La improvvisa, quanto radicale svolta a destra di Renzi ha lasciato di stucco molti osservatori. A parte la spregiudicatezza della mossa, non ci sarebbe invece da stupirsi. La giravolta rientra nella più classica tradizione democristiana, di cui il giovane leader è senz’altro un erede legittimo.

Basterebbe ricordare che la DC negli anni sessanta e settanta dello scorso secolo ha utilizzato i voti raccolti a destra con il pretesto di bloccare il più grande partito comunista dell’Occidente, per perseguire, quasi sempre in accordo con quest’ultimo, politiche di sinistra.

Appartengono a quella fase consociativa riforme epocali, come lo Statuto dei Lavoratori, le cui conseguenze pesano tuttora in maniera significativa sulla nostra economia in crisi; oppure come  la Riforma Sanitaria, che ha affidato alle Regioni la principale componente della spesa pubblica ed ai politicanti di periferia la scelte più significative in ordine alle nomine nel delicato settore della salute. Risale a quel periodo la riforma del processo del lavoro, emanata senza tener conto del pericoloso sbilanciamento di alcuni settori della magistratura a favore delle pretese, a volte assurde, dei lavoratori dipendenti, iper garantiti da una fortissima pressione sindacale, rispetto al mondo del lavoro autonomo o a quello della miriade di piccole aziende e dei loro dipendenti, che, abbandonate a se stesse, chiudono o falliscono al ritmo di decine al giorno. E’, infine, per citare un’altra, forse la più macroscopica anomalia, la proliferazione clientelare di Aziende pubbliche, sia al Centro che in periferia, sovente specializzate soltanto in gestioni deficitarie, giungendo persino, unico Paese in Occidente, alla sfacciata istituzione per alcuni anni di un Ministero delle Partecipazioni Statali.

In effetti la differenza tra la vecchia DC e quella nuova, targata Renzi 2.0, consiste in una condizione esterna del tutto diversa. Infatti, quella vecchia, pur tendendo a realizzare, come realizzò, una politica consociativa col PCI, aveva in questo partito un antagonista elettorale, radicato sul territorio ed in alcuni gangli vitali della società, (Mondo culturale, sindacati, magistratura) e quindi elettoralmente molto pericoloso. Oggi il giovane Presidente del Consiglio di fatto non ha altri avversari che la minoranza del suo partito, al cui interno tende a produrre una irreversibile rottura, sapendo bene che il risultato sarebbe quello di trasformare la sua attuale opposizione in un gruppuscolo, che presto farebbe la fine di Rifondazione Comunista, forse senza ballare neppure una sola estate.

L’ accordo consociativo del Nazareno, che, da una prima fase di collaudo, è uscito rafforzato, gli garantisce inoltre un rapporto solidissimo con Berlusconi, di cui geneticamente è il vero erede politico. Per stabilizzare l’alleanza,  l’accordo tra i due prevede una legge elettorale che consentirebbe ad entrambi, ma in particolare all’ex Cavaliere, di nominare parlamentari soltanto i fedelissimi, liberandosi dei rumorosi colonnelli di oggi e dando quindi vita ad una stabile coalizione allargata.

Il giovane Renzi potrà così governare indisturbato e Berlusconi  perpetuerà ancora a lungo il suo potere, riuscendo anche nel prodigio di uscire indenne dalla persecuzione giudiziaria, se, come appare prevedibile, insieme al giovane continuatore, sarà in grado di eleggere un Capo dello Stato, che possa assicurargli il salvacondotto di cui ha bisogno. Il suo partito personale, a questo punto, gli servirà soltanto per continuare ad garantirsi la indispensabile protezione per le aziende di famiglia, lasciando al vitaminico  alleato tutto intero il potere politico necessario a dominare il Paese.

In termini di populismo trasformista l’intesa tra l’anziano imprenditore ed il giovane toscano supererà di gran lunga tutti i più illustri precedenti, dal ventennio fascista, al lungo percorso andreottiano o alla breve stagione craxiana, riuscendo anche nell’inimmaginabile doppio obiettivo di ridurre alla  impotenza il mostro sindacale e di ridimensionare il ruolo della Magistratura e delle Procure militanti.

E l’Italia? Ancora una volta si affiderà alla fortuna.

Tratto da Rivoluzione Liberale