Le forze più rappresentative del mondo liberale si sono ritrovate oggi a Roma per il convegno “Difficile, ma liberale” durante il quale hanno preso la parola, tra gli altri, numerosi rappresentanti del Partito Liberale Italiano e de I Liberali.
Le proposte dei tre relatori Stefano de Luca, Mauro Chilante e Carlo Scognamiglio Pasini tracciano la linea comune del mondo liberale per l’avvio, dopo troppi anni di soli annunci, di una grande svolta riformatrice.
La riforma delle istituzioni non può prescindere dalla riduzione del numero dei parlamentari e da una riforma profonda del potere giudiziario che appare da tempo in contrasto con la politica e le sue istituzioni. Urge, inoltre, fermare la riforma del Senato così come è stata pensata: non è accettabile ridurre la Camera alta ad un mero dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali.
Infine, bisogna porre fine all’eterno ricorso alla spesa pubblica per i servizi. I timidi segnali di ripresa possono portare a risultati ben più ragguardevoli solo grazie ad un sistematico taglio della spesa pubblica, seguendo l’esempio felicemente sperimentato in Svezia e in Germania. I carrozzoni statali, RAI in primis, non possono più vivere sulle spalle dei contribuenti: la privatizzazione e la fine della schiavitù del canone inaugurino una nuova stagione di libertà per l’intero sistema economico italiano.
È tempo di tradurre in azioni concrete le esigenze ventennali di un Paese che non ha altra soluzione che affidarsi, finalmente, alle politiche liberali.
I liberali sono pronti.

Partito Liberale Italiano
I Liberali

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RELAZIONE SULLE RIFORME COSTITUZIONALI

Di fronte al rischio di una svolta  autoritaria o all’approvazione di riforme che non corrispondano ad alcun disegno, ma siano soltanto tentativi di semplificare il quadro istituzionale con l’unico obiettivo di rafforzare il potere personale dei padroni dei principali partiti presenti in Parlamento, compete ai liberali di proporre alcune linee, che corrispondono alla loro visione di sempre  per una corretta modifica del nostro impianto costituzionale.

In primo luogo va sottolineato che ammodernare i meccanismi della democrazia non può consistere nell’imporre un cambiamento qualunque, ma superare limiti e criticità di un sistema non soltanto poco adeguato per il tempo trascorso dalla sua promulgazione da parte dell’Assemblea costituente. Molte Carte fondamentali in realtà  (Per esempio quella americana) pur essendo anche più antiche,  sono attualissime, perché fondate su principi e valori assolutamente primari e che non  sono soggetti    all’usura del tempo. Il vero problema di cui risente la nostra Carta Costituzionale discende dalle paure che influenzarono i costituenti come conseguenza di un ventennio di dittatura e di una guerra disastrosa, ma, allo stesso tempo, dallo sforzo di ricercare un compromesso continuo, per evitare che prevalesse una delle tre impostazioni che si confrontavano,(comunista, conservatrice, liberale) anche in relazione all’esito imprevedibile delle successive elezioni.

Ne venne fuori un testo che, pur poggiando sul principio, caro al Costituzionalismo Liberale, della separazione e del bilanciamento dei poteri, in realtà, scelse di rendere molto debole l’Esecutivo, rispetto al Parlamento, che, infatti, da oltre un quarantennio, assume tutte le decisioni più importanti in forma sostanzialmente consociativa. La nostra fragile democrazia soffre, non soltanto per il pericolo sempre incombente del terrorismo, ma per il rischio di semplificazioni, che potrebbero determinare la dittatura delle maggioranze e, facilmente, scivolare verso l’autoritarismo o, peggio, l’assolutismo.

Senza quindi nessun arretramento sul terreno della separazione dei poteri, bisogna evitare la pericolosa attuale disputa tra partecipazione e governabilità. (entrambe essenziali per la libertà)  I tratti fondamentali della riforma dovrebbero quindi  prevedere un consistente rafforzamento del ruolo del Governo ed in particolare del Premier, contestualmente esaltando la centralità delle Camere, in quanto rappresentanti dirette della volontà popolare. Allo stesso tempo è necessario intervenire con decisione per superare l’anomalia di un potere giudiziario, che troppo spesso si pone in contrasto con quello politico, tentando di affermare un proprio primato, ma contemporaneamente bisogna garantirne, anzi rafforzare, l’autonomia.

Per quanto concerne le Istituzioni, sinteticamente, riepiloghiamo alcune proposte, ovviamente non esaustive, delle linee principali di una informa liberale, che sono state formulate in varie occasioni, cominciando dalla relazione della Bicamerale, presieduta da Aldo Bozzi.

Bisognerebbe ridurre il numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200.

La riforma del Senato, attualmente in discussione, ci vede fortemente contrari, anche se le modifiche al testo del Governo, apportate in Commissione, lo hanno di gran lunga migliorato. Rimane da parte nostra la fondamentale contrarietà ad un organismo composto da membri prescelti con elezione di secondo grado tra soggetti che ricoprono altre e diverse responsabilità, come quelle di Sindaco o Consigliere Regionale.

Siamo favorevoli ad una riduzione del numero dei senatori, a condizione che ad essa corrisponda anche quella dei deputati, per evitare il paradosso di un partito (od una coalizione) che, anche grazie al premio di maggioranza, abbia la maggioranza assoluta alla Camera e si trovi quindi nella condizione di eleggere da solo il Capo sello Stato, i Giudici Costituzionali ed i membri laici del CSM, indipendentemente dall’orientamento dell’intero Senato.

Pertanto auspichiamo una legge elettorale incentrata su tanti collegi uninominali quanti sono i deputati ed i senatori da eleggere, facendo coincidere, come nella Legge Mattarella, ad ogni collegio per il Senato, due per la Camera. Sarebbe opportuno prevedere una modesta quota proporzionale per i partiti, (per esempio il 10%) principalmente per assicurare un diritto di tribuna anche alle formazioni minori. (un eletto per ogni 1% di voti raggiunti su scala nazionale, ma al di sotto della eventuale soglia di sbarramento). Questo potrebbe consentire a tali soggetti di non scomparire, ma di potersi preparare per il successivo appuntamento elettorale.

La fiducia al Governo dovrebbe essere riservata soltanto alla Camera, mentre   bisognerebbe mantenere il  Bicameralismo paritario per leggi costituzionali, modifiche dei Codici, Referendum, ordinamenti UE e delle Regioni,diritti fondamentali in materia religiosa e delle minoranze, testi unici e leggi delega o di riforma generale.

