Il rampante Presidente del Consiglio, anziché affrontare, come dovrebbe, quale prima emergenza quella economica, prevalentemente conseguenza dell’eccessiva pressione fiscale, che scoraggia gli imprenditori e deprime l’intera economia, si concentra su altro. Anch’egli è vittima di una pulsione tipica della sinistra, secondo cui abbassare la imposizione tributaria, è di destra. Quindi si rifiuta di mettere mano ad una scelta necessaria, che dovrà prima o poi essere compiuta, privilegiando invece la pur rilevante riforma del Senato, che avrebbe potuto anche essere un punto programmatico importante, non necessariamente il primo ed il più urgente. Nel modo in cui si sta compiendo, per altro, appare come un vergognoso e consapevole tentativo, (che corre il rischio di riuscire) di ridurre ulteriormente il tasso di democrazia del Paese. Infatti le riforme che il vitaminico Renzi sta cercando di imporre, non corrispondono ad alcun progetto di miglioramento del funzionamento del sistema, né ad alcuna necessità reale di rendere più adeguato ed efficiente il processo legislativo. Il vero, unico obiettivo è semplicemente quello di espropriare al Parlamento, e per esso al popolo che lo elegge a suffragio universale e diretto, una grande dose di potere, per trasferirla ai leader dei principali partiti ed a a se stesso in particolare, approfittando del vento in poppa che lo spinge per trarre il massimo del vantaggio da tale condizione di privilegio.

Gran parte degli italiani, forse solo spinti dalla disperazione, si aspettano da lui il miracolo. Gli eletti in Parlamento, specialmente quelli del suo partito, temono, in caso di insubordinazione, di essere spazzati via dalla vita politica. Riflettendo sulla circostanza che sono stati raccattati nelle portinerie, nei sottoscala, nelle anticamere, dove avevano il ruolo di delatori, camerieri, portaborse, talvolta autisti, custodi di inconfessabili segreti, come può meravigliare che siano disposti ad accettare tutto, tenendo conto che non sono sostenuti da alcuna cultura istituzionale fondata su valori irrinunciabili che possa spingerli ad opporsi? La corsa è tutta e soltanto alla riconferma, privilegio riservato soltanto ai fedelissimi.

Paradossalmente la riforma istituzionale è iniziata dal Parlamento, mentre altri aspetti erano certamente più urgenti, a cominciare da un serio progetto di riduzione del colossale debito e risanamento delle dissestate finanze pubbliche. L’esempio più clamoroso riguarda il mostro della elefantiaca burocrazia, (capace solo di frenare) la quale dovrebbe essere profondamente ridimensionata, introducendo, tra le altre, la regola del silenzio assenso.
Lo spreco di denaro pubblico a fiumi e la incapacità di utilizzare i fondi comunitari, sono la prova più evidente del totale fallimento delle Regioni, che andrebbero cancellate e sostituite da un organismo leggero, senza potestà legislativa, che accorpi in un numero di sette od otto gli attuali Enti regionali, producendo efficienza e notevoli risparmi, oltre a porre fine alle vessazioni degli operatori dei vari settori, ogni giorno vittime, nella migliore delle ipotesi, dell’infingarda cavillosità e della lentezza del mostro burocratico, quando non della pavidità di funzionari che non vogliono assumersi responsabilità, o, peggio, che non firmano se gli ammortizzatori delle pratiche non vengono ben oleati. Tale taglieggiamento sovente vale per ciascun passaggio presso dieci, quindici, o venti uffici diversi.

Torniamo al Senato. Da tempo, cioè dalla Commissione Bozzi del 1984, siamo favorevoli al superamento del bicameralismo perfetto, certo in modo molto meno improvvisato di come stanno proponendo Renzi e la sua fedele costituzionalista di chiara fama, Maria Elena Boschi. Tuttavia dobbiamo abituarci ai tempi che cambiano: ieri i costituenti si chiamavano Calamandrei, Croce, Mortati, Togliatti, De Gasperi, Orlando e potrei continuare. Oggi si chiamano, appunto Boschi, Calderoli, Finocchiaro, (di gran lunga la più attrezzata giuridicamente) e non proseguo per decenza.
Il trucco è fin troppo scoperto: la questione delle materie di competenza da assegnare al nuovo Senato è tutto sommato secondaria, il vero obiettivo è di sottrarre la scelta dei senatori alla sovranità popolare, affidandola ai più controllabili apparati degli eletti di primo livello territoriale dei partiti: sindaci e consiglieri regionali. Anziché pensare di abolire, come sarebbe giusto e necessario, le Regioni, si attribuisce loro il delicatissimo, ulteriore compito di eleggere la stragrande maggioranza dei senatori.

