La lettera di Enzo Palumbo alla Fondazione Italia Futura
Messina, 06 ottobre 2009,
Cari Amici di Italia Futura,
ho aderito sin da subito alla Vostra iniziativa, perché mi è sembrato che essa volesse ritagliarsi uno spazio culturale autonomo rispetto alle tifoserie in campo da circa quindici anni.
Mi conferma in questa mia impressione il taglio che avete voluto dare alle Vostre prime iniziative, a partire da quella in programma per domani sulla “mobilità sociale”, a cui mi spiace, per pregressi impegni, di non potere partecipare.
Non avendo ancora letto il rapporto della relatrice, non posso ovviamente intervenire nel merito; vorrei tuttavia approfittare dell’occasione per fare alcune considerazioni riguardanti sia il Paese in generale, sia la funzione che potrebbe svolgervi Italia Futura.
Quanto alla situazione dell’Italia, la prima considerazione che mi viene in mente è che il nostro non è solo un Paese “bloccato” ma ancora di più in Paese “ingessato”.
La differenza non è solo terminologica: un meccanismo bloccato può sempre rimettersi in moto, non appena si rimuova la causa del blocco, dopo di che il movimento può subito ed agevolmente riprendere il suo corso, pur scontando qualche ritardo, ed è anche possibile che con qualche accelerazione si riesca a riguadagnare il terreno perduto.
Nel nostro caso, purtroppo, c’è qualcosa di più: l’ingessatura che ricopre il Paese da ormai molti anni. e che è stata rinforzata a partire dal 2006 con dosi supplementari di “gesso”, ne ha atrofizzato gli arti, per cui la ripresa della corsa sarà lenta e difficile, e sconterà anche qualche ulteriore pericolo.
A mo’ d’esempio, e per restare nella metafora, se, appena tolta l’ingessatura ci mettiamo a correre spericolatamente, il meno che ci possa capitare è di romperci una gamba e di restare poi immobilizzati ulteriormente per chi sa quanto tempo.
Traducendo questo infortunio in termini sociali ed istituzionali, è ciò che potrebbe capitarci se, appena superata la crisi attuale, ci piomberà tra capo e collo un tipo di federalismo che romperà anche quel poco che resta dell’unità nazionale, come sta accadendo per via della strategia sostanzialmente secessionistica della Lega, che il PdL asseconda per garantirsene il sostegno elettorale e politico, che il PD non ostacola a sufficienza per ragioni che mi appaiono inspiegabili, e che taluni politici meridionali stanno a questo punto pensando di imitare per ritagliarsi qualche scampolo di potere.
Ecco allora che il discorso da culturale si fa politico, e temo che non basterà fare una serie di convegni, anche i più impegnati e partecipati, per esorcizzare questo pericolo, se poi non li metteremo a frutto.
Il nodo è proprio questo.
Questo nostro Paese soffre da quindici anni di una mancanza assoluta di cultura di governo che non sia esclusivamente cultura del potere.
La prima è ricerca e perseguimento dell’interesse generale attraverso le soluzioni migliori possibili cogli strumenti a disposizione; la seconda è volontà di utilizzare il potere per servire interessi particolari, piegando le risorse, le leggi e l’attività amministrativa sino al limite della rottura del quadro istituzionale, della solidarietà sociale e della convivenza nazionale.
Quest’ultimo, temo, è, ormai da anni, il nostro caso, e bisogna uscirne prima possibile; e per potere rivedere la luce, bisogna anche capire perché ci siamo immessi in questo tunnel.
Proverò a dare una risposta, che inevitabilmente sarà parziale e magari soggetta a mille critiche.
A me sembra che il sistema politico che abbiamo introdotto in Italia a partire dal 1994, e che abbiamo peggiorato con le modifiche del 2006, sia causa non ultima della nostra attuale “ingessatura”.
Un Paese che si condanna ad un bipolarismo forzato che espelle milioni di cittadini dalle scelte politiche, che non consente di adattare gli indirizzi di governo alle mutate condizioni sociali se non attraverso traumatici passaggi elettorali, che divide il campo in amici e nemici piuttosto che in alleati ed avversari, che rende il Parlamento non solo omologo ma anche succube del governo, che introduce dosi crescenti di disunità in ogni aspetto della vita piuttosto che cercare ogni possibile solidarietà almeno sulle grandi questioni, che subisce le altrui scelte etiche nella speranza di ricavarne qualche piccola utilità politica e personale, che si chiude in sé stesso rispetto ad inevitabili correnti migratorie invece di regolarle con intelligenza nell’interesse generale; ecco, questo è un Paese che non potrà ricominciare a correre per tenere il passo col resto d’Europa e con gli USA, che sono stati in passato e devono restare i nostri punti di riferimento per capire se stiamo andando nella direzione giusta.
Occorre quindi un complessivo ripensamento del nostro modo di fare politica, superando l’ubriacatura del maggioritario all’italiana, che vorrebbe scimmiottare il sistema anglosassone senza possederne gli anticorpi, e guardando invece ai sistemi elettorali ed istituzionali degli altri paesi europei (come la Francia e la Germania) che hanno mostrato di sapere garantire la coesione sociale