Per le altre materie, competenze differenziate tra le due Camere, con la possibilità dell’altra Camera di richiedere una seconda lettura con voto qualificato e motivato. Inoltre sono necessarie corsie obbligate per l’esame delle proposte di legge di iniziativa parlamentare (almeno una sessione al mese, sia in Commissione che in Aula). Altrettanto per i disegni di legge ed  i decreti legge del Governo. Questi ultimi dovranno essere in numero limitato, restringendo in modo tassativo le  ipotesi di straordinarietà ed urgenza ed escludendo che possano trovare ingresso argomenti non pertinenti, come ha più volte sottolineato la Consulta.

Auspichiamo un ampliamento dei poteri decisionali del Governo,  con consistente allargamento dei campi su cui intervenire con atti amministrativi, delegificando così molte materie oggi elevate al rango legislativo, con una conseguente  abrogazione di norme inutili.

Andrebbe realizzato un rafforzamento dei poteri del Presidente del Consigli, compresa la possibilità di revoca dei ministri ed introdotta una norma sulla incompatibilità tra il ruolo di Parlamentare e quello di Ministro o Sottosegretario, creando la figura del Deputato o Senatore supplente da assegnare al primo dei non eletti, per il periodo in cui il titolare svolga le proprie funzioni di Governo.

Bisogna ristabilire in pieno il principio previsto dagli artt. 97 e 98 della Costituzione secondo cui il livello politico dell’esecutivo e quello tecnico dell’Amministrazione debbano essere completamente separati e la burocrazia deve essere al servizio dello Stato con imparzialità, indipendentemente dalla forza politica che governa. Vanno pertanto abolite tutte le norme introdotte nell’ultimo ventennio, che prevedono lo spoil system all’italiana, con funzionari, che, ancorché privati dei loro incarichi, restano a carico dell’amministrazione con il rango di Consiglieri Ministeriali, in attesa del ritorno in maggioranza della coalizione cui sono vicini o in vista di una sempre possibile, anzi in Italia probabile conversione.

La riforma comporterebbe la urgente attuazione dell’Art.49 della Costituzione, sullo stato giuridico pubblico dei partiti, che dovrebbero avere statuti depositati e con un severo controllo del relativo rispetto, compresa la pubblicità delle iscrizioni e la designazione,con metodo democratico, oltreché degli organi dirigenti, dei candidati alle elezioni ( quindi un sistema di primarie serie e pubblicamente controllate). Chiediamo una immediata, definitiva abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, con la estensione a tutti, sia rappresentati in Parlamento che non, della possibilità di usufruire del finanziamento privato, con le identiche agevolazioni per i soggetti donanti e rigorosi controlli per evitare che si costituiscano finti soggetti politici a scopo di evasione fiscale.

Siamo concordi sull’auspicata abolizione del CNEL, che non ha più alcuna concreta utilità.

Non è più eludibile il problema della necessità di attuare al più presto il  disposto degli Artt. 39 e 40 della Costituzione per la disciplina giuridica dei sindacati, insieme all’abolizione nei loro confronti di qualsiasi forma di contributo pubblico. Si impone altresì l’abrogazione di tutte le norme  che prevedono pubblici contributi per CAF e Patronati, lasciando che tali attività, senza costi per la comunità, vengano espletate dalle Fondazioni, operanti nel Terzo settore, insieme all’attività primaria di assistenza ed alla promozione culturale, contestualmente imponendo loro di uscire immediatamente dal capitale delle Banche.

La proliferazione delle Autority, ne impone l’accorpamento, la riduzione e la ristrutturazione, al fine di caratterizzarle come organismi di garanzia, non di potere, con una maggiore capacità di interlocuzione con il cittadino, che deve quindi veder facilitata la possibilità di rivolgersi ad esse direttamente.

La modernizzazione dell’apparato birocratico statale impone l’abolizione delle Prefetture e la istituzione di un Ufficio decentrato di rappresentanza del Governo in tutte le città (30/40 al massimo) sede di una nuova autorità amministrativa intermedia, che proponiamo in sostituzione delle attuali Province. Analogamente si dovrà procedere ad una riduzione degli uffici periferici dello Stato, che dovranno aver sede negli stessi luoghi delle nuove prefetture, con eccezione per i beni culturali, che potranno aver un soprintendente in luoghi di particolare interesse archeologico o artistico.

Siamo favorevoli all’ammissione di referendum propositivi.

Per evitare la paralisi parlamentare per parecchi mesi, riteniamo debba essere introdotto il principio, vigente in altri Paesi, dell’inemendabilità  della Legge di stabilità, (da sottoporre soltanto all’approvazione della Camera dei Deputati), salvo l’ipotesi di accettazione da parte del Governo di proposte di modifica formulate dalla  Commissione Bilancio in sede di esame preliminare. Il testo complessivo dovrebbe essere sottoposto alla votazione dell’Aula in unico blocco, anche se costituito da diversi articoli. In caso di voto negativo, automaticamente si dovrebbe aprire la crisi di Governo.

Per restituire al cittadino la centralità che gli compete, bisognerebbe introdurre il principio generalizzato del silenzio assenso, in mancanza di un provvedimento amministrativo motivato ed impugnabile in via gerarchica o giurisdizionale.

Siamo stati sempre contrari all’Istituto regionale e l’esperienza ha confermato la giustezza delle nostre critiche. Tuttavia tale livello amministrativo, quanto meno, dovrebbe essere ridotto dal numero di venti a dieci, di dimensioni più o meno equivalenti come popolazione, ognuna con un presidente eletto dai cittadini ed una giunta che non possa superare il massimo di otto assessori. Esse dovranno perdere la potestà legislativa, cominciando dalla rispettiva legge elettorale, che deve essere uguale per tutte. Dovranno essere Enti di programmazione territoriale e controllo della spesa sanitaria, con un’unica ASL per l’intero territorio regionale. La nomina del relativo manager dovrebbe avvenire attingendo da un unico elenco di idonei, che abbiano superato un concorso nazionale, evitando la sconcezza dell’attuale interferenza della politica nel delicatissimo bene della salute. Le nuove Regioni dovranno sovrintendere alla gestione delle risorse europee e statali, con facoltà da parte del Governo Nazionale, di nominare commissari ad acta, in caso d’inerzia. Si deve altresì procedere all’abolizione definitiva delle Provincie, con la creazione di un nuovo Ente intermedio, (30/40, con capoluogo nelle stesse città ove avrà sede il nuovo ufficio del rappresentante del Governo, comprese le cosiddette aree metropolitane) con poteri amministrativi, di programmazione, gestione dei servizi pubblici di competenza comprensoriale, come lo smaltimento ed il riciclaggio dei rifiuti, la manutenzione di strade, scuole,  palazzi di giustizia e coordinamento urbanistico dei Comuni, che ricadano nel relativo territorio.

