Sembrerebbe quasi definito l’accordo per la riforma (rectius la marginalizzazione) del Senato, che, perdendo le attuali funzioni di secondo ramo del Parlamento, di fatto, assumerà le competenze ed il ruolo che attualmente sono assegnati alla Conferenza delle Regioni ed all’Anci. Cento rappresentanti di sindaci e Consigli regionali, scelti con elezione di secondo grado, anche se manterranno alcune competenze di rilievo, come partecipare all’elezione del Capo dello Stato o alla formazione delle Leggi in materia regionale od a quelle Costituzionali ed all’elezione di CSM e dei membri della Consulta, avranno una funzione di modesto rilievo.

Si discute se assegnare o meno ad essi l’immunità parlamentare, per altro già molto ridotta dalla riforma del 1993.  Per un’Assemblea senza il prestigio dell’elezione popolare e priva dell’autorevolezza, connessa alle competenze tipiche di un secondo ramo del Parlamento, a poco serve tale prerogativa costituzionale. Un giorno si e l’altro pure assisteremo all’arresto od alla incriminazione di qualcuno dei suoi componenti, per perseguire l’obiettivo di una ulteriore delegittimazione. Il Senato verrà di fatto cancellato, in modo da rendere, allo stesso tempo, più docile ed obbediente la Camera, costituita da deputati nominati e sempre sotto smacco da parte dei padroni dei partiti maggiori, mentre quelli minori saranno tutti fuori a causa degli alti sbarramenti, che violano il principio costituzionale, secondo cui il Parlamento è eletto con metodo democratico e con voto uguale da parte di tutti gli elettori. In un simile clima, il Presidente del Consiglio, che ha registrato una biblica migrazione verso la maggioranza da parte di elementi di SEL e si appresta a ricevere un’analoga richiesta di accoglienza da parte di molti appartenenti a Scelta Civica, (in nome del principio di solidarietà col vincitore intoccabile in Italia) rivolgendosi ai riottosi del suo partito con toni molto aspri, ha affermato che il tempo della riflessione e del confronto era finito, mentre era arrivato quello delle decisioni.

Non so se per ignoranza dei meccanismi istituzionali o solo perché in lui ha prevalso un atteggiamento  tipico dei magliari dei mercatini itineranti toscani,  egli dimostra o finge di ignorare la differenza di rango costituzionale, quindi di garanzia, che esiste tra le decisioni che competono al Governo e quelle parlamentari, che derivano il loro potere direttamente dal popolo.

La Carta Fondamentale ha previsto percorsi e modalità profondamente differenti tra i due diversi percorsi decisionali, esclusivamente per ragioni di garanzia, non per perdere tempo, come ritiene il vitaminico Capo del Governo, il quale dovrebbe invece preoccuparsi che i suoi ministri e, principalmente, l’apparato burocratico, che a lui fanno riferimento, prendano decisioni rapide ed efficaci, stabilendo regolamenti stringenti, con conseguenti sanzioni. Egli cerca, invece, di scaricare tutte le colpe dell’inefficienza del sistema sul Parlamento, che vorrebbe trasformare in un ovile docile ed obbediente.

Perché, dopo ripetuti annunci, ha varato una proposta di riforma della burocrazia, in cui nulla è previsto in ordine alla maggiore necessità di efficienza o su relativi incentivi o penalizzazioni, ed ha mandato alle Camere un provvedimento di oltre cento articoli, con la forma di Legge Delega, (il cui iter durerà almeno tre anni) invece di scegliere, questa volta si, incombendo l’urgenza, un Decreto Legge, semplice, chiaro ed immediatamente efficace?

E’ troppo comodo, Sig. Renzi, come hanno fatto gli altri Governi, sottrarsi al rischio di uno scontro feroce con la burocrazia e con la magistratura amministrativa, scaricando la responsabilità sulle Camere e colpevolizzando il sistema, doverosamente garantista, delle modalità di decisione del Parlamento.

Perché, invece di tentare di intaccare il sistema bicamerale, non si è preoccupato di predisporre un provvedimento di legge che prevedesse la delegificazione di molte materie, trasferendole alla competenza del Governo, in modo da trasformare molti provvedimenti in semplici atti amministrativi?

E’ troppo scoperto il tentativo di svuotare, attraverso una riforma inaccettabile, il ruolo del Parlamento, incidendo, di fatto, profondamente sul principio costituzionale della separazione dei poteri.

Proclamare di voler fare le riforme ed accusare chi si oppone di conservatorismo, è un comportamento qualunquista e molto pericoloso. Infatti, non è vero che qualunque cambiamento significa migliorare o andare avanti, può anche rappresentare, come emerge palesemente dalle proposte  del dinamico Presidente, una forte regressione del livello di democraticità di un Paese, in cui già la libertà è fortemente a rischio per altre gravi ragioni.

Non rimane che augurarsi che la riforma incappi in un grave incidente parlamentare, facilitato dalla certezza della non rielezione di molti senatori, i quali potrebbero trovare il coraggio di imporre la elezione a suffragio universale del Senato. A questo punto, riaffermato il principio fondamentale di difesa del rango parlamentare, la questione delle competenze finirebbe col diventare secondaria. Limitare alla sola Camera dei Deputati il potere di dare la fiducia al Governo ed escludere alcune materie della legislazione ordinaria, compresa la legge di Stabilità e la conversione dei Decreti Legge, servirebbe a snellire l’iter della legislazione ordinaria, mentre il Senato dovrebbe mantenere la facoltà di interferire sulle grandi riforme, anche se non di rango costituzionale, come quelle dei codici, dell’articolazione amministrativa dello Stato, del sistema fiscale.

Essere riformisti significa voler adeguare ai tempi ed alle esigenze in continuo cambiamento una macchina statale pletorica ed inefficiente, non cancellare gli strumenti di garanzia e sottrarre al popolo porzioni sempre più grandi di sovranità.

Tratto da Rivoluzione Liberale