La libertà di stampa è sempre stata uno dei capisaldi nella lunga lotta per la conquista di livelli sempre più elevati di progresso sociale e politico. Basterebbe ricordare le dure lotte contro la repressione religiosa e l’importanza che ebbero gli scritti considerati eretici, cui veniva dato fuoco nella pubblica via durante la Controriforma. Gli autori venivano trascinati dinnanzi al tribunale dell’Inquisizione, spesso costretti a rinnegare quanto avevano scritto e poi condannati a marcire in galera o a morire sul rogo, come Giordano Bruno.

Il lungo percorso della grande rivoluzione liberale, che determinò la nascita delle monarchie costituzionali europee e, nel nostro Paese, anche dello Stato unitario, durò circa due secoli. La Rivoluzione Francese cominciò con la diffusione e la circolazione elitaria delle opere dei grandi illuministi e la pubblicazione di libelli e giornali clandestini, prima di divenire movimento di massa. Altrettanto può dirsi per tutte le altre rivolte europee, che invocavano una partecipazione popolare più ampia alla vita politica, insieme a riforme democratiche. Anche in Italia, pur con almeno un cinquantennio di ritardo, il Risorgimento iniziò con la diffusione di testi liberali e la pubblicazione di fogli ispirati a tali idee.

La dittatura fascista per affermarsi ebbe bisogno di una forte repressione della libertà di stampa. Tra le altre pubblicazioni non allineate al regime, nel 1925, venne disposta la soppressione della “Rivoluzione Liberale” di Piero Gobetti, che poco dopo venne ucciso a bastonate dalla furia dei manipoli, nello stesso anno in cui tutti i partiti, compreso quello liberale, (ovviamente ad eccezione di quello del regime) furono messi fuori legge. Durante il ventennio fogli clandestini e testi, spesso pubblicati all’estero ed importati con grande rischio, tennero viva una opposizione, espulsa dal Parlamento e dai ranghi dell’amministrazione dello Stato, compresi i docenti universitari, che dovettero giurare fedeltà al fascismo, tranne i pochissimi che si rifiutarono, i quali persero il posto e furono costretti ad emigrare verso Paesi più liberi.

La Resistenza si nutrì di giornali clandestini e di libri, salvati miracolosamente alla furia della dittatura. La ritrovata democrazia, dopo il crollo dell’infausto regime, segnò una fioritura di giornali, periodici, riviste, volumi ed una grande ripresa dell’attività letteraria ed artistica. Il tentativo, purtroppo riuscito, del partito comunista di imporre una sorta di supremazia sul mondo culturale, artistico ed accademico, rappresentò tuttavia supina omologazione al pensiero unico, che finì col nuocere alla originale qualità del mondo intellettuale italiano. Tale egemonia fu causa non secondaria, a partire dagli anni settanta, dell’inevitabile declino del Paese, che dovette registrare la perdita di quell’antico primato, che, nell’immediato dopoguerra, si era andato faticosamente riaffermando.

L’informazione di massa, determinata dalla nascita e dal rapido sviluppo della televisione, ebbe l’indiscutibile merito di contribuire, in una prima fase, all’elevazione del livello culturale medio ed alla affermazione della lingua italiana, rispetto ai dialetti, che fino ad allora avevano avuto il predominio. Successivamente, nonostante la nascita del polo privato, anzi principalmente a causa delle scelte di basso profilo di quest’ultimo, il mezzo televisivo è diventato veicolo di diffusione di programmi di scarsissimo, se non del tutto inesistente, contenuto di pregio. La concorrenza tra monopolio pubblico e network privato ha portato, nella corsa all’accaparramento dello share e delle commesse pubblicitarie, ad un abbassamento generale della qualità, poiché ha contribuito a plasmare i gusti dei telespettatori ed ha favorito la propensione verso i prodotti più scadenti, divenendo fattore di appiattimento. L’effetto negativo è stato completato dall’esplosione dei Talk show, programmi realizzati a bassissimo costo dalle varie reti, che, principalmente appassionano per i feroci scontri, spesso al livello della rissa verbale (e talvolta non solo) e sempre con i medesimi protagonisti, in genere non i migliori, ma i più aggressivi. Tutto questo ha trasformato il dibattito politico in una sorta di teatrino, intriso di banalità e volgarità. Inoltre ha dato popolarità a personaggi ignoranti e mediocri, facendo apparire il confronto politico come una corrida, che ha finito col cancellare del tutto i contenuti valoriali. Il confronto tra le parti si è trasformato in un bestiario di insulti e, durante le campagne elettorali, in una riffa di paese a chi promette di più.

