Con troppa indifferenza, sulla pelle degli italiani sta scivolando la grave vicenda delle dimissioni del Capo dello Stato, come il successivo confronto tra le forze politiche per individuare la figura del successore. E’questa sicuramente una situazione molto preoccupante, che dimostra un diffuso senso di rassegnata sfiducia popolare verso le Istituzioni. La vessazione fiscale, l’impoverimento generale dovuto ad una crisi economica che non viene adeguatamente affrontata, la conseguente disoccupazione, i fallimenti e le chiusure delle aziende, il dilagare della corruzione e delle ruberie, l’insopportabile interdizione da parte del mostro burocratico, vengono addebitati, purtroppo non a torto, all’incapacità ed all’arroganza di partiti oligarchici, privi di radici e senza visione del futuro. Purtroppo una sorta di diffusa rassegnazione porta, anziché alla richiesta di maggiore democrazia ed alla voglia di partecipare, alla spasmodica ricerca dell’uomo solo al comando, cui affidare tutto il potere, nella errata convinzione che la delega di sovranità possa essere l’ultima speranza da coltivare. La politica quindi non è più confronto, o anche scontro, tra idee e valori, ma tra uomini che si contendono l’affidamento di quote di potere sempre più ampie.

I cittadini smarriti hanno rinunciato a reagire persino di fronte allo scandalo del pagamento di un riscatto di ben dodici milioni di euro, in un momento di grande difficoltà come quello attuale, per liberare due imprudenti ragazzotte, che erano andate in un territorio, dove è in corso una pericolosissima guerra civile, animata da un feroce fondamentalismo, senza essere state inviate da alcuna istituzione internazionale umanitaria. Altri Paesi, in analoghe circostanze, hanno dimostrato fermezza assoluta, anche di fronte alla ferocia di terroristi, che continuano ogni giorno a trasmettere ai media di tutto il mondo i filmati degli assassinii di cittadini occidentali, da loro compiuti, definendoli “esecuzioni degli infedeli”. Tali immagini, che hanno destato commozione ed allo stesso tempo raccapriccio, tuttavia, dimostrano che il mondo civile non intende indietreggiare di fronte alla minaccia del terrore. Una indiscutibile conferma è stata  l’imponente manifestazione di Parigi, quale risposta alla vigliaccheria della strage compiuta nella redazione di Charlie Hebdo e di quella del giorno successivo al supermercato ebraico Kosher. La libertà e la democrazia sono valori non negoziabili, pertanto la risposta al terrore non può che essere decisa e inflessibile.

L’Italia, invece, pagando il riscatto delle due ragazze, dimostra di essere il ventre molle dell’Occidente e, anziché combattere il fondamentalismo terroristico,finisce col finanziarlo, come ha già fatto in molte altre occasioni, con Governi di diverso segno politico: dalla liberazione della redattrice del Manifesto, Giuliana Sgrena, costata la vita al coraggioso funzionario dei servizi, Nicola Calipari, a quella delle due Simone, o alla più recente del redattore della Stampa, Domenico Quirico. Da un lato quindi il nostro Paese, in nome del principio dell’accoglienza, fa entrare in territorio europeo come rifugiati, alcuni pericolosi nemici della nostra civiltà, dall’altro fornisce ingenti risorse economiche al terrorismo islamico, attraverso tali pagamenti.

L’opinione pubblica è turbata, ma sembra rassegnata a veder giocare all’Italia un ruolo di secondo piano sulla scena mondiale ed europea. Questo spiega il disinteresse verso la politica in generale e persino rispetto al tema delicatissimo della scelta del prossimo Presidente della Repubblica.

I Capi dello Stato, che si sono succeduti dopo la proclamazione della Repubblica, sono strati tutti figure autorevoli ed hanno svolto una funzione costituzionalmente  di bilanciamento del potere dell’Esecutivo e del Governo, che negli ultimi decenni è divenuta via via sempre più rilevante. Sarebbe pericoloso quindi affidare un ruolo così delicato ad una personalità di modesto livello, che dovesse rivelarsi facilmente assoggettabile all’influenza di Palazzo Chigi.

La nostra propensione è stata sempre per un ordinamento statuale di stampo parlamentare, come quello disegnato nella nostra Carta Fondamentale, che fa leva sull’equilibrio dei poteri e riteniamo corrisponda meglio alla visione di una Democrazia Liberale.Tuttavia, anche una riforma in senso presidenziale o semi presidenziale, potrebbe trovarci non ostili, ma a condizione che vengano affidate alla sovranità popolare sia la elezione diretta del Capo dello Stato che quella del Parlamento. Sarebbe preoccupante un futuro in cui dovessero risultare sbiaditi i poteri del Presidente della Repubblica, rafforzati quelli del Capo del Governo e marginalizzato il ruolo delle Assemblee legislative. Principalmente se si dovesse dar vita ad una Camera di nominati dai capi-partito con grande premio alla prima lista (replicando sostanzialmente gli stessi elementi di incostituzionalità del Porcellum)e ad un Senato semplicemente decorativo, eletto in secondo grado da Regioni e Sindaci, i quali hanno la maggiore responsabilità per il dissesto della finanza pubblica; indirizzo verso il quale si muovono le riforme costituzionali in atto in discussione all’interno di un Parlamento, che mostra di ignorare di essere stato delegittimato dalla sentenza della Consulta.

La rassegnazione popolare e l’assenza di forze politiche identitarie, portatrici di visioni chiare e coerenti con le rispettive radici culturali, stanno consentendo a movimenti politici padronali o guidati da dilettanti allo sbaraglio di trovare una scorciatoia per cambiare il nostro impianto costituzionale a misura delle ambizioni e degli interessi dei loro leader. Un Capo dello Stato debole o non all’altezza delle proprie responsabilità costituzionali, potrebbe facilitare e rendere più rapido il processo di grave involuzione delle nostre Istituzioni democratiche, aprendo una nuova, pericolosissima stagione autoritaria, vero obiettivo del cosiddetto “Patto del Nazareno”.