Michele Ainis, con un articolo sul corriere della sera, dal significativo titolo “ Il cittadino sospetto ed il cittadino perfetto: i pericoli del nuovo pauperismo”, ha offerto una stimolante riflessione su un fenomeno nuovo, ma pericoloso, che sta esplodendo nel nostro Paese.

La Crisi economica ha fatto precipitare nella disperazione della povertà ceti che, fino a ieri, si collocavano in un’area borghese di serenità e coltivavano speranze di ulteriore miglioramento per i propri figli. Sembra scomparsa quella spinta verso una società del benessere in continua crescita, che confidava nell’esistenza di un ascensore sociale in grado di sospingere la società verso l’elevazione complessiva. Tale sistema avrebbe finito col superare ogni residua differenza di classe, perché tendeva a proiettare tutti verso una condizione borghese.

Un nuovo clima di rassegnazione ha favorito l’espandersi di un’area sempre più vasta di invidia sociale, facendo fiorire una nuova ideologia pauperista ed egualitaria. Il ruolo di profeta se lo è ritagliato Papa Francesco, che ha cercato di rappresentare la povertà quasi come un valore sociale e non come una ingiusta condizione da sconfiggere. Allo stesso tempo hanno ripreso fiato i focolai che, dopo la fine del PCI, hanno tuttavia continuato a covare cascami di vetero-comunismo nei centri sociali ed in alcuni settori dell’estremismo sindacale. Il nuovo clima ha prodotto un rigurgito di quell’odio di classe, che, dopo gli anni di piombo, sembrava scomparso, e che, invece, sta risorgendo, trasformandosi in aperto conflitto sociale. E’ quindi tornato d’attualità il marxismo, che sembrava sepolto dalla disastrosa esperienza del socialismo reale e che il più grande partito comunista dell’occidente aveva archiviato con la velocità del suono, pur mantenendo tutta la sua struttura organizzativa territoriale ed i suoi solidi collegamenti con gli interessi del mondo delle cooperative.

Spiazzando la sinistra tradizionale, il M5S si è posto come l’interprete di tale sentimento di rancore e del conseguente desiderio di rivolta, incitando verso un generale appiattimento per condividere la povertà (il cittadino perfetto), piuttosto che stimolare il desiderio di creare nuova ricchezza, (il cittadino sospetto) non volendo riconoscere che essa serve a soddisfare i bisogni di tutti.

Renzi, anche se confusamente e a fatica, tenta di uscire da quei confini, che hanno sempre condannato la nostra sinistra a rimanere prigioniera di una morsa elettorale, che non le ha mai consentito di superare la soglia di un terzo dell’elettorato, (come rileva Claudio Cerasa nel suo interessante libro: le catene della sinistra). Il PD, allo stesso tempo, è attraversato da una profonda divisione, che finirà col produrre l’inevitabile spaccatura. Il tentativo del segretario di aprire ai ceti moderati, è infatti contraddetto dalla tentazione di quella parte che si sente attratta, sul terreno del pauperismo, dal disegno di un nuovo incontro tra cattolici e comunisti e teme di essere superata in velocità da Grillo. Verso tale direzione si muovono, oltre ai nostalgici della lotta di classe, annidati nei centri sociali, sempre animati da un rancoroso ribellismo, vasti settori della CGIL, il cosiddetto movimento dei professori, che sta aggregando ampie aree di giornalisti ed intellettuali, orfani del marxismo, e, principalmente, gran parte del cosiddetto partito dei giudici.

Dopo la lunga fase di esaltazione delle promesse berlusconiane, che troppo semplicisticamente prospettavano la facile fortuna, un egualitarismo altrettanto potente, oggi, produce un profondo rancore collettivo verso chiunque abbia di più. Il compito della politica, quindi, secondo il nuovo verbo pauperista, dovrebbe essere quello di porsi come fattore di redistribuzione della ricchezza, collocata in modo non egualitario e troppo sproporzionato. Il benessere è additato come una colpa, recuperando la vecchia definizione comunista della proprietà privata, intesa come un furto nei confronti della collettività. Viene quindi criticato ed abbandonato l’obiettivo della crescita, costantemente inseguito dal dopoguerra, facendo prevalere il perverso desiderio di attrarre tutti verso il baratro di un orizzonte esistenziale di miseria collettiva.

Ainis, nel suo fondo, coglie il vero punto di forza del messaggio Cinque Stelle, che propone un’eguaglianza che “declina verso il basso, verso l’appiattimento dei destini individuali, e allora il paradiso diviene la porta dell’inferno”. Un malinteso ideale di giustizia, può generare la massima ingiustizia ed innescare uno scontro sociale senza precedenti (più grave di quello degli anni settanta). Il veleno di un pauperismo rabbioso potrebbe alterare il confronto politico, trasformandolo in un conflitto sociale, che potrebbe destabilizzare le stesse istituzioni democratiche, come è avvenuto in altre parti del mondo, dove è sempre sfociato in svolte autoritarie.

Finché siamo in tempo, e se lo siamo ancora, bisognerebbe approntare una forte risposta liberale, mobilitando quel che rimane di un ceto medio, che predilige il merito, la competizione, la concorrenza, la speranza di emergere ed il sano desiderio di successo personale e di accumulazione della ricchezza e che, come ci ha insegnato Adam Smith, oltre tre secoli fa, ha una sua intrinseca eticità ed è la salvezza delle Nazioni.

Superando il confronto tra destra e sinistra privo di significato, che ha dominato nell’ultimo ventennio, il terreno sul quale si dovrebbe giocare il futuro del Paese è quello di una forte competizione tra neo pauperismo e liberalismo. Dobbiamo infatti prendere atto che non vi sono altre alternative: o si punta ad un modello sudamericano, alimentando un populismo di stampo chavista, che, consegnandosi al potere assoluto di un caudillo, cerca di scagliare i diseredati delle favelas contro i ricchi asserragliati nei loro quartieri blindati, oppure la Democrazia Liberale competitiva, che, assicurata l’eguaglianza dei punti di partenza ed il sostegno ai più deboli, (concepito come diritto, non come elemosina) favorisce le condizioni per crescere liberamente diseguali ed aspirare ai livelli più elevati previsti dall’ascensore sociale.

Questa si profila come l’unica strada, se non è già troppo tardi.

Stefano de Luca