Non sarà facile per il diffuso campanilismo del nostro territorio, ma s’impone la riduzione da oltre ottomila a 3.000 dei  comuni, ciascuno con un numero dimezzato di assessori, con l’obbligo di privatizzare, entro un brevissimo termine perentorio, tutte le società di gestione dei servizi pubblici, fonti di sprechi, corruzione e nepotismo politico.

Al fine di evitare la politicizzazione, bisognerebbe riformare il CSM, abolendo la categoria dei membri laici eletti dalle Camere. L’Organo di autogoverno dei giudici dovrebbe essere composto da soli magistrati, estratti per sorteggio in rappresentanza delle varie categorie e funzioni, dopo aver unificato le magistrature ordinaria, amministrativa e tributaria e creando All’uopo sezioni specializzate. Non può più essere rinviato il problema della separazione delle carriere e dei relativi luoghi di lavoro tra giudici e PM, per garantire la effettiva terzietà dell’organo giudicante. Per la pubblica accusa andrebbe costituito un autonomo Consiglio Superiore, nominato con i medesimi criteri di quello dei giudici. Inoltre bisognerebbe riportare l’attività di indagine alla polizia, che sottoporrà le proprie conclusioni al PM per la formale apertura del procedimento giudiziario (tale atto costituirà la notitia criminis, che farà scattare l’obbligatorietà dell’azione penale) e la richiesta al Giudice di eventuali provvedimenti di carattere cautelare sia sulle persone che sui beni , da ridurre soltanto ai casi estremi, superando l’attuale ipocrita sistema di farvi ricorso cercando di dimostrare con difficoltà la presunta esistenza di un pericolo di fuga, il rischio di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. Il PM non potrà appellare le sentenze assolutorie di primo grado.  Un’esperienza deludente ed, a volte persino inquietante, impone un nuovo ed efficiente sistema per la gestione dei beni sequestrati o confiscati. Questi ultimi andrebbero immediatamente messi sul mercato per affidarne la gestione a soggetti professionali o, meglio, essere subito venduti, superando alcune pratiche scandalose di affidamento preferenziale a commissari incompetenti e talvolta poco accorti nell’amministrazione.

Per evitare l’intasamento del lavoro della Corte di Cassazione, spesso adita solo a fini defatigatori o per inseguire la prescrizione, siamo favorevoli alla esecutorietà delle sentenze penali di secondo grado.

Per recuperare preziose energie per i compiti istituzionali ed evitare spiacevoli intrecci che si sono registrati in passato, va introdotto il divieto assoluto per i magistrati di essere chiamati in uffici di gabinetto o essere distaccati ad altre funzioni amministrative a qualunque livello, oltre all’inibizione di assumere qualsiasi altro incarico, partecipare a commissioni di concorso, collaudo o collegi arbitrali.

Il punto maggiormente critico relativamente al funzionamento (rectius al non funzionamento) della giustizia italiana, riguarda la urgentissima riforma del processo civile, che, previa abolizione dell’inutile e costosa mediazione, di recente reintrodotta con risultati fallimentari, dovrebbe svolgersi in un’unica udienza, con facoltà delle parti di produrre le prove da esse raccolte, prevedendo, solo in via di eccezione,  l’intervento del giudice negli atti istruttori, la nomina di CTU o l’effettuazione di sopralluoghi, ripetizione di prove  o ammissione di nuove, in modo da rendere spedito il processo. La motivazione delle sentenze potrebbe essere consentita in forma succinta, mentre sarebbe auspicabile una consistente elevazione della competenza per valore del Giudice di Pace, prevedendo un coordinamento del relativo ufficio da parte di magistrati togati, per garantire un indirizzo giurisprudenziale unitario. Il giudice di pace verrebbe pagato con una parte del contributo unificato ed una quota a carico della parte soccombente, in modo da rendere la giustizia civile minore un servizio a totale carico dell’utente, con bilancio autonomo, in grado da coprire i costi dei relativi uffici. Lo Stato, qualora sia parte in causa e risulti soccombente in primo grado, non può appellare le sentenze.

Per smaltire entro un anno, salvo i casi di particolare complessità, il grande volume di arretrato dei giudizi civili pendenti, si potrebbe creare un Ufficio stralcio ad hoc, rinforzato con un’ampia partecipazione di giudici onorari, reclutati tra avvocati, docenti universitari ed esperti di diritto. Allo stesso tempo sarebbe necessaria una forte penalizzazione pecuniaria per gli appelli o i ricorsi per Cassazione, dichiarati assolutamente infondati. In ogni caso, la parte perdente andrebbe condannata a pagare le spese di giustizia in modo adeguato alla controparte, riservando, come per il Giudice di Pace, una quota a favore dell’amministrazione giudiziaria, in modo che il cittadino, che paga il relativo servizio, possa pretendere che sia rapido e di qualità. A carico dello Stato rimarrebbe quasi esclusivamente il costo della Giustizia penale, ma attribuendo al bilancio del relativo ministero, il ricavato di multe, contravvenzioni, ammende, nonché una parte dei proventi della gestione, come della vendita, dei beni sequestrati o confiscati e le spese di giustizia, che gli imputati condannati effettivamente corrisponderanno.

Un cambiamento profondo della politica per la istruzione in genere e quella universitaria in particolare, come la promozione culturale e la difesa del patrimonio archeologico, monumentale, artistico ed ambientale, dovrebbe assurgere al rango di riforma costituzionale. Innanzi tutto andrebbe ribaltata la attuale vocazione degli Atenei da semplici diplomifici a luoghi di alta qualificazione culturale, cominciando con l’eliminazione del valore legale dei titoli di studio. In oltre andrebbe ridotto drasticamente il numero delle attuali sedi universitarie e facoltà o corsi di laurea, puntando solo su un’istruzione superiore di eccellenza, che sostenga economicamente i meritevoli meno abbienti. Prima ancora che sul numero dei laureati, bisogna puntare sulla qualità dei saperi in modo da favorire la crescita di una società competitiva e rivolta verso l’innovazione, anziché sull’inseguimento di un impiego pubblico mal pagato, se non di un ruolo di precario a vita. Bisogna scommettere sull’innovazione, la concorrenza, la ricerca, lo sfruttamento delle qualità dei nostri giovani, evitando che i migliori vadano all’estero. Preparazione di eccellenza, master, esperienze di ricerca e specializzazione sia nel mondo produttivo, che negli Atenei, scambi culturali e incremento di esperienze tipo Erasmus, facilitazione per l’accesso ai ruoli di ricercatore e svecchiamento del personale docente, dovrebbero essere le linee guida di studi superiori che incentivino la scelta di indirizzi scientifici e innovativi ed incoraggino coloro che si vogliano formare per un impegno nel campo delle arti e della valorizzazione dei beni culturali ed archeologici, non demonizzando, ma anzi favorendo l’investimento di ingenti capitali privati in tale settore, per far recuperare all’industria turistica italiana, grazie alla valorizzazione di un patrimonio che al Mondo non ha eguali, il posto che aveva in passato e che le compete.

