>>>ANSA/PD: RENZI, CHI VINCE LE PRIMARIE SIA CANDIDATO A PREMIER

Caro Presidente Renzi,

non nego che Lei mi risulta cordialmente antipatico, poiché rappresenta l’esatto opposto del mio modello culturale di riferimento. Non mi piace il suo atteggiamento scanzonato, provocatorio ed irriverente, meno ancora la sua supponenza senza alcun solido supporto nei contenuti. Lei esprime la più sgradevole forma di arroganza, la più classica doppiezza di stampo democristiano e la manifestazione eclatante della furbizia italica. La ritengo inoltre pericoloso per la democrazia, non tanto perché le attribuisca un tale carisma da potersi spingere fino ad assumere comportamenti totalitari: per questo ci vorrebbe ben altra statura. Temo piuttosto che le cosiddette riforme che, nell’indifferenza generale, Lei vorrebbe imporre, e probabilmente riuscirà ad imporre, determineranno una mutazione genetica profonda del nostro ordinamento statuale ed avranno conseguenze irreparabili per il sistema democratico. La sostanziale convergenza di interessi con Berlusconi e la possibilità, al contempo, di condurre la politica dei due forni con un altro soggetto a vocazione autoritaria come il M5S, finiranno col fare il suo gioco. La nostra democrazia parlamentare diverrà così un sistema plebiscitario, padronale. Francamente mi preoccupo più di quanto potrà avvenire dopo il suo inevitabile scivolone, che dei guasti che lei stesso potrà operare.

La accusano di voler rappresentare l’uomo solo al comando, ed è vero, ma poiché nel DNA  lei rimane sempre un democristiano, so bene che  cercherà di galleggiare tra populismo e poteri forti. Ma cosa potrà succedere dopo  il suo sicuro e, spero rapido, declino?

Non so se lei si ponga simili domande, che tuttavia sarebbero opportune, principalmente dal momento che ha in programma di modificare profondamente l’impianto costituzionale della Repubblica. Personalmente provengo da una solida formazione, che fa del metodo della ragione la stella polare di ogni scelta, ed a questa rimango saldamente ancorato. Mettendo da parte quindi l’antipatia, che le ho confessato, vorrei tentare di entrare per un momento nei suoi panni e domandarmi se, anche lei, di fronte all’evidenza di fatti incontrovertibili che le accadono intorno, (caduta inarrestabile del PIL italiano, record della disoccupazione, chiusura a ritmo serrato di aziende, diffidenza crescente dell’UE) non possa, per una improvvisa folgorazione, decidere di prendere in considerazione una strada diversa da quella suicida, che ha finora coerentemente percorso.

Per tale ragione mi permetto di darle un consiglio, non richiesto e, probabilmente non gradito. Appare evidente che la navigazione a vista da lei scelta, tra furbate e aggiustamenti impercettibili, abbia il fiato corto. L’espressione di sfida aperta, che le riserva puntualmente un personaggio che riesce a superarla in antipatia, come il vice presidente della Commissione europea Katainen, dovrebbe indurla a riflettere. Bruxelles la sottoporrà ad ulteriori, infinite mortificazioni, purtroppo non senza qualche solida ragione e probabilmente finirà con l’aprire di nuovo una procedura di infrazione in danno del nostro Paese. In effetti, le sue giravolte attorno a decimali di aggiustamento, non solo non risolvono il problema principale dell’Italia, ma neppure lo affrontano, mentre hanno consentito al finlandese con la faccia da ragazzino viziato, primo della classe, che guarda con sufficienza Gianburrasca, di ricordarle che il vero problema dell’Italia è il debito pubblico, non altro. Ed anche il modesto burocrate Junker (piccolo politicante di professione del Lussemburgo in servizio permanente effettivo nel ruolo di superconsulente della elusione fiscale delle grandi aziende europee, oggi arruolato alla corte della Signora Merkel) le ha risposto per le rime, ignorando che lei è attualmente il Presidente di turno del Consiglio Europeo, anche se nessuno sembra essersene accorto. Fin quando nel nostro Paese tale questione cruciale non verrà seriamente affrontata, non sarà possibile alcuna inversione di una perversa tendenza all’inesorabile declino.

Capisco che si tratta di una questione complessa e che la scelta di affrontarla, non sarà priva di polemiche e di reazioni da parte di chi si avvantaggia del sistema ingessato e clientelare, che vi ruota intorno. La invito tuttavia a rileggersi alcune paginette di Einaudi, esemplari per la loro semplicità, pur trattando di una materia molto complessa. Il grande economista liberale invitava a seguire il comportamento di ogni buona massaia, che, dovendo obbligatoriamente far quadrare i conti familiari, si vede costretta a razionalizzare tutte le spese. In termini molto più difficili, questo si chiama Spendig Review, che mi sembra stia scomparendo dai suoi radar, perché tocca troppi interessi, che lei non vuole e non può scalfire.

Torniamo alla massaia, che sa di dover mandare avanti la famiglia e di avere dei debiti elevati da onorare. Per fortuna ha un patrimonio, poco produttivo, ma non indifferente. Vende tutto o gran parte di esso, elimina o riduce in modo consistente i debiti e volta pagina. Ora, caro Renzi, si domandi se decidesse di vendere patrimonio pubblico per tre o quattrocento miliardi, anche ricorrendo ad iniziative di ingegneria finanziaria, molto in uso nel mondo moderno, la situazione dell’Italia non cambierebbe di colpo e lei non potrebbe andare a Bruxelles a fare uno sberleffo a Katainen ed a Junker? Basterebbe chiedere alla Cassa Depositi e Prestiti di farsi capofila di una importante iniziativa finanziaria, insieme a grandi investitori internazionali, per acquistare e rivendere sul mercato la inutile RAI, Finmeccanica, ENI, Enel, Ferrovie, Poste, Terna, Fincantieri, porti, aeroporti, strade, settori ben identificati e in grado di essere messi a reddito dei Beni Archeologici e culturali, ovviamente beni immobili non strumentali, imponendo con decreto di fare altrettanto in tempi brevi alle società dei servizi di Regioni ed Enti territoriali. Il ricavato dovrebbe tutto essere destinato a ridurre il debito pubblico accumulato. Ciò consentirebbe di risparmiare almeno venti o trenta miliardi l’anno di interessi e rimetterebbe in moto l’economia. Inevitabilmente, per l’appetibilità dell’iniziativa, arriverebbero molti investitori stranieri e l’Italia, avendo ceduto assetimmobiliari e mobiliari, scarsamente produttivi, avrebbe rimesso in  moto la propria economia, creando i famosi posti di lavoro, che con il suo Job Act non si vedranno mai.

La seconda mossa potrebbe essere, grazie agli effetti positivi della prima, una massiccia azione di contenimento della pressione fiscale, che tuttavia non dovrebbe ancora una volta essere selettivamente finalizzata a favorire le categorie  elettoralmente orientate verso di lei, ma puntare ad una riduzione delle aliquote IRPEF (tutte) ed all’eliminazione dell’IRAP, per poi passare ad una completa revisione della tassazione sugli immobili, caotica ed insostenibile e che, con la revisione degli estimi, rischia di diventare espropriativa.

Persino lei, Renzi, se solo lo volesse, potrebbe cambiare verso all’Italia, rimettendola sulla via dello sviluppo, senza dare spallate alla democrazia, ma occupandosi soltanto del risanamento finanziario. La ripresa economica, innescando il processo virtuoso (riduzione del debito, riduzione della spesa pubblica, riduzione della pressione fiscale) sarebbe spontanea.

Tratto da Rivoluzione Liberale