Mentre il mandato del Consiglio di amministrazione della RAI sta per scadere, il Governo, come è avvenuto in tutte le altre precedenti occasioni, ha annunciato un grande programma di riforma con l’obiettivo, questa volta forse più evidente, di impadronirsene. L’accusa maggiormente ricorrente, ma indiscutibilmente vera e conseguenza logica della sua appartenenza allo Stato, è che la Rai sia controllata dai partiti. Da sempre, e nei più disparati campi, la politica ha cercato di mettere le mani sulle aziende pubbliche, ovviamente in primo luogo sul grande network TV, dal momento che essa vive di immagine. La RAI è sempre stata lottizzata. Negli ultimi decenni, la direzione di ciascuno dei tre canali generalisti è stata affidata, rispettivamente alla destra, alla sinistra ed al centro. Dal momento che quest’ultimo schieramento politico è scomparso e che la destra si è indebolita, l’attuale progetto di riforma tende direttamente a mettere le mani del Governo sull’intera azienda. Sforzandosi inutilmente di nascondere le proprie reali intenzioni, l’Esecutivo tenta di divagare fantasticando di grandi progetti di cambiamento, come l’istituzione di canali tematici od altro. L’intenzione reale invece è di impossessarsi in via esclusiva del principale strumento di comunicazione ed intrattenimento del Paese.

L’Italia degli anni settanta e ottanta, in nome di una presunta superiorità dell’economia mista pubblico – privato, diventò il Paese più statalista del mondo occidentale, istituendo persino un Ministero delle Partecipazioni Statali. Il risultato fu fallimentare. Nell’arco di pochi anni, la mano pubblica, che aveva acquisito persino dei due più prestigiosi marchi di panettone, riuscì a fallire. Gran parte delle partecipazioni industriali pubbliche, cominciando dall’EFIM, fece una fine non migliore, chiudendo o svendendo. Telecom fu oggetto di una privatizzazione molto discussa e le Banche, attraverso le Fondazioni, finirono col distruggere risorse pubbliche, trasferendo il controllo in mani private, senza alcun vantaggio per l’erario. Tuttora le più grandi conglomerate industriali italiane sono a capitale statale: Ferrovie, Poste, ENI, Enel, Finmeccanica, Terna, Fincantieri ed, ovviamente, RAI. Le grandi aziende private invece, sono fuggite all’estero, sono fallite, o sopravvivono con grande difficoltà e comunque, nessuna di esse, rientra nel novero delle più importanti iniziative industriali nazionali.

Da sempre siamo convinti sostenitori della necessità di un grande processo di liberalizzazione, cioè della cessione delle partecipazioni nelle imprese pubbliche nazionali e territoriali ad imprenditori privati, utilizzando il ricavato per ridurre il debito pubblico. Non fa eccezione il caso della RAI. Non si capisce infatti perché quella, che viene definita la maggiore industria culturale del Paese, ammesso che lo sia, dovrebbe essere dello Stato. Bisognerebbe allora darle la denominazione che le compete di Ministero della cultura popolare. Nient’altro che questo, anche se declinato in procedimenti formalmente difformi, è il progetto del Governo. Viene annunciata una nuova Governance forte, attraverso un amministratore delegato scelto dall’esecutivo ed un consiglio di cui due consiglieri sarebbero, anch’essi, scelti dal Governo e due dal Parlamento, (sotto il profilo costituzionale non si comprende come). Con le attuali forze in campo, comunque almeno uno di questi, se non entrambi, farebbero capo allo stesso schieramento, realizzando così un pieno e totale controllo governativo sull’Ente televisivo. Infine sarebbe prevista l’ipocrita novità di un componente eletto dai dipendenti, per difendere l’attuale struttura elefantiaca e non consentirne il necessario snellimento.

Ebbene, a parte l’informazione, sul cui controllo ben si comprende l’interesse della politica, ci si chiede perché la piagnucolosa, modesta fiction dovrebbe continuare ad essere prodotta dallo Stato. Per poterci imporre in un prossimo futuro le storie di Gramsci, di Togliatti, di Berlinguer, o di qualche altro eroe della sinistra? Non sarebbe logico e naturale che questa attività venisse lasciata al libero mercato ed alla concorrenza, vendendo subito i relativi asset dedicati, come RAI cinema e RAI fiction?

Invece, per recuperare i mezzi necessari a sanare il deficit di bilancio, nonostante l’assurdo, immorale ed illegittimo balzello del canone, che altera la concorrenza, è stato messo sul mercato il 49% di RAI Way, la società che detiene il controllo dei ponti di trasmissione. Era ovvio che il maggior concorrente privato lanciasse l’OPAS di acquisto, secondo una logica elementare di mercato. Semmai lo Stato avrebbe dovuto privatizzare altro, meglio l’intero gruppo aziendale televisivo, mantenendo in mano pubblica tale importante infrastruttura, che ha un rilievo per lo Stato, anche per le connessioni con le altre reti di trasmissione dati e telefonici.

Vi sarà sulla TV pubblica un ennesimo scontro in Parlamento, ma Renzi riuscirà nel proprio intento di far passare il controllo della RAI dalla Commissione di Vigilanza, quindi dai partiti, al Governo. Per parte nostra continueremo la nostra battaglia per la privatizzazione completa, poiché questa RAI non svolge alcun servizio pubblico, anzi è una fonte di clientelismo, sprechi, distorsione della concorrenza, scorretta influenza nel campo informativo e mediatico. Se il Tesoro cedesse l’intero pacchetto azionario della RAI, si potrebbe eliminare il canone, ricavare dal prezzo della cessione una somma importante per la riduzione del debito pubblico e, contemporaneamente, si innescherebbe un processo virtuoso di ristrutturazione aziendale, che servirebbe a valorizzare il merito, cancellando progressivamente le pesanti ipoteche clientelari per eliminare finalmente la zavorra improduttiva accumulata negli anni. Ancora meglio sarebbe la scelta di vendere separatamente i diversi canali TV, sia generalisti che tematici e tutti gli altri asset aziendali, innescando nuove opportunità per il pluralismo nei vari settori.

Non avverrà, ma continueremo a difendere il nostro punto di vista, che protegge l’interesse dei telespettatori, costretti a pagare controvoglia il pizzo di un inutile abbonamento. Il superamento di un anacronistico duopolio, aprirebbe grandi spazi alla concorrenza, offrendo, gratuitamente ai fruitori, una maggiore varietà di contenuti. Invece il progetto di una ulteriore compressione della libertà di espressione e di confronto dialettico nel principale segmento informativo, culturale e di intrattenimento nazionale, concentrandone il controllo nelle mani del Governo, finirebbe col dimostrarne ogni giorno di più ed in modo palese la vocazione autoritaria del gruppo di potere che ha conquistato i vertici dello Stato.

Tratto da Rivoluzione Liberale