La società italiana, in preda allo smarrimento, si rifugia nell’astensionismo, che ormai ha raggiunto livelli dell’ordine del sessanta per cento. Pertanto un soggetto che vince le elezioni con il quaranta per cento dei voti espressi, conquista il governo di un Comune, di una Regione o della Nazione, pur disponendo di un consenso reale di appena il quindici per cento degli elettori. I principali attori della politica sembrano non dare peso a tale fenomeno, che invece delegittima nel loro complesso le Istituzioni democratiche.

La deriva plebiscitaria impressa da partiti padronali e sostenuta da una stampa prezzolata, genera la esasperazione dei cittadini, vessati da un sistema fiscale insopportabile, da una burocrazia invasiva, dalla tragedia della disoccupazione dei figli, dalla perdita di valore del bene rifugio della casa, sulla quale si è abbattuta una insopportabile tassazione, cresciuta nell’ultimo triennio di oltre il duecento per cento.

Intanto la miserabile politica politicante continua ad occuparsi soltanto di mantenere o accrescere il proprio potere. Infatti il Governo con la maggioranza che lo sostiene, anziché intervenire energicamente per rilanciare l’economia, si preoccupa di come aggirare il principio della sovranità popolare, abolendo il Senato ed approvando una legge elettorale, incostituzionale come la precedente, per assicurare una maggioranza assoluta (con deputati nominati) al primo partito, magari sostenuto dal consenso di appena un quindici per cento degli aventi diritto al voto.

La presunta opposizione si occupa soltanto di accordarsi con la maggioranza per scegliere un Capo dello Stato non ostile e per tutelare gli interessi delle aziende del suo leader. Infatti i partiti dominanti sono tutti di stampo plebiscitario e si identificano con il nome del proprio padrone, cui è attribuito il diritto esclusivo della scelta dei famigli da mandare in Parlamento a premere bottoni.

Siamo preoccupati di fronte al fenomeno di un qualunquismo rivolto contro tutto e tutti, alla ricerca di risposte immediate. Una rabbia generalizzata, aggravata dalla Crisi economica e dalle calamità dovute all’incuria verso il territorio, si indirizza verso la politica, la burocrazia, i sindacati, le strutture poco funzionanti di sevizi pubblici, il mancato funzionamento di ospedali, ferrovie, strade, aeroporti. E’ fuor di dubbio che tutto questo sia in gran parte colpa di un apparato pubblico inefficiente, anche se per fortuna non è tutto così. Colpire nel mucchio significa di fatto demonizzare anche quel poco che funziona e consentire ai demagoghi, ai cialtroni, ai disonesti, agli incapaci, agli infiltrati, di mimetizzarsi.

Tuttavia c’è voglia di un rinnovato impegno civile, che si era perduto negli scorsi anni, pur prevalendo sovente slogan beceri, ripetitivi, spesso nostalgici del passato.

Per obiettività non si può non riconoscere che la protesta di piazza organizzata e diretta dal sindacato e dai cui contenuti siamo lontani mille miglia, fino a quando non prevalgono le frange radicali oltranziste, consente ad una parte del mondo della sinistra di ritrovare le ragioni profonde del proprio essere, le parole d’ordine che la caratterizzano. Serve infatti a far emergere la coscienza della necessità di una mobilitazione collettiva per tutelare interessi, ma soprattutto per ritrovare le motivazioni ideali dello stare insieme, rifiutando di consegnare il proprio destino ad un uomo solo al comando, depositario dei destini di una intera, plurale popolazione.

Anche sul versante della destra politica si comincia ad avvertire la necessità di una nuova forma di mobilitazione, che non sia limitata ad una sterile contrapposizione parolaia alla sinistra ex o post comunista. Purtroppo l’unico ad aver colto tale novità è il nuovo leader della Lega, Matteo Salvini, che sta tentando di darsi una proiezione nazionale, abbandonando il vecchio armamentario bossiano delle miopi rivendicazioni nordiste e della minaccia di secessione. Purtroppo, anziché muoversi in direzione della nascita di una rispettabile destra conservatrice, come nelle altre maggiori Nazioni europee, il nuovo corso leghista sta andando nella direzione della imitazione del lepenismo, aggravato da inquietanti alleanze con movimenti neofascisti, come Casa Pound e, forse, Fratelli d’Italia, che potrebbe temere di non raggiungere la soglia di sbarramento.

Preoccupa invece che la grande area del ceto medio, al netto dei soliti opportunisti convertiti al renzismo per stare dalla parte del potere, ingrossa le file dell’astensionismo e si rifugia anch’essa in apocalittici slogan nichilisti, non comprendendo che l’antipolitica si sconfigge soltanto con la buona politica. Il fallimento, ormai evidente, del velleitario tentativo di Grillo ne rappresenta la dimostrazione più chiara. Restano in campo soltanto il cesarismo di velluto del renzusconismo, che ormai palesemente progetta una soluzione sostanzialmente autoritaria, ed i due estremismi contrapposti di destra e di sinistra, che si preparano ad imporsi dopo il fallimento dell’alleanza PD e FI.

Una ricetta liberale, basata sulla vendita del patrimonio pubblico, invece permetterebbe di superare lo statalismo ereditato dal consociativismo del compromesso storico palese o strisciante, di ridurre in modo consistente il debito pubblico ed il conseguente carico di interessi, oltre a permettere una drastica riduzione della pressione fiscale e della asfissiante burocrazia, comprimendo la spesa pubblica e rimettendo in moto il meccanismo virtuoso degli investimenti e della conseguente occupazione.

Purtroppo l’Italia è forse il solo Paese del mondo occidentale dove la classe media non ha una cultura liberale e non ha il gusto del rischio, della competizione, dell’affermazione del merito, mentre si rivela sempre alla ricerca del privilegio, piccolo o grande che sia, del favoritismo pubblico, spesso anche della furbizia, dell’espediente per l’evasione fiscale e talvolta della corruzione.

La totale assenza di una stampa libera non agevola il necessario processo di maturazione e di assunzione di responsabilità da parte di quella che dovrebbe invece candidarsi ad essere la classe dirigente.

Non possiamo rassegnarci. Per questo è necessaria una “rivoluzione liberale”.

Tratto da Rivoluzione Liberale