I Repubblicani, negli Stati Uniti  d’America, hanno vinto le elezioni di medio termine ed hanno conquistato la maggioranza sia alla Camera che al Senato. Il Presidente Obama avrà a che fare con una maggioranza di segno opposto in questi due ultimi anni del suo mandato. La sconfitta dei democratici è di tutta evidenza, ma non sorprende molto. Chi conosce gli USA e vi soggiorna spesso sa bene che c’era da aspettarsi questo risultato.

In America e nel resto del mondo si conoscono bene e si apprezzano  i meriti di Obama, specialmente per aver raggiunto obiettivi insperati in economia, in stabilità monetaria e nel rilancio industriale e dell’occupazione. Sono meriti, però, che non sono stati sufficienti a portare il suo partito a vincere le elezioni di mezzo. La stessa media di affluenza alle urne è rimasta intorno al 40% e la rivincita dei repubblicani era quasi certa.

Molteplici e complesse sono le motivazioni che possono spiegare questi esiti elettorali. Non ci avventuriamo in analisi che spesso peccano di omissioni in quanto ci troviamo nel periodo più delicato di una Presidenza, che è quello relativo agli ultimi due anni di otto anni di governo di una grande democrazia. Infatti Obama è alla scadenza del secondo mandato. E in America i Presidenti non si possono ricandidare all’infinito. Otto anni, divisi in due mandati di 4 anni, è il massimo previsto.

Una delle cose importanti di questa tornata elettorale, che una corretta e completa informazione avrebbe dovuto mettere in luce, è l’affermazione di Obama che, dopo la sconfitta del suo partito, ha dichiarato di non sentirsi sconfitto: “questo risultato elettorale mi entusiasma, non mi delude”.

Sono le parole, quelle di Obama, che qualsiasi altro Presidente degli Stati Uniti, magari con toni o contenuti differenti perché riferibili alle diverse contingenze storiche, avrebbe potuto dire  innanzi ad un risultato elettorale avverso al suo partito e avverso, ovviamente, anche alle sue indicazioni politiche. Un risultato elettorale che gli impone, quindi, di rivedere e modificare alcuni suoi obiettivi in ossequio al volere liberamente espresso dal popolo americano. Sono parole che dimostrano una cultura democratica, una cultura fatta di rispetto degli esiti elettorali, una cultura che fa della politica l’arte del possibile nel governo della cosa pubblica, una cultura che è la nobile mediazione fra interessi contrapposti e che viene nobilitata proprio quando si verificano situazioni di forte divergenza.

Questa cultura è proprio ciò che manca alla giovane e fragile democrazia italiana caratterizzata da frequenti derive plebiscitarie e semplificazioni che nulla hanno a che fare con gli elementi essenziali di un sistema effettivamente democratico.

Alcuni commentatori italiani che, semplificando, hanno subito parlato di Obama come un’anatra zoppa, non sanno o fanno finta di non sapere il valore e l’importanza della democrazia americana.

Questi commentatori dicono mezze verità per non far comprendere alla grande opinione pubblica italiana cosa veramente accade in America, cioè in una democrazia matura e consolidata, quando un Presidente abbia a che fare con una maggioranza di segno opposto al Congresso o al Senato.

Non dicono che la Costituzione americana è di antica fattura e non viene cambiata con il cambiamento di una maggioranza, è radicata nella coscienza del popolo e non consente l’appropriazione, in termini feudali, dei palazzi del potere da parte dei partiti politici, è basata sulla divisione dei poteri e non nella somma dei poteri posti in capo ad un uomo solo al comando, è la legge delle leggi che comporta rispetto per le istituzioni e per i controlli di stampo democratico, quei controlli che,  per esempio, sono le elezioni di medio termine.

Non spiegano bene il perché e il percome il Capo dell’Esecutivo, in America, non cambia col cambiare delle effimere maggioranze parlamentari. Non dicono che il Presidente, salvo il caso di impeachment, porta a termine il suo mandato con i pieni poteri trovando il modo di rispettare la volontà popolare nel prosieguo del suo impegno.

Non dicono che altro è il compito e le funzioni dell’Esecutivo, altro è il compito e le funzioni delle assemblee legislative.

Non sanno o fanno finta di ignorare che la divisione e l’equilibrio dei poteri, descritti da Montesquieu, negli USA non sono una pagina di filosofia del diritto, ma l’unico modo di essere e di agire della democrazia, la democrazia che in America c’è.

E in America l’impianto costituzionale è ossequioso ai voleri del popolo ed ha in se stesso i corpi e gli anticorpi per procedere in armonia fra le diverse istituzioni, anche quando il Capo dell’Esecutivo sia innanzi ad una maggioranza parlamentare di segno opposto.

Questa è la bellezza e la grandezza della democrazia americana.

Non siamo meravigliati della scarsa attenzione che si ha in Italia per la salute delle istituzioni  democratiche degli USA.

Non siamo meravigliati perché l’Italia è un Paese facile preda delle tentazioni autoritarie e antiliberali.

Qui si rivendica il “diritto” di sapere chi “comanda” dopo una tornata elettorale come se la democrazia rappresentativa fosse una specie di ruota della fortuna o una lotteria.

Qui si parla di politica con atteggiamenti e pretese improntati all’idea del “comando”  sconoscendo volutamente il significato e la portata della vera differenza funzionale e strutturale tra soggetti preposti ad una funzione rivolta non a “comandare”, ma a “dirigere”.

Qui, quotidianamente, nascono partiti e partitini senza identità e senza storia.

Qui si vorrebbe modellare l’architettura costituzionale trasformando il capo dell’esecutivo nel sindaco d’Italia senza controlli, nemmeno quelli parlamentari sacrificati da richieste di voto di fiducia e da decretazione d’urgenza a raffica, per non parlare dalla pretesa di varare leggi delega di dubbia costituzionalità.

Qui il varo di una legge elettorale è diventato l’esercizio arbitrario di maggioranze  interessate a tutelare solo interessi particolari e di parte in barba al bene comune e agli interessi generali del Paese e in barba ai principi e ai valori della democrazia rappresentativa. Siamo finanche arrivati al punto di eleggere un Parlamento con una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta.

E senza elezioni di medio termine, l’unico controllo del popolo resta il solo voto (di stampo plebiscitario) una volta sola ogni 5 anni.

Il quadro politico-istituzionale italiano è desolante se si considera che ai nostri giorni siamo arrivati ad un superamento, nei fatti, di ogni idea di destra, di sinistra, di centro. Con il  sostegno e la complicità di gran parte dei media, è stato imposto un pragmatismo spregiudicato ed illiberale, rivolto a prefigurare una riforma costituzionale che, di fatto, punta sull’uomo solo al comando eletto in modo plebiscitario e che è finalizzata alla sostanziale soppressione di tutti i meccanismi di democrazia rappresentativa.

Tratto da Rivoluzione Liberale