Alcuni indicatori, anche internazionali, inducono a prevedere che la situazione economica, che ha dato già qualche segnale positivo, si avvierà verso una fase di ulteriore, modesto, ma percettibile miglioramento. Infatti, il crollo dei prezzi dei prodotti petroliferi (merito indiscutibile di Renzi) alleggerirà la bolletta energetica. La grande immissione di denaro fresco decisa dalla BCE, al ritmo di sessanta miliardi al mese,  darà ulteriore ossigeno alle banche e dovrebbe consentire di far arrivare almeno una parte delle nuove disponibilità ad imprese e famiglie (ovviamente un altro indiscutibile merito di Renzi). Il deprezzamento di circa il dieci per cento dell’Euro sul dollaro, (merito assoluto della decisa azione di Renzi) rappresenta un’opportunità straordinaria per le esportazioni delle nostre produzioni manifatturiere.

La emanazione dei decreti attuativi del Job Act, secondo il ministro Padoan, in cinque anni, dovrebbe assicurare l’incremento di quasi un punto di PIL. Non è molto, ma in ogni caso, dopo oltre venticinque anni dalla caduta del muro di Berlino, la scelta di adeguare il nostro regime lavoristico alle regole prevalenti in Europa, consente di avviarci, faticosamente, al superamento di una legislazione  da  socialismo reale. Molte contraddizioni ed aree di incertezza rimangono, anche perché ormai siamo abituati a diffidare delle libere interpretazioni estensive della nostra magistratura, che potrebbe attestarsi su una lettura conservatrice, ignorando il senso della nuova normativa. Purtroppo la responsabilità civile dei giudici è un tabù di cui non si può parlare. Il Presidente del Consiglio, questa volta si, ha il diritto di gridare forte che il merito è tutto suo. Tra incertezze e marce indietro, non si può non riconoscere che la riforma dell’art. 18 l’ha voluta il suo governo ed ha ottenuto un risultato, non completo, ma apprezzabile, tanto che la rottura con i sindacati, con SEL, con la Boldrini e con 5Stelle, è stata molto aspra. Il vero problema viene adesso. Il provvedimento sul lavoro è stato scritto sotto dettatura di Bruxelles, ma l’opera di risanamento non è finita, anzi non è ancora cominciata.

Il Commissario alla Spendig Review Aldo Cottarelli è fuggito a gambe levate quando si è reso conto che nulla, ma proprio nulla, di quello che aveva proposto di tagliare, (ed era tanto) poteva essere minimamente toccato, perché significava smantellare le rendite di posizione di una miriade di corporazioni parassitarie, che vivono approfittando degli sprechi della spesa pubblica, ma che  rappresentano lo zoccolo duro dell’elettorato governativo. Assieme a Cottarelli, sono scomparsi anche i faldoni che contenevano le sue relazioni e le connesse, consistenti, proposte di tagli per cifre dell’ordine di decine di miliardi. Perduti tali documenti nel tragitto tra Ministero dell’Economia e Palazzo Chigi, si è salvato l’esercito di sanguisughe del denaro pubblico, che non ha uguale al mondo e che va annoverato tra le eccellenze italiane, ma a cui, sia il PD che Renzi, non senza la complicità delle opposizioni, tengono moltissimo.

Non si venderà quindi un immobile inutile, meno ancora una sola azione delle imprese a capitale statale. Non verranno toccate le settemila società di gestione dei servizi locali, quasi tutte passive, alcune senza alcuna operatività, molte altre con più amministratori che dipendenti. Le poche Società di una certa dimensione ed in grado di produrre profitti, sia nazionali che del territorio non verranno liberalizzate per continuare a piazzare manager fedeli, dare commesse a società amiche, assumere clientele, favorire i soliti intermediari ed ottenere laute commissioni da versare in paradisi fiscali, mantenere intatti gli opachi rapporti tra aziende pubbliche e politica. Tale scelta servirà ad evitare che il ricavato delle vendite possa essere utilizzato per abbattere il debito pubblico, sanare il dissesto dell’Ente locale o  impiegarlo in nuovi investimenti produttivi, che darebbero occupazione.

Peccato! Sosteniamo da mesi che, riducendo significativamente la spesa clientelare e parassitaria e dando altresì vita ad un provvedimento coraggioso che congeli tutte le inutili tagliole burocratiche, (salvo verifica successiva dei requisiti) potremmo agganciare la ripresa, sorprendendo tutti e smentendo il pessimismo europeo nei confronti dell’Italia.

Se poi il Governo decidesse, anche con l’aiuto di una o più società veicolo, eventualmente con capofila la Cassa Depositi e Prestiti, di mettere in vendita beni mobili ed immobili dello Stato, compresi quelli confiscati alla criminalità, che in gran parte si stanno perdendo, si potrebbe conseguire una importante riduzione del debito pubblico, con consistente risparmio sugli interessi. Le risorse reperite potrebbero essere destinate per la necessaria e non più rinviabile riduzione della insopportabile pressione fiscale.

Renzi sceglierà di subire ancora una volta i veti delle lobbyes che si oppongono a tutto questo, o intende realizzare l’unica riforma  utile alla ripresa economica?

L’occasione irripetibile è oggi. Domani potrebbe essere troppo tardi. Accantoni per un attimo il veloce Capo del Governo le meno urgenti e divisive riforme istituzionali. Quello di cui tutti sentono un grande bisogno è di un forte intervento per il rilancio dell’economia e la definitiva scelta di chiudere la troppo lunga parentesi di uno statalismo fallimentare, avviando una nuova fase di liberalizzazioni.  Non vi sono infatti altre formule per creare nuovi posti di lavoro, concorrenza, ripresa produttiva e, contemporaneamente, sconfiggere l’economia parassitaria, fondata sulla corruzione e sull’evasione fiscale.