Solo per completezza e senza voler invadere il campo delle altre relazioni oggi previste, mi limito ad osservare che alla modifica dell’impianto costituzionale, deve corrispondere anche un massiccio intervento nel campo dell’Economia, cominciando da una sostanziosa riduzione del debito pubblico, attraverso la vendita di Asset, immobiliari e mobiliari, per almeno  2/300 miliardi. Oltre alle caserme dismesse ed altri edifici demaniali non utilizzati, vanno vendute RAI, ENI, Finmeccanica, Enel, Terna, Fincantieri, Poste e tutte le altre aziende pubbliche di Stato, Regioni ed Enti Locali, per destinare l’intero ricavato all’abbattimento del debito, oggi vera palla al piede dell’Italia, che ne ostacola lo sviluppo. I lavori pubblici andranno affidati con il sistema delle concessioni a seguito di regolari concorsi, che prevedano dalla progettazione alla esecuzione, senza nessuna possibilità di revisione di prezzi ed aumento del costo dell’opera, rispetto a quanto previsto.

La Cassa integrazione per coloro che hanno perso il lavoro non potrà durare oltre un anno, con abolizione di quella straordinaria ed in deroga. Il medesimo sostegno dovrà essere riconosciuto a tutti coloro che hanno perso il lavoro od ai giovani in cerca di prima occupazione.

Vanno cancellate tutte le norme fiscali che agevolano le cooperative, creando rendite parassitarie e distorsioni della concorrenza.

Cardine della riforma complessiva dello stato dovrà essere una riforma fiscale  in favore delle imprese (riduzione dell’Irpeg ed eliminazione dell’Irap, imposta ingiusta e che penalizza le azienda che creano un  maggior numero di posti di lavoro). L’Irpef sulle persone fisiche, cresciuta a dismisura e responsabile dei mancati investimenti e di molta parte dell’evasione fiscale, dovrà subire un drastico ridimensionamento, con la definizione di due o al massimo tre aliquote, di cui la più elevata non dovrebbe superare il 33%.

Un Paese che si rimettesse in moto grazie ad una riforma epocale, quale quella che a grandi linee abbiamo prospettata, potrebbe rapidamente uscire dalla condizione di rassegnata povertà in cui attualmente si trascina e, grazie all’ottimismo implicito nella nuova visione, uscire dalla miserabile precarietà politica, cui ci ha consegnato l’ultimo ventennio e guardare con rinnovato ottimismo ad un futuro all’altezza delle nostre indubbie risorse e qualità.

Stefano de Luca

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RIFORME PER VIVERE BENE

Vi dico subito che proverò ad essere provocatore nella speranza di stimolare il dibattito. Da sempre i liberali si battono, inutilmente, per promuovere riforme che assolutamente, anche se non da sole, aprirebbero la nostra società per aggiornarne le basi post belliche. Riforme quali, ad esempio, l’abolizione del valore legale del titolo di studio, la cancellazione degli ordini e collegi professionali (con l’eliminazione dei privilegi di casta che ad essi si accompagnano concretamente o anche solo astrattamente).

Tutto ciò oggi non può che restare sullo sfondo del nostro incontro non perché a queste battaglie si sia rinunciato ma solo perché questi temi sono ormai storici ed assodati, per chi è liberale.

Occorre soltanto chiarire che le cosiddette riforme possono essere di due tipi: genericamente istituzionali e puntuali oppure di costume e complessivamente sociali. Accennerò a qualcuna rientrante nei due tipi anche perché sia chiaro ciò che penso e, cioè, che se non accompagniamo le riforme istituzionali e puntuali con una profonda revisione, anche per legge, di certi comportamenti e modi d’essere di talune strutture, soprattutto delle istituzioni o formazioni alle quali il cittadino delega la propria rappresentanza, comportamenti che sono oramai fatti diffusi di costume (o meglio, di malcostume), non risolveremo il problema del rilancio di questa Nazione.

Per fungere da premessa e sintesi efficace di quello che dirò userò perciò due locuzioni ed alcune “parole chiave”: l’uomo al centro di ogni intervento; riconsiderazione dei ruoli sociali di rappresentanza; razionalizzazione; prevenzione; precauzione, responsabilità; riqualificazione; sussidiarietà sociale. Alcune di queste parole corrispondono, e non a caso, ad altrettanti principi giuridici.

Ho volutamente allargato lo sguardo a tutto ciò che è “ambiente di vita dell’uomo” e vorrei provare a disegnare un quadro di well life nel quale il motivo guida sia una costante funzione dello Stato tesa a responsabilizzare se stesso, le varie formazioni sociali, di qualunque tipo siano, e il cittadino, in una continua e completa azione di “comunicazione”, intesa quest’ultima come processo continuo di scambio di informazioni ed interrelazioni funzionali tra Stato ed Istituzioni e tra queste e le diverse formazioni sociali non escluso, direttamente, il cittadino. Il tutto in un quadro basato su una nuova filosofia d’azione sociale, di scambio relazionale e di gestione comune dei problemi, ai vari livelli.

Certo i brevi squarci che offrirò saranno parziali ma spero efficaci ed utili a provocare, intanto e, poi, anche a tracciare con rapide pennellate un quadro sufficientemente coerente anche se certamente poco organico ed incompleto.

 

Sappiamo tutti che dalla società globalizzata nella quale viviamo emergono due aspetti economico sociali convergenti nei loro effetti e che possono essere identificati in due definizioni: “società del rischio” e “società liquida”. E proprio l’esistenza del rischio e della liquidità sociale impongono quel nuovo tipo di relazionalità al quale accennavo prima.

