Mentre in Gran Bretagna e Francia esplodeva l’illuminismo, nell’Italia, soffocata dal predominio culturale della Chiesa, stentava a penetrare, salvo l’attività di alcuni circoli di avanguardia.

A Milano fiorì l’Accademia dei pugni, che ebbe come fondatore ed animatore Pietro Verri, insieme al fratello Alessandro e, quale sede, il pianoterra del loro palazzo nobiliare. Tra i frequentatori più assidui e prestigiosi vi fu il giovane marchesino Cesare Beccaria, che, già durante gli studi, si era distinto per il proprio ingegno, tanto da esser soprannominato Newtoncino. Nel contesto del cenacolo intellettuale dei pugni, nel 1764, prima anonimo e non senza l’apporto di Pietro ed Alessandro Verri, fu pubblicato “Dei delitti e delle pene”, che ebbe subito uno straordinario successo in tutta Europa, tanto da farne il saggio più importante del secolo dei Lumi edito in Italia, che assicurò al giovane Beccaria un folgorante successo.

L’opera, rimasta pietra miliare della cultura giuridica e carceraria moderna, fu anche frutto delle discussioni dell’Accademia e dell’esperienza maturata dai fratelli Verri, che avevano conosciuto da vicino le miserevoli condizioni carcerarie lombarde ed avevano prestato assistenza ai detenuti indigenti, denunciando i frequenti soprusi da parte dei carcerieri, come degli stessi carcerati su quelli più deboli ed indifesi.

Il testo di Beccaria rappresentò una autentica rivoluzione culturale, in quanto riuscì a dare un volto laico al Diritto Penale, desacralizzandolo e riuscendo, per la prima volta, a teorizzare una netta distinzione tra reato e peccato, tra danno e colpa, tra pena ed espiazione. Tale ribaltamento dimostrò sostanzialmente l’abuso costituito dalla stessa esistenza di un Tribunale dell’Inquisizione, che tutelava l’ortodossia della fede religiosa. Al contempo sottolineò come altrettanto inaccettabile fosse un Giudice emanazione del privilegio oligarchico, poiché il compito di giudicare non poteva che appartenere ad una laica società di uomini liberi e indipendenti, vincolati soltanto al rispetto delle norme e che dovevano decidere su essere umani, tutti eguali di fronte alla legge.

Cesare Beccaria dimostrò come la proporzione tra il delitto e la pena dovesse dipendere esclusivamente dalla gravità del danno sociale di ogni singolo comportamento considerato illecito. Ne derivava, come naturale conseguenza anticipatrice della modernità, il rifiuto della pena di morte, considerata non giusta, non necessaria e neanche utile.

Il capolavoro di Beccaria, nato anche dalla feconda esperienza dell’Accademia dei Pugni, insieme ai fratelli Verri, (con i quali in seguito al successo del volume, si guastarono i rapporti) ebbe il merito di cogliere un profilo fondamentale, che, da solo, vale a dare un posto di rilievo all’illuminismo italiano, accanto a quello inglese e francese, e contribuì a determinare il clima culturale che produsse la fine dell’assolutismo e pose le basi al moderno pensiero liberale

Nell’Italia soffocata dall’invadenza della Chiesa cattolica, che imponeva alla società di uniformarsi ad una impostazione religiosa, “Dei delitti e delle Pene” rappresenta una lezione di civiltà intorno al Diritto Penale ed a quello penitenziario in particolare. La società moderna, non ha finito di pagare per intero il suo debito verso quella grande lezione di civiltà rispetto al sistema carcerario, ma, cosa molto più grave, ha dimostrato di non aver fatto del tutto proprio il messaggio liberale di modernizzazione di Beccaria, che purtroppo ancora oggi non ha perso la sua drammatica attualità.

Entrando in un’aula di tribunale, in un ufficio del Pubblico Ministero, persino in un commissariato di polizia, per non parlare di un istituto di pena, troppo spesso si percepisce la insopportabile indifferenza di chi ha il compito di sovrintendere alla nostra sicurezza, verso coloro che ne sono il misero oggetto, spesso sottoposti ad arbitri, atti di arroganza, infinita burocrazia, dinieghi dei diritti pur elementari, attese, risposte burocratiche. Per non parlare delle condizioni carcerarie vere e proprie, degne sovente di un Paese del terzo mondo, dove la popolazione detenuta è considerata alla stregua di una anomalia umana, nei cui confronti non esiste un lontano progetto di recupero e dove Beccaria è uno sconosciuto.

L’intero Paese è rimasto basito dinnanzi alla sentenza di assoluzione dei carcerieri di Stefano Cucchi, mentre ritornavano alla memoria le gigantografie del suo povero corpo martoriato, mostrate in aula dalla parte civile. Non intendiamo dare un giudizio sulla sentenza, sicuramente condizionata dalla difficoltà di raggiungere una prova certa di colpevolezza a carico di qualcuno degli imputati. Sconvolge la consapevolezza di un clima di violenza e di omertà, che rappresenta la vera cifra di una grave condizione di inciviltà giuridica diffusa. Non ci rimane che manifestare la nostra indignazione con un piccolo gesto simbolico: Portiamo ai nostri istituti di pena un grande numero di copie dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria.

Se non lo facciamo noi liberali, chi altro allora?

Tratto da Rivoluzione Liberale