orfani sul campo e rischiando persino il de profundis della stessa democrazia. Quindi in primo luogo l’impegno sarà quello di ritrovare l’identità perduta, attorno a quelle che sono sempre state  le sedi dove si esplicavano la partecipazione e la rappresentanza: i sindacati ed i partiti. Potrà apparire un’operazione nostalgica, conservatrice, poco aderente alla nuova realtà in via di trasformazione della società italiana, ma ha una sua coerente nobiltà ideale. Per evitare di ripetere l’errore tragico compiuto da Bertinotti nell’esperienza fallimentare di Rifondazione Comunista, che fu principalmente un’operazione di vertice, decisa dai capi corrente, Landini si propone di partire dalla ricerca del comune denominatore del popolo della sinistra, recuperando tutto l’armamentario, che sembrava obsoleto, delle parole d’ordine, delle emozioni evocative, dell’esaltazione delle manifestazioni di piazza.

Non può sfuggire ad ogni osservatore attento come si tratti di un tentativo anacronistico con lo sguardo rivolto al passato, ma la grave crisi economica ed occupazionale costituiscono un terreno fertile per un simile “esperimento nostalgia”, che di positivo ha esclusivamente il ritorno a motivazioni politiche e mobilitazioni sociali forti, rispetto al populismo propagandistico dilagante.

La nuova apertura di conflitti sociali e l’annuncio di vertenze sindacali, tuttavia, dovrebbero indurre, a sua volta, la borghesia imprenditoriale e professionale a prender coscienza del ruolo di guida, che le compete nel cammino inarrestabile del progresso, per ritrovare l’ orgoglio dei propri valori, oggi schiacciati da una società burocratico clientelare. Dopo l’orgia mediatica di un cesarismo incolto, il ceto medio deve riscoprire le idee guida del merito, del gusto del rischio, della concorrenza, della competitività, dell’etica del lavoro, per tornare ad essere degnamente classe dirigente. Una rinnovata contrapposizione tra soggetti identitari rinvigorirebbe il confronto politico, sconfiggendo il pernicioso populismo per riprendere il faticoso cammino del progresso. Un passato non troppo lontano ha visto prevalere i principi del liberalismo, assicurando non soltanto una grandiosa crescita economica al Paese, ma, grazie alla fluidità determinata del connesso ascensore sociale, il progressivo superamento del conflitto di classe, promuovendo una spinta verso l’alto, che consente di coltivare  l’ambizione di crescere tutti, in maniera diseguale, riconoscendo il merito di ciascuno in una società libera, ove armonicamente questo sia  permesso.

Tratto da Rivoluzione Liberale