Sarebbe stato più semplice e corretto, anche perché si sarebbe trattato almeno di una platea più grande, quindi più democratica, affidare i compiti del Senato all’ANCI ed alla conferenza delle Regioni.
L’altro punto controverso è stato quello del numero sei senatori: cento va benissimo, anzi andrebbe benissimo se eletti dal popolo sovrano, non se nominati dai partiti con scelte di secondo grado, fondate sul compromesso.
La decisione di comprimere a cento il numero dei componenti del Senato, tuttavia, avrebbe imposto, per simmetria, di ridurre almeno alla metà i deputati. Essi invece rimangono seicentotrenta, tutti nominati dai padroni dei partiti, anche grazie a sbarramenti ed a premi di maggioranza degni delle più perfide democrazie popolari di stampo sovietico; sono pertanto condannati alla più cieca obbedienza. La conseguenza più evidente è che nelle sedute comuni per la elezione delle alte cariche dello Stato, non conteranno nulla, compresa quella del Presidente della Repubblica, per la quale si sta facendo ricorso alla ipocrisia di aumentare il numero di votazioni con scrutinio a maggioranza qualificata, che determinerà soltanto una maggiore perdita di tempo, ma pur sempre per arrivare ad una votazione decisiva in cui i soli deputati di maggioranza potranno eleggerlo, ignorando sia le forze di opposizione presenti alla stessa Camera, che l’intero Senato.

Siamo preoccupati perché, pur essendovi una stragrande maggioranza di senatori che dissentono sul colpo mortale che verrebbe inferto alla Istituzione con tale riforma, la voteranno, salvo pochissime eccezioni, come le pecore di un ovile obbediente al pastore. Il completamento del capolavoro avverrà con l’approvazione definitiva, magari con qualche modesta modifica, del rivoltante Italiacum, che sarebbe meglio ribattezzare superporcellissimus. La doppia minaccia di poter scegliere alternativamente se usufruire dei voti di Berlusconi o di quelli di Grillo per il compimento del disegno, finisce col paralizzare l’ex cavaliere, incalzato dai guai giudiziari ed apertamente contestato nella sua leadership, condannandolo in modo acritico ad una cieca ed assoluta fedeltà al patto del Nazareno, pur sapendo che va incontro ad un’altra consistente scissione.

La riforma tuttavia passerà, perché, a parte poche eccezioni di senatori coraggiosi e coerenti, che non saranno sufficienti ad affondare la distruttiva riforma, la maggioranza, pur avendone capito la pericolosità per la tenuta democratica del Paese, (ormai decisamente avviato verso l’autoritarismo plebiscitario) per paura o, peggio, nella speranza di ottenere il mantenimento della promessa di un ulteriore prestigioso ruolo, voterà ubbidiente e servile. Se alla fine, per il mancato raggiungimento della soglia di due terzi, dovesse essere necessario sottoporre il risultato al Referendum popolare, meglio. Il giovane eroe fiorentino senza macchia e senza paura, collezionerà un altro successo, che lo legittimerà ulteriormente. Potrà quindi spingersi verso terreni ancora più arditi, che intaccheranno più nel profondo la nostra libertà. Non possiamo che essere ottimisti!

Tratto da Rivoluzione Liberale

 

1 commento

  1. sottoscrivo tutto quanto ha scritto Stefano De Luca tranne l’ultima riga: in caso di referendum popolare confermativo compito del PLi sarà battersi per il NO insieme a tutte le altre forze contrarie. Ricordo che già nel luglio 2006 un analogo referendum su una riforma costituzionale simile venne bocciato dai 2/3 degli elettori e ricordo che anche allora il PLI era schierato per il no, unico tra i partiti dell’allora centrodestra, con cui aveva presentato le liste due mesi prima alle elezioni politiche.

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