A questo aggiungiamo tratti tipici della società italiana. Le vere difficoltà per attuare vere riforme sono date dal sistema che si è mano a mano praticamente istituzionalizzato nei rapporti tra le varie parti di questa società italiana, tutte improntate ad azioni sull’individuazione e la istituzionalizzazione di privilegi, sulla distorsione di rapporti, che hanno prodotto modalità di costume sociale del tutto falsate rispetto alle funzioni o alle funzionalità dichiarate ed attese da parte varie  formazioni sociali.

C’è poi pure un sentire diffuso di chi ritiene che nella nostra società proprio i liberali abbiano poche chance e, soprattutto, quasi nulla da dire anche se, a seconda dei governi che si susseguono, la stessa società è oggettivamente più o meno improntata al libero mercato, e se tutti dicono che è basata su principi liberali.

Lo Stato, inoltre, sta cedendo sempre maggiori parti di sovranità all’Europa ma, anche alle Regioni. Ed è evidente, da un lato, il coincidente fenomeno di erosione del rapporto cittadino-Stato, da un lato e, dall’altro, il conseguente aumento dell’intensità del rapporto cittadino-istituzioni locali, Regioni in primis.

Pare evidente, allora, che la qualità di questi auspicabili “nuovi” rapporti debba vedere un approccio, da parte dello Stato e delle Istituzioni, molto più accorto e diverso rispetto al passato. Molto più basato sull’attenzione ai problemi dei singoli che non di “classi sociali” ormai non più esistenti o profondamente mutate, più che sulle statistiche o le valutazioni globali o a braccio. Questo perché sono proprio lo Stato e le Istituzioni che comunque debbono essere preparate a dare risposte sempre più individuali e differenziate.

Altro aspetto da mettere in luce è che vi sono ambiti della vita sociale dell’uomo  che normalmente, dalle nostre società industrializzate, sono stati tenuti in attenzione separatamente per fatto prettamente culturale, tipico delle nostre società.

Per esempio ci si occupa del corpo ma non dello spirito e viceversa. Si parla di ambiente ma si ragiona con logiche separate sull’ambiente urbano rispetto a quello extraurbano, ecc.; il tutto, ovviamente, a causa di interessi economico-finanziari che, con quelli dell’uomo-cittadino hanno molto poco a che fare. Ma soprattutto perché la parcellizzazione favorisce apparentemente un più facile aggiramento dei problemi veri che, irrisolti, continuano a permanere con l’aggiunta di nuovi problemi provocati dalle contrastanti soluzioni date a pezzi di ciascuna materia.

Si tratta qui di cambiare impostazioni culturali radicate che preferiscono, per esempio in ambito ambientale, trascurare la prevenzione e la previsione caricando di enormi oneri la società per interventi di emergenza o si tratta di trascuratezze sociali che inducono le istituzioni a non spendere nei servizi di prevenzione, per la completa e migliore formazione dei singoli e delle famiglie o per il loro sostegno sociale primario, col risultato di dover aumentare a dismisura poi gli interventi di repressione di fenomeni quali il disagio sociale, l’abbandono scolastico, la devianza e la delinquenza minorile e non, il diffondersi delle droghe, con enormi costi sociali a carico della sanità, dell’assistenza, del sistema della giustizia, di polizia, carcerario, ecc..

Vi sono costituzioni, come quella americana, che hanno formalizzato “il diritto alla felicità” e costituzioni, come quella italiana (che oggi, da questo punto di vista, mi appare fin troppo materialista), che hanno legato indissolubilmente la felicità dell’uomo quasi esclusivamente al lavoro riguardato però, non come strumento, ma esclusivamente come fine e come metro di valutazione della persona e giudizio sociale.

Per i liberali perciò, che pongono al centro del loro ragionamento i bisogni dell’uomo e che tendono a trasformare questi bisogni in diritti, tenendo presente che i diritti costano allo Stato in termini economici ed organizzativi, quello che propongo è produrre oggi uno sforzo di immaginazione diverso.

Più ampio, rivolto a coinvolgere nel processo di cambiamento tutti gli ambienti, le situazioni, le formazioni sociali nelle quali l’uomo si trova, gioco forza,  a dover agire. Provando a connetterli tra loro, a guardarli il più organicamente possibile bilanciandone le funzioni. Partendo dal basso e non solo osservando o imponendo dall’alto.

Quella che vorrei provare sommessamente ad indicare è una sorta di metodo che porti, nel maggior numero di ambiti d’analisi, a conclusioni univoche rispetto ad una visione complessiva.

In questo momento nel quale alcune riforme sono state già avviate ed altre sono annunciate, è possibile ipotizzare qualche ambito e qualche tipo di intervento utile a semplificare e migliorarne la gestione e la funzionalità in funzione del miglioramento della vita dei cittadini. Ma anche a ragionare su determinati sistemi complessi e sulla effettiva rispondenza del loro funzionamento ai bisogni della società e, ripeto, soprattutto dell’individuo.

Per cominciare ad essere espliciti esistono ambiti nei quali l’uomo politico ha operato scelte scellerate che il cittadino ha subìto, per nulla condividendole e vedendosele imposte dall’alto per convinzioni politiche ed interessi del tutto estranei ai suoi reali bisogni; scelte che hanno danneggiato fortemente, o peggiorato, quando non distrutto, il suo habitat materiale e sociale. Insomma il suo ambiente.

 

In tema ambientale, appunto, il primo e più urgente problema è quello di far fronte ai fenomeni che con sempre maggior forza stanno colpendo il nostro territorio. Bene, un grande investimento sia infra che strutturale, il vero investimento sull’ambiente è, oggi, quello di operare interventi di risanamento e prevenzione del suolo; di prevenzione sismica, vulcanica; di prevenzione dall’inquinamento industriale da un lato, e di riqualificazione, miglioramento e risanamento urbano.

Questo sposando totalmente la visione ed il concetto di ambiente che si è ormai affermato da circa dieci anni, anche normativamente, in Europa.

L’uomo  ha diritto di vivere in un ambiente salubre che prevenga i possibili danni di vario tipo e ne preservi la vita; ambiente nel quale il principio di responsabilità la faccia da padrone assoluto.

Ma l’ambiente, per definizione, non è più soltanto “la natura”. Così come all’interno del concetto è ormai pienamente inclusa la salute, così nel concetto va incluso anche l’ambiente urbano. Prima di tutto inteso come ambiente architettonico e organizzatore socio strutturale della qualità della vita.

