Il 25 novembre è la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle donne.
Tante le iniziative organizzate per sensibilizzare le persone su una tematica che caratterizza la cronaca nera ogni due giorni in media.
Dati sconcertanti anche nel 2014, si apprende infatti  che “ogni due giorni una donna è vittima della violenza di un uomo”
La regione Sardegna, segnala dati allarmanti perché aumentano le segnalazioni, del 35% rispetto agli anni precedenti, di stalking e atti di violenza.
Negli ultimi anni  le statistiche ci confermano  un aumento dei femminicidi in Europa e  in Italia, anche se stante  un sondaggio effettuato  a marzo a livello europeo , condotta dalla Agenzia Europea dei Diritti Fondamentali, l’Italia  si pone  al 18 posto con il 27% tra i 28 paesi dell’ Unione, dato sorprendente, stabilendo  che gli abusi di genere sono molto più diffusi nell’Europa del nord dove i paesi scandinavi si pongono in vetta alla classifica.
Dati questi allarmanti che devono essere sopratutto da monito per le istituzioni e i governi, che dovrebbero creare politiche concrete contro la violenza di genere.
In molti comuni si organizzano flash mob, convegni tematici, anche in  ricordo delle vittime della violenza sulle donne.
Dunque numerosi gli   incontri per sensibilizzare sulla tematica:  l’ONU ha ripetutamente criticato lo Stato italiano per lo scarso e inefficace impegno contro questo tipo di violenza, esprimendo preoccupazione per l’alto tasso di violenza contro donne e bambine italiane e immigrate.
I numeri parlano chiaro:  128 vittime uccise a gennaio 2013 , 17 miliardi spesi per assistenza medica, psicologica e legale per i danni alle donne subiti per femminicidio.
Nella maggior parte dei casi parliamo di donne uccise dal compagno o dall’ex compagno, soggetti dai quali non ci si dovrebbe difendere facendo, così, diventare la violenza domestica una delle cause maggiori per questo tipo di delitti.
In mancanza di un’azione sistematica di organi competenti della società civile, si moltiplicano le iniziative di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne soprattutto in questa  giornata indetta dall’Onu.
A livello normativo un passo avanti è rappresentato dalla Convenzione di Instambul, maggio 2011 che   è basata sulle tre P:
prevenzione, protezione e punizione dei colpevoli.
La Convenzione, è entrata in vigore anche in Italia, ci rende felice il fatto che sia stato uno tra primi  paesi a ratificarla,  ma nella sostanza rimane ancora “lettera morta”, purtroppo.
E forse il passaggio proprio dalla normativa alla sua applicazione che deve diventare elemento fondamentale, su cui impegnare le forze.
Lo hanno dimostrano anche le statistiche del 2013  ben il 51,9% delle  vittime di omicidio (17 in valori assoluti) aveva segnalato/denunciato alle Istituzioni le violenze subite, ed è questo l’aspetto più agghiacciante.
Un azione mirata deve giungere ad una prevenzione culturale prima di tutto nelle famiglie e nelle scuole durante la formazione ed educazione dei giovani, sulla differenza di genere e sul rispetto.
E’ necessario far comprendere il ruolo fondamentale da assegnare alle donne che donano la vita e formano gli uomini del domani.
“Prevenzione educazione e rispetto” dovrebbero essere le parole chiave di questa lotta culturale in quelli che si definiscono paesi civili.
Ma per far ciò è necessario il tempo, e in un momento come questo dove il femminicidio  diventa una “piaga sociale”  e fenomeno malsano da contrastare, sono necessarie “riforme strutturali”  capaci di curarle e di punirle, senza la ricerca di attenuanti in nessun ambito.
L’utilizzo delle parole da parte dei media diventa fondamentale: “delitti passionali” o di “attacchi di gelosia”, troppo spesso indirettamente giustificano  le cause più profonde dei femminicidi, minimizzando l’atto  più misero di un uomo nei confronti di una donna e mettendo in secondo piano una vittima innocente.
“La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”  scriveva Asimov, misera ancora di più se perpetuata in nome di un amore che non si sa gestire,  chiusa e nascosta dentro le mura domestiche che troppo spesso si conclude con l’omicidio della vittima.
Le donne dovrebbero essere accompagnate in un percorso psicologico che faccia comprendere loro che subire passivamente la violenza di un uomo è sbagliato e deve essere denunciato.
Ma contemporaneamente le istituzioni si devono dimostrare concretamente efficaci nel tutelarle dopo la denuncia non lasciandole abbandonate nel percorso più difficile che una donna può affrontare.
“In un paese dove si insegna alle donne a difendersi dalla violenza e non agli uomini a non commettere violenza” bisogna intervenire, le istituzioni si devono “assumere” la responsabilità  del cambiamento, “invertendo” la rotta, anche e sopratutto culturalmente.
Sostituiamo l’espressione “Ti amo da morire con ti amo da vivere.”