Piero Ostellino, colto, verace, sanguigno, ha sempre il coraggio di enunciare verità scomode e controcorrente, come si conviene ad un uomo di formazione liberale, che non ha paura di esprimere punti di vista minoritari, anzi, ha il gusto di ostentare la sua diversità intellettuale, il suo individualismo assoluto, la indifferenza rispetto all’isolamento, persino anche all’interno del suo stesso giornale.Tuttavia leggendo il suo ultimo articolo sul Corriere, mi era apparso esagerato l’accostamento a Giovanni Amendola, a Piero Gobetti ed a Giacomo Matteotti, nel rivelare che si sente detestato da una minoranza socialmente attiva di lettori e politicamente aggressiva, che non lo sopporta. Ho poi riflettuto che a tale minoranza di lettori del Corriere, va aggiunta la grande maggioranza di coloro che non lo leggono, i quali, ammorbati dalla stessa insofferenza, nutrono sentimenti simili, anche con maggior vigore. Ho dovuto quindi convenire sull’opportunità di quel riferimento.

Si tratta infatti dell’antica e non sopita convinzione di una sorta di egemonia culturale, propria della sinistra massimalista italiana, refrattaria alla dialettica ed al confronto intellettuale. Ad alcuni apparirà sacrilego affermare che furono Togliatti e Berlinguer gl’inventori di tale concezione del “pensiero unico” e della connessa “superiorità etica”; ma i fatti ci dimostrano che è invece proprio così. Si tratta dell’estrinsecazione di quello che Alexis de Toqueville, (citato dallo stesso Ostellino) definisce come la “tirannia della maggioranza”, definendola come uno dei maggiori pericoli della democrazia, soggiungendo che ” autorità e responsabilità” dovrebbero invece essere due facce della stessa medaglia.

Oggi, rispetto agli anni in cui Gobetti si scagliava contro l’Italia bigotta, clericale e controriformista, vi è una differenza. Allora il fascismo godeva effettivamente del consenso della maggioranza degli italiani, oggi quella che presume di essere la parte migliore del Paese e ritiene di avere il diritto di interpretare l’opinione laica, democratica, antifascista, è soltanto una minoranza supponente, avvantaggiata dall’ignoranza dilagante di un’opinione pubblica imbottita di luoghi comuni, che vengono dispensati da una televisione incolta e da una stampa asservita. La massa, risponde a sollecitazioni istintive, che spesso si incarnano nelle espressioni volgari dominanti o nella corale ripetizione di frasi fatte. La cattiva politica ritiene sufficiente assecondarla, pettinare la belva, per riceverne il consenso. Guai a discostarsi dalle parole d’ordine che essa vuole ascoltare: come assalto, e persino demolizione fisica, dei palazzi della rappresentanza istituzionale, cancellazione, insieme agli anacronistici privilegi, anche delle funzioni di equilibrio e contrappeso, che invece poteri dello Stato rappresentano.

Viene invocata non una riforma o una modernizzazione del sistema, ma la sua cancellazione. Si è arrivati al punto di proporre la eliminazione del Senato con l’unico obiettivo di abbattere i costi della democrazia. Forse si arriverà, con la stessa motivazione, a chiedere l’abolizione delle elezioni. basterà un referendum plebiscitario, attraverso un clic al televisore o al computer. Altro che libertà di esprimere un punto di vista diverso e minoritario, rispetto all’opinione prevalente, al coro delle enunciazioni dominanti!

Sembra di essere tornati ai tempi in cui al popolo bisognava dispensare soltanto feste, farina e forca. Un’elemosina elettorale di ottanta euro al ceto impiegatizio viene considerata l’arma vincente per il successo di una politica priva di orizzonte ideale, che si prefigge non di riformare, ma di distruggere le Istituzioni, in un perverso accordo tra destra e sinistra, sempre più uguali tra loro e, paradossalmente, assomiglianti anche a chi si pone come antipolitica, perché, tutti accomunati dalla incultura, dalla supponenza, dal populismo e dal leaderismo.

Quelle che Piero Ostellino percepisce come le ragioni di chi lo detesta, perché non lo riconoscono in sintonia col conformismo culturale denominante, rappresentano un sintomo molto più grave e ritengo che si sbagli quando afferma di non temere per la propria libertà. E’ Vero che il Corriere della Sera, (in un contesto di giornali gridati, tutti dediti ad amplificare le opinioni dei propri settori di appartenenza) è, forse l’unico a garantire che la coscienza critica di ciascun suo opinionista, e quindi del pluralismo democratico, possa ancora affiorare. Ma egli trascura, che, al di fuori del proprio, la maggioranza degli gli altri giornali si è ridotta ad essere affettivamente “la Gazzetta ufficiale dei cattivi pensieri” dei propri lettori, che vogliono esattamente questi toni da invettiva e non altro.

Apprezzo che coraggiosamente e rigorosamente, quasi in ogni suo articolo Piero rivendichi la propria formazione culturale liberale e ne difenda coerentemente principi e valori, ma mi domando, e gli domando, perché non si è chiesto come mai, nella società italiana, i pochi liberali organizzati e militanti, vengono detestati con altrettanto rancore, e forse di più, di quanto non capiti a lui? Come mai non ha pensato, mi auguro lo faccia presto, di approfondire il perché un movimento che si richiama ad un così antico e grandioso filone di pensiero, non riesca ad affermarsi in Italia, anche come minoranza pensante, come coscienza critica, come testimonianza di libertà ed invece venga discriminato, trascurato, ignorato, condannato ad una miserevole clandestinità?

Non mi aspetto da un uomo della sua statura la banale risposta che i quattro gatti liberali (come spesso li definisce) sono troppo divisi, ciascuno geloso della specificità della propria storia e della propria vocazione verso un liberalismo più o meno progressista, più o meno laico, più o meno minoritario nella sua raffinata specificità. I liberali sono discriminati perché fa comodo accreditare la parola liberale come un ingrediente buono per tutte le pietanze, anche quelle politicamente indigeribili, perché illiberali, come è troppo spesso avvenuto, ed avviene ancora, nel nostro Paese. Sono certo che, ( egli stesso lo ricorda a proposito di Giampaolo Pansa) rifiutando i luoghi comuni, ma ricercandone la vera, inquietante ragione, vorrà riconoscere che tale ostilitàè un’ulteriore, significativa spiegazione del perché non siamo diventati “un Paese normale” e ne siamo, purtroppo, ancora oggi molto lontani.

Di fronte ad un continuismo preoccupante e dominato da consorterie, corporazioni e burocrazie asfissianti, forse è tempo che i seppur pochi liberali, come diceva Malagodi, assumano una postura rivoluzionaria.

Stefano de Luca