Occorre dire basta al concetto di periferia  e di urbanistica che dominano dal dopo guerra in poi e che sono di marca social comunista. Quel modello culturale e di vita, quel pensiero che mi permetto di codificare nel motto “il brutto è bello” e che oggi costringe, nelle varie periferie, migliaia e migliaia di persone che non hanno le risorse per andare altrove, a “lasciarsi vivere”, più che a vivere, in determinati quartieri carcere. Quel modello che produce devianza ed emarginazione, abbandono scolastico, ecc. e che costa cifre enormi allo Stato per  la mancanza di prevenzione di questi fenomeni sociali.

Per questo occorrerebbero piani urbanistici per la delocalizzazione dei quartieri a rischio sociale ed ambientale, il risanamento, la riqualificazione e per dare servizi invece di cementificare nuove aree.

Tutto ciò facendo si che ogni piano regolatore abbia, come base fondante tecnica e giuridica obbligatoria, oltre che di principio, un piano di sicurezza ambientale, sociale e di protezione civile, magari validato scientificamente dagli enti di ricerca.

Il secondo argomento in realtà si confonde, quasi con il primo ed è quello concernente la Sanità e l’Assistenza Sociale. Fiumi d’inchiostro sono stati spesi su ambedue le materie,

–       leggi su leggi di finta riforma nell’Assistenza, tutte sostanzialmente inapplicate o solo parzialmente applicate o divenute inapplicabili. Un’infinità di Enti tesi a gestire competenze e risorse parcellizzate, molto spesso duplicatrici di interventi sulla medesima persona. Senza nessun contatto le une con le altre, senza compiti e responsabilità precise delle quali rispondere concretamente al cittadino che non può difendersi vantando un qualche vero diritto soggettivo. Una riforma a dir poco ridicola del Titolo V che ha creato, col trasferimento della intera materia alle Regioni, altrettanti sistemi diversi di assistenza ed una sorta di mostro che è la Conferenza Stato Regioni. Risultato principale ne è l’evidente disparità di trattamento e la codificazione definitiva dell’impossibilità di qualificare l’Assistenza sociale come un diritto soggettivo ed un servizio pubblico. Perciò si dovrebbe procedere alla riforma dell’intero settore con la razionalizzazione delle strutture e delle risorse, personale compreso, in un unico Servizio, magari concentrato nelle Asl, con Carte dei Servizi Regionali (se dovessero restare) obbligatorie e tali da far divenire obbligatori (e quindi un diritto) i servizi in esse previsti. L’annunciata riforma del Titolo V ed anche, per alcuni aspetti, quella delle Provincie comporta comunque un prossimo riesame che dovrebbe anche riguardare la revisione dell’attribuzione esclusiva della materia alle Regioni. Fatto che contrasta oggettivamente con il diritto di ogni cittadino italiano di vedersi trattato uniformemente, indipendentemente da dove sia nato o da dove viva, soprattutto quando ciò significherebbe, per esempio per una persona portatrice di handicap, di trovarsi a risiedere in un luogo ove non poter usufruire di un servizio che, invece, la Regione accanto offra;

–       Per migliorare la qualità della Sanità occorrerebbe ridurre il numero delle Asl ad una per Regione, razionalizzando, in tal modo, la gestione amministrativa e, soprattutto di bilancio, e rendendo più facili ed efficaci i controlli. Andrebbero chiuse tutte le strutture inutili. Dal punto di vista dell’ingerenza della politica, questa dovrebbe fare un sostanziale passo indietro. Per esempio i primari dovrebbero esse scelti (da parte di board scientifici esterni)  esclusivamente a seguito di valutazione per meriti non di anzianità, ma solo scientifici e cioè sulla base della capacità dimostrata di operare ricerca continua e di applicare le conoscenze, e non sulla base del numero delle azioni/operazioni effettuate annualmente senza alcuna valutazione sul metodo, le tecniche, la quantità di successi nelle cure, la capacità di fare “scuola”. In questo modo si unirebbe l’interesse del cittadino ad avere cure di eccellenza con quello delle strutture che diverrebbero attrattori di utenza medica e di studio, oltre che fattori di progresso scientifico tecnico. Allo stesso modo andrebbero risolti i conflitti di interessi della classe medica (ma questo vale anche per le altre categorie professionali) che dovrebbe scegliere tra il lavoro alle dipendenze pubbliche e l’attività privata.

Il terzo tema, che è anche il primo del secondo gruppo, è quello del lavoro. L’affronterò non da economista, ché tale non sono, ma riguardandone gli aspetti socio strutturali generali. Di passaggio voglio peraltro affermare che la flessibilità lavorativa è oggi diventato il miraggio verso il quale tendere come unica possibile difesa dalla disoccupazione. Penso, invece, che la demonizzazione dell’occupazione stabile in quanto stabile, sia una grande sciocchezza. Dovunque nel mondo esistono persone che per lunghissimi periodi di tempo hanno mantenuto rapporti con lo stesso ente o con un unico ente. Ma i sistemi di reperimento e di ricambio o riconversione delle risorse umane e, da parte del lavoratore, di reperimento del posto di lavoro, sono comunque profondamente diversi ed aperti, a tempo e rimessi alle reciproche valutazioni. Se non si rivedono profondamente le norme sul pubblico impiego che risalgono ormai al 1970 e rispondono a logiche vecchie ed ormai superate, se a fianco di misure che favoriscono genericamente una chimerica flessibilità non si pongono in essere profonde riforme della funzione del Contratto collettivo aprendo ad una seria contrattazione individuale, se non si modifica il concetto di concorso, se non si apre alla possibilità che le strutture decentrate possano assumere direttamente i soggetti che a loro effettivamente occorrono con la semplice comparazione dei curricula, se non si aprono interi mondi professionali (penso a quello della Scuola che è veramente un mondo bloccato) se non si smette di piegare le esigenze vere della società a quelle delle istituzioni e ad un bisogno forsennato di dare lavoro a chiunque comunque, noi saremo in grado di creare solo precariato scadente in grado di fornire servizi o prodotti scadenti e non nuovi posti effettivi di lavoro. Occorre premiare il merito e la capacità dei singoli e dare maggiore libertà di movimento autonomo alle strutture, pubbliche o private che siano. Occorrono effettive autonomie basate su principi e valori che oggi praticamente hanno cittadinanza nella società reale ma non in quella istituzionale. All’interno di questa logica aperta avrebbe ancor più valore un patto sociale quale quello posto nello Statuto dei lavoratori, se in difesa di diritti non astratti ma soggettivi.

