Avrei voluto resistere all’impulso, pure molto forte, di aggiungere il mio alle migliaia di commenti sulla sentenza della Corte d’Appello di Milano, che ha assolto Berlusconi da tutte le accuse nel cosiddetto processo Ruby.
Ho cambiato idea perché non si tratta di una delle molteplici decisioni di secondo grado che riformano, in un senso o nell’altro, quelle di primo. Nei processi indiziari è abbastanza normale che, in piena coscienza, due collegi diversi valutino in modo anche radicalmente difforme gli elementi probatori a disposizione. Si tratta di prendere in considerazione fatti, circostanze, comportamenti, reticenze, dichiarazioni incerte o contraddittorie, che possono dar luogo ad un percorso valutativo anche in totale contraddizione. In questo consiste la grandezza di una tradizione giuridica che si fonda sull’indipendenza del giudice e sul suo diritto di decidere, in piena libertà di coscienza e senza pregiudizi, justa alligata et probata; cioè soltanto sulla base di quanto risulta acquisito agli atti del processo, compresi i comportamenti dell’imputato, rilevanti sotto il profilo dell’essenziale elemento psicologico, al fine di valutare la sussistenza o meno del reato.
I fatti e le circostanze emersi nel processo e che hanno dato luogo alla sentenza di primo grado del processo sulle serate allegre di Arcore, travolta da quella di secondo grado, non rientravano assolutamente, sotto il profilo giuridico, in quella categoria di prove che può assumere una diversa rilevanza interpretativa e quindi dar luogo ad un giudizio anche contraddittorio tra giudici diversi. Come ha sottolineato la Corte, le due accuse ascritte all’imputato Berlusconi erano non sussistenti per un capo di imputazione e non costituivano reato per il secondo. Il significato più rilevante del ribaltamento operato dalla Corte, consiste nella plateale affermazione che una così clamorosa, disinvolta interpretazione della legge, quale quella del primo giudice, non è ammissibile in uno Stato, che pretende di definirsi di diritto, altrimenti verrebbe messa in discussione la fiducia in esso da parte dei cittadini. Quel giudicato, per fortuna non definitivo, dettato dalla Procura, stravolgeva le norme di diritto che pretendeva di applicare, fino a ribaltarne il significato. La dimostrazione, anche per chi non è particolarmente competente in materia di diritto, è data dalla inspiegabile severità della pena principale (ben sette anni di reclusione) e particolarmente di quella accessoria (l’interdizione perpetua dai pubblici uffici – in altre parole, la espulsione definitiva dalla vita politica).
In realtà si è trattato di un evidente episodio di restaurazione della cultura e della pratica del Tribunale dell’Inquisizione di infausta memoria. Il vero obiettivo non era quello di sanzionare comportamenti illegittimi secondo la legge dello Stato, ma, forzando a dismisura i precetti normativi, di punire il peccato, connesso ad una vita privata ritenuta dissoluta. Questo non può non determinare la istintiva reazione di ogni coscienza laica, chiunque sia il soggetto in questione. L’ex Cavaliere non è certo Giordano Bruno, ma i suoi comportamenti privati, che non piacciono ai baciapile e, forse, anzi sicuramente, neppure ad un laico convinto come chi scrive, non possono tuttavia essere elevati al rango ben diverso di reato, non previsto fortunatamente come tale da un ordinamento, ancora pluralista e non confessionale.
La questione tuttavia va al di là di una tardiva ed inopportuna riesumazione della cultura controriformista, che, dopo oltre tre secoli, sarebbe persino patetica. Quel metodo per un ventennio è stato reiteratamente utilizzato per fini di lotta politica, ma non soltanto contro una parte, (quella berlusconiana in questo caso) piuttosto, cosa ben più grave, da un potere dello Stato (l’Ordine giudiziario) contro quello politico, il quale ultimo, ricevendo una legittimazione popolare, dovrebbe essere semmai l’unico a poter rivendicare un primato.
La svolta impressa dalla Corte d’Appello di Milano, quindi, potrebbe avere una portata più ampia, quale segnale concreto dell’inizio di un percorso per il ritorno alla normalità, fondata sull’equilibrio e sulla non interferenza reciproca tra i poteri statali. Finalmente potrebbe rappresentare un significativo atto volto ad arginare una frana costituzionale, aperta da oltre un ventennio con la cosiddetta stagione di mani pulite, in cui alcuni angeli vendicatori si posero di fronte all’opinione pubblica come i moralizzatori in grado di bonificare un Paese in preda alla corruzione. Essi, per perseguire il loro alto obiettivo, non esitarono ad abusare, (e ne abusarono) dei loro ampi poteri discrezionali, in nome del trionfo di un presunto Stato etico, che avrebbe dovuto spazzar via quello inquinato, dominato dalla politica.
La Democrazia italiana ne uscì gravemente ferita, quasi moribonda, al punto che non è più riuscita a riconoscersi in filoni valoriali coerenti e ad esprimere personalità di elevato spessore, finendo con l’affidarsi a partiti senza storia e radici culturali, esclusivamente collegati alla personalità di leader, che tuttavia si sono rivelati, tutti, di mezza tacca. E’ sempre così. In assenza di grandi visioni identitarie, si cade facilmente nel peronismo e nella disperata ricerca dell’uomo del destino, come è avvenuto anche in Italia.
Ma è naturale domandarsi: basta una singola sentenza? Non c’è in agguato la morsa micidiale delle due istruttorie delle Procure di Napoli e di Bari sul capo di Berlusconi? Gli interrogativi sono pertinenti. E’ il contesto che appare radicalmente cambiato. Infatti se è vero che il perno di quello che è stato definito da molti un colpo di Stato giudiziario, è stato, sin dall’inizio, la Procura di Milano, non può sfuggire che questa da mesi è squassata da gravi contrasti interni e che il cosiddetto rito ambrosiano è sottoposto a critiche quotidiane, oltre che dal suo stesso interno, persino da esponenti di quella sinistra politica, salvata dalla prima tangentopoli, che, nella nuova generazione, non ha in proprio debiti di gratitudine nei confronti del partito dei PM e che cinicamente potrebbe decidere di scaricarlo.
Da qui un certo ottimismo rispetto ad una possibile catarsi, che dovrebbe passare attraverso una profonda riforma della Giustizia, molto più urgente di quella discutibile del Senato o di altre che il Renzi piè veloce insegue con accanimento. Se una fase costituente reale, non solo di facciata, dovesse inaugurarsi, forse il Paese potrebbe finalmente imboccare una strada nuova ed i liberali dovrebbero guardare ad essa con attenzione, cercando di dare il proprio contributo di idee.