Nel nostro Paese si respira un clima pesante, che non può non preoccupare. Gli italiani, colpiti da una grave e troppo prolungata  crisi economica, alla quale non erano preparati, dopo un lunghissimo periodo di benessere crescente, sono ormai in preda ad una sorta di furore contro tutto e tutti, anche se inespresso. Il primo bersaglio, ovviamente, è costituito dal mondo politico e dalla asfissiante burocrazia; un’insieme che viene identificato come “la casta”. Analogo nervosismo si registra nei luoghi di lavoro, dove L’imprenditore, che sovente è costretto a districarsi tra immense difficoltà per andare avanti, è visto solo come controparte, a causa del ritorno di alcuni luoghi comuni, cascami di un vetero sindacalismo, ormai desueto. Complici di un clima divenuto insostenibile sono i surreali messaggi salvifici di una classe politica improvvisata, amplificati dagli inutili e servili Talk show, che, cavalcando un opportunistico populismo, anziché assicurare un adeguato approfondimento, fomentano ancora di più il clima di  tensione. Come se l’audience fosse assicurata soltanto da distruttivi luoghi comuni ripetuti all’infinito, non si sente parlare che di privilegi del mondo politico, (ormai quasi tutti, e giustamente, cancellati) contribuendo a rafforzare una tendenza verso il disprezzo dei riti democratici e il vilipendio delle istituzioni.

Preoccupa registrare la sospetta sintonia di tali messaggi mediatici con i tentativi più che palesi della nuova razza di politici rampanti, che tendono a comprimere i margini di democrazia del Paese, definendoli rituali inutili.

Anziché abolire le Provincie, realizzando una necessaria riforma modernizzatrice di tali  Enti territoriali, la sbrigativa scelta del Governo è stata di sopprimere i consigli eletti dal popolo per istituirne altri nominati in secondo grado dai sindaci. Invece che tale trasformazione di facciata, si sarebbe dovuto cancellare l’Ente, passando le relative competenze ai Comuni capoluogo od alle Regioni, in attesa di una riforma complessiva, che riducesse le attuali oltre cento Provincie a trenta o quaranta Enti territoriali intermedi, insieme alla concentrazione del numero delle venti Regioni a cinque o sei e dei comuni da oltre ottomila a tremila, tutti con una più  sobria struttura, sia per quanto concerne i Consigli, che la quantità di assessori. In particolare per le Regioni, dovrebbero esser loro sottratti gli attuali  esorbitanti poteri legislativi e la facoltà discrezionale di spesa senza effettivo controllo. Si è realizzata invece una finzione di riforma, che  ha sostanzialmente sottratto ai cittadini il potere di eleggere i rappresentanti di  un livello amministrativo, affidandolo ai politicanti professionisti, con una conseguente contrazione di spesa irrisoria.

Nella medesima ottica si muove la riforma del Senato, fortemente voluta dall’accordo renzusconista. Esso, da Assemblea eletta direttamente dai cittadini, dovrebbe trasformarsi in un organo di secondo grado, composto da rappresentanti delle Regioni e dei Comuni. Il risultato, annunciato con enfasi, di una riduzione dei costi per la contrazione del numero dei senatori, si sarebbe potuto conseguire facilmente riducendo parzialmente anche l’esorbitante pletora di seicentotrenta  deputati, che la riforma in discussione non si preoccupa di contrarre. Appare in modo evidente che l’obiettivo è esclusivamente quello di espropriare al corpo elettorale il diritto di scegliere, cancellando il prudente bicameralismo, utilissimo per riflettere e riparare ad errori, ed affidando invece tutto il potere ad una sola Camera, dominata dalla forza di un Premier, che sceglierà gli eletti e si avvantaggerà di uno spropositato premio di maggioranza, insieme alla contemporanea espulsione dalla rappresentanza, attraverso sbarramenti inaccettabili, (fino all’otto per cento) di tutte le forze minori. L’impudenza di chi aspira ad essere l’uomo solo al comando, che nomina parlamentari, ministri, sottosegretari, alti burocrati, amministratori di aziende pubbliche e domina in maniera assoluta l’intero Paese, è arrivata al punto, nei giorni scorsi, da ventilare che il premio di maggioranza (già di per sé antidemocratico) dovrebbe andare non alla coalizione vincente, ma al primo partito, lasciando agli altri soggetti coalizzati il ruolo di semplici portatori di acqua, utili idioti al sevizio dell’Uomo del destino. Neanche Mussolini aveva osato tanto!

A Genova, è esplosa la rabbia dei giovani volontari che spalavano dopo l’ennesima inondazione causata dall’incuria della classe dirigente, i quali   hanno accolto in malo modo i Ministri, il Presidente della Regione, il Sindaco e persino Beppe Grillo. Indipendentemente da tale caso isolato, in cui la rabbia che cova, ha trovato un momento di clamorosa manifestazione, in generale gl’italiani, sommersi dai problemi e manovrati da media di regime, assistono silenziosi alla strage di democrazia in atto, forse pensando che affidare ad una persona sola la delega di occuparsi del loro destino, possa essere una semplificazione, anziché trovarsi di fronte ad una pletora di politici che si rimpallano le responsabilità. Purtroppo non viene tenuto in considerazione  che una concentrazione troppo grande di potere, come già durante il ventennio fascista, renderebbe inattaccabile il nuovo duce e quindi pericolosissimo.

Il quadro desolante che si presenta per il prossimo futuro, ci ricorda le parole di Winston Churcil, quando affermava che sì, la Democrazia è un pessimo sistema, ma non ne è stato inventato ancora uno migliore.

Non sarà facile opporsi ad un populismo dilagante, cavalcato da Renzi e Berlusconi da un lato, come da Grillo dall’altra, che ovviamente in questi giorni riprende quota, ma insistiamo nel ritenere che il nostro compito sia quello di  difendere la libertà ed il fondamento democratico della nostra Nazione, principi entrambi dei quali dobbiamo essere gelosi custodi.

Ogni popolo è artefice del proprio destino. Per quanto ci riguarda non abbiamo altra scelta  che continuare, come abbiamo ostinatamente fatto nell’ultimo ventennio, a combattere con coerenza per le nostre idee e per la difesa dei principi ai quali siamo stati formati ed in cui riponiamo fiducia, affidandoci all’antica regola: fai quello che devi, verrà quello che può!

Tratto da Rivoluzione Liberale