 

Consentitemi ora un’ultima provocazione restando in tema di lavoro. Il titolo di questo incontro (Difficile ma liberale) mi ha fortemente intrigato e stimolato a proporvi una valutazione verso una ipotesi di riforma, che definirei sostanzialmente di costume, ma che ritenere “difficile” è riduttivo, e che riguarda un tema di grande attualità ed importanza: quello del  mercato del lavoro.

Alcuni indicatori decisamente significativi rappresentano l’esistenza in Italia di certe strane realtà sociali, culturali e di costume. Una per tutte: nel nord, almeno un paio di milioni di lavoratori iscritti alla CGIL votano Lega. Questo è un chiaro segnale di “confusione” di ruoli e di contenuti culturali e politici che induce ad esaminare meglio la questione.

In quest’ambito dovrebbero operare tre protagonisti: gli imprenditori, i lavoratori dipendenti, lo Stato. I ruoli sarebbero facilmente identificabili se correttamente operanti.

  1. Gli imprenditori gestiscono l’azienda al fine di ricavarne profitto;
  2. I lavoratori, organizzati in Sindacati, tendono a garantirsi condizioni di salario sufficienti e giuste;
  3. Lo Stato, attraverso il Governo centrale o quelli regionali e locali, svolge un ruolo di mediazione tra le posizioni per favorire gli accordi, garantendo i rispettivi diritti.

In realtà, allo scadimento sempre più accentuato della politica e dei “rapporti” tra le parti (specchio di una decadenza generalizzata dei valori), è seguita una assolutamente malintesa concezione della pratica della “concertazione” che appare a me essere più vicina al concetto di “collusione”.

Oltre all’accennata decadenza dei valori e delle capacità politiche, un fattore ha soprattutto contribuito e falsato completamente, a mio avviso, questo mercato: l’ideologizzazione dei sindacati figlia del quarantennio di contrapposizione DC PCI e della mancata personificazione dei sindacati, pur prevista nella Costituzione.

Questa ha prodotto tre elementi:

  1. Il fatto che i sindacati siano tanti quanti sono i partiti e, sostanzialmente, ne siano sempre più l’interfaccia, essendo serviti gli uni agli altri per scopi del tutto diversi da quelli propri. Sono divenuti da un lato sacche di privilegi e di “scorciatoie” carrieriste e dall’altro strumento di controllo dei voti;
  2. Il fatto che, di conseguenza, le politiche economiche dei Governi (che sono espressione di quegli stessi partiti che in qualche modo controllano i sindacati o, in qualche caso, finiscono per l’esserne più o meno controllati) sovrastano e portano a completa deviazione l’azione di chi dovrebbe difendere i lavoratori “sindacando”, contrastandole, le intenzioni delle altre due parti;
  3. Il fatto che, perciò, i sindacati abbiano finito per appiattirsi sulle posizioni del governo di turno e che si occupino oggi, sostanzialmente, più di politiche e strategie economiche, che non competono loro, che non di politiche salariali e, tutt’al più, industriali.

Insomma, v’è stata una completa abdicazione del Sindacato al proprio ruolo. Un esempio eclatante l’abbiamo avuto 14 anni fa, e ne stiamo ancora pagando le conseguenze. Al momento dell’ingresso nell’Euro la totale liberalizzazione, volutamente incontrollata, del mercato dei prezzi, che iniziò proprio con l’aumento delle tariffe pubbliche (ferrovie, autostrade, luce, gas, benzina, ecc.), ha portato, nel giro di un anno, al dimezzamento del potere d’acquisto delle famiglie a reddito fisso che costituivano, allora, la maggior parte della cosiddetta media borghesia.

Ebbene le voci che si levarono dai sindacati, abilmente spaccati dalla maggioranza di allora, furono praticamente inesistenti e disarticolate. Assolutamente nulle. Segno evidente di una debolezza strutturale del sindacato o dell’esistenza di un sostanziale, e scellerato, accordo o se non di un accordo di una sostanziale condivisione della visione politico economica del governo del momento. E non mi si venga a dire che ciò è frutto delle politiche necessariamente imposte dall’Europa perché allora c’è da domandarsi il motivo per il quale ciò non sia avvenuto in altre nazioni europee.

Sostanzialmente andrebbero completamente rivista la natura dei sindacati per restituire loro il giusto ruolo di “componente dialettica” ed andrebbe presa in esame la possibilità di renderli “diversi” (persone giuridiche?), comunque più funzionali alle moderne esigenze sia del mercato del lavoro che delle aziende. Tutti ne trarrebbero un ritrovato e rinnovato ruolo.

In conclusione:

–       l’ambiente, complessivamente inteso, come prima fonte di investimento strutturale ed infrastrutturale, di salvaguardia della salute morale e materiale dell’uomo e di promozione delle sue esigenze assistenziali, sociali e relazionali;

–       una nuova e più agile organizzazione delle istituzioni di Sanità e di Assistenza sociale, aggiungo, con un pieno e serio coinvolgimento del cosiddetto terzo Settore;

–       un complessivo riesame concettuale e valoriale dell’organizzazione del lavoro improntata sul principio del merito e della scelta autonome e decentrate sia da parte del lavoratore che del datore di lavoro, pubblico o privato che sia;

–       un recupero nella società di logiche di correttezza valoriale e dialettica e vicendevole controllo tra le formazioni sociali, soprattutto di quelle con poteri di rappresentanza, ripulendo queste dalle incrostazioni ideologizzanti e riportando ciascuna alla gestione di ambiti funzionali propri.

Direi estremamente difficile ma assolutamente liberale.

Mauro Chilante

IL PROGETTO LIBERALE PER RIPRENDERE LA CRESCITA

Il declino dell’economia italiana, e il parallelo svuotamento delle tasche degli italiani, è un fenomeno che dura da almeno quindici anni. In ragione della sua durata inusitata non mancano certamente dati statistici, studi, comparazioni, e ogni altro possibile elemento di analisi e di conoscenza.

Una così vasta notorietà dei dati di fatto che riguardano il caso italiano ha anche portato a una coincidenza davvero singolare delle indicazioni sulle misure di politica economica che potrebbero rovesciare la tendenza sino a qui predominante, ed evitare perciò all’ Italia il destino di dovere sostenere delle sanzioni per i suoi squilibri macroeconomici eccessivi, fino al “commissariamento” che farebbe seguito alla richiesta di intervento dei meccanismi salva Stati della UE.

Tutti si dicono d’accordo, infatti, che con un debito pubblico al 137% del Pil, la pressione fiscale al 45%, e la crescita a 0, la sola strada percorribile è il rilancio dello sviluppo, e che questo potrebbe avvenire solo con un forte taglio della spesa pubblica e della pressione fiscale.

Se dunque non ci sono dubbi sulle cause e sulla gravità della crisi italiana e nemmeno su come se ne potrebbe uscire, l’enigma consiste semmai nel capire perché fino a oggi i Governi che si sono succeduti in Italia non abbiano fatto nulla – o quasi – che potesse risolvere il problema, scegliendo piuttosto di “tirare a campare”, per poi trovarsi costretti alle dimissioni nel giro di una dozzina di mesi, o poco più.
Innanzitutto non si deve credere che personaggi come Mario Monti, Grilli, Saccomanni, e oggi Padoan, che hanno avuto la responsabilità dell’ economia e delle finanze nei governi più recenti, non avessero la consapevolezza dei problemi o la conoscenza di come davvero si sarebbero dovuti affrontare.

La spiegazione sta piuttosto nel fatto che l’organizzazione della rappresentanza politica e sindacale degli interessi che preferiscono aumentare, e comunque mai diminuire, la spesa pubblica, cioè di quello che per semplicità si può chiamare il “partito della spesa”, e comprende sindacati, pensionati, dipendenti pubblici e para pubblici, burocrati, eletti e pubblici amministratori (dai consigli di zona fino al Parlamento), e così via, ha dimostrato di essere di gran lunga più forte di quella che rappresenta gli interessi che sono danneggiati dalla tassazione eccessiva, i lavoratori dipendenti che subiscono l’effetto del cuneo fiscale al 50% , i consumatori che subiscono gli effetti dell’aumento dell’IVA e delle accise, i giovani disoccupati, i dipendenti “precari” del settore privato, gli imprenditori, gli artigiani, le “partite IVA”, e così via; cioè quello che per semplicità si può chiamare “partito contro la spesa eccessiva” o – se si preferisce, date le circostanze – “partito della crescita”.
Si noterà che i due “partiti” comprendono aree che si sovrappongono e definiscono l’area degli “incerti”. I dipendenti pubblici, per esempio, appartengono al partito contro la spesa eccessiva (partito della crescita) quando guardano la differenza fra il lordo e il netto della loro busta paga, mentre appartengono al partito della spesa quando temono prepensionamenti o blocchi salariali e di carriera.

Nelle democrazie le elezioni, in teoria, vengono vinte da chi riesce a convincere la maggior parte degli “incerti” a scegliere il partito della spesa piuttosto che il partito della crescita. Ma in realtà le cose non stanno proprio così.
Proprio il caso italiano dimostra chiaramente che si possono vincere le elezioni sostenendo un programma per ridurre la spesa e l’invadenza dello Stato, per poi trovarsi a fare il contrario, perché il partito della spesa riesce a riprendere in mano il gioco, o comunque a paralizzare l’avversario, grazie alla sua maggiore esperienza amministrativa e alla migliore organizzazione fra le forze sociali. Il caso delle tre inutili (dal punto di vista della riduzione della spesa che non è mai diminuita) vittorie elettorali del partito guidato da Silvio Berlusconi è un esempio perfetto di quanto sopra.
Fra gli eletti il “partito della spesa” ha sempre una forte presa, perché l’aumento della spesa porta benefici elettorali diretti, mentre non sempre l’aumento della pressione fiscale si traduce in una penalizzazione.

La nostra Costituzione non consente al partito dello sviluppo di aggirare l’ostacolo, perché i referendum sulle materie fiscali non sono ammessi. Ma certamente non vieta che il partito dello sviluppo si organizzi meglio di quanto si è fatto in passato, scelga un leader credibile dal punto di vista dell’affidabilità nel mantenimento degli impegni presi con gli elettori, e soprattutto susciti negli elettori e negli eletti la fiducia che la scelta vincente è la riduzione del peso del settore pubblico nell’economia, del debito e delle tasse, cioè un progetto liberale.
Molti Paesi europei, anche recentemente, come la Germania, la Svezia, i Paesi Bassi, la Danimarca, per non dire a suo tempo l’Inghilterra, hanno effettivamente ripreso la strada dello sviluppo grazie a progetti formati con idee e principi che ovunque si definiscono liberali.

Per offrire un contributo a un progetto che possa avere successo anche in Italia “i Liberali” vi propongono un’ analisi che verrà pubblicata su questo sito e conterrà casi ed esempi, tratti dalla concreta realtà europea, di come ridurre il peso eccessivo dello Stato, e riprendere il sentiero della crescita.

Carlo Scognamiglio Pasini

 

 

4 Commenti

  1. Gent.mo Sig Tarallo sono pienamente d’accordo con la sua analisi ; purtroppo la PA è spesso sganciata dalle esigenze e dai bisogni del cittadino ; ci sono purtroppo delle caste praticamente indipendenti e intoccabili che non devono render conto a nessuno . Si potrebbe creare un tavolo di lavoro telematico per analizzare le proposte di modifica e le conseguenti azioni pratiche . In riferimento al mondo universitario potremmo per esempio proporre di abolire il ruolo di Professore e istituire quello di ricercatore di I e II livello ( il ricercatore che non produce viene declassato ad altro ruolo, ma non di ricerca ) ; si potrebbe proporre anche di istituire solo concorsi nazionali , per evitare l’interferenza dei ” baroni ” e si potrebbe creare il ruolo di” Direttore Responsabile” a tempo determinato e a turnazione per evitare gli eccessi di potere .Purtroppo tutti i settori della PA andrebbero riformati , senza però stravolgerli . Perché alcuni paesi della CEE sono più efficienti dell’ Italia ? Perché la PA lavora di più per il cittadino ; Un caro saluto Giovanni Di Mario

  2. Concordo con la maggior parte delle proposte, cui aggiungerei l’abolizione del sostituto d’imposta, fondamentale elemento di equità fiscale, e l’introduzione del quoziente familiare come in Francia.

  3. Ma un bell’articoletto in Costituzione che recita “Ciascuno è responsabile delle proprie azioni e ne risponde personalmente” no ?! E’ troppo semplice ed ovvio mi rendo conto … qualcuno ha avuto anche l’ardire di sostenere che è già scritto, che è già così … peccato che la realtà dimostri esattamente il contrario … è sterminato il numero delle caste, dei ruoli e delle funzioni che non rispondono delle proprie azioni e omissioni (soprattutto omissioni) … d’altronde si sa : chi non fa nulla non sbaglia mai ..
    Comunque, ogni tanto ascoltare quello che pensano le altre persone, soprattuto se dotate di elettorato attivo e passivo, conviene e fa sempre bene.
    Un caro saluto a tutti

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