In un tale clima, i giornali stampati hanno via via perso lettori, non riuscendo a competere con l’informazione immediata e diretta della TV. Conseguentemente hanno dovuto abbassare la qualità, di fronte alla necessità di ridurre i costi, finendo in mano ad editori di parte o sopravvivendo solo grazie alle elargizioni pubbliche. Per competere sul mercato hanno scelto la via del sensazionalismo, piuttosto che quella dell’approfondimento. I titoli sono sempre più gridati, le foto scandalose, le interpretazioni dei fatti del giorno sempre di parte. Sovente i processi mediatici, che appassionano il grande pubblico, si sono trasformati in licenza di uccidere, distruggendo reputazioni o anticipando giudizi, senza attendere che la magistratura, serenamente e senza interferenze, potesse fare il suo delicato lavoro di difficile ricerca della verità.

Chi ha tentato in qualche misura di difendere un livello accettabile di qualità e garantire un minimo di pluralismo, ha dovuto soccombere o ridimensionarsi. La grave crisi economica in cui si dibatte la RCS – Corriere della Sera, società editrice del più prestigioso quotidiano italiano, ne è la dimostrazione evidente, con la conseguenza che, progressivamente, è stato ridotto il formato, il numero delle pagine, le redazioni sul territorio ed all’estero, il pluralismo delle opinioni e l’emarginazione di alcuni collaboratori controcorrente. Dominano la scena i giornali-partito, come la Repubblica su un versante e, su quello opposto, (con un peso proporzionale all’insediamento inferiore della destra) Libero o Il Giornale. Gli altri vivacchiano, grazie alle notizie locali o alle sovvenzioni, ma nessuno è in grado di sottrarsi alla logica dello schieramento politico. Allo stesso tempo l’editoria libraria si è adeguata anch’essa alle richieste del mercato, producendo un gran numero di opere prive di valore culturale, ma rivolgendo l’attenzione al successo delle vendite e promuovendo quindi non gli autori di qualità, ma testi dei personaggi, quasi sempre mediocri, resi famosi dalla costante presenza nelle reti televisive.

Se è vero quanto abbiamo appreso dalla grande saggistica liberale del novecento che “politica è cultura”, si comprende agevolmente come la causa dello scadimento attuale, sia rappresentata dal divorzio tra i due termini. All’intelligente e colto confronto sul terreno dei valori e delle identità, si è passati allo scontro greve e violento tra le persone. Si va così facendo strada una tendenza autoritaria, che ha superato anche la separazione, per quanto becera e semplificatrice, tra destra e sinistra, che si realizza attorno alle figure dei leader ed ai loro messaggi spesso grezzi, violenti ed intrisi di supponenza. Tale fenomeno mondiale, che in Italia appare in forma più estrema, è la manifestazione palese di una sorta di malattia della democrazia nelle società moderne, dominate dal predominio mediatico. La necessità di massificare il messaggio, lo rende brutale, senz’anima, capace di colpire istintivamente la sensibilità dell’elettore. Si ricerca una reazione di pancia, non del cervello. Si tratta di un effetto tipico della comunicazione televisiva, che essendo immediata, non passa attraverso il filtro del cervello, come la lettura, ma colpisce con immediatezza. Una immagine o una frase, sol perché ripetute all’infinito, diventano verità. Tutto questo ha determinato un grave deficit sostanziale di democrazia, fino al punto che alcuni politologi affermano, non a torto, che siamo entrati in una fase, che viene definita della “post democrazia”, nel senso che i tradizionali strumenti di garanzia si vanno rivelando insufficienti, in primo luogo la libertà di stampa, che oggi non è più sufficiente a garantire il pluralismo, nonostante l’avvento del web, che certamente ha ripristinato un certo livello di democrazia.

Quando il dominio dei mezzi di comunicazione di massa è concentrato in poche mani, la conseguenza è la caduta dello spirito critico, che avvia la società verso l’autoritarismo, il dispotismo, la dittatura. Il fenomeno era stato intuito, quasi due secoli fa da Alexis de Toqueville, il quale aveva espresso le sue riserve sul mero concetto di democrazia, come sul liberalismo in quanto tale. Il grande pensatore aveva sottolineato come anche un sistema democratico può generare un regime dispotico (quello che stiamo registrando attualmente) e invece possono nascere, in periodi di assolutismo illuminato, regimi liberali, come in alcune società primordiali, governate dai saggi o alcuni esempi di Polis della Grecia antica. E’ dalla coniugazione dei due termini e di quanto da essi discende che nascono i sistemi politici migliori, cioè le Democrazie Liberali.

La profezia si è avverata. Il problema ancora privo di soluzione, è come riuscire a garantire nelle società di massa, che i sistemi politici non scadano in perniciose forme di democrazia plebiscitaria e che venga quindi assicurata, accanto alla formale partecipazione democratica, la effettiva libertà, senza la quale le società rischiano di scivolare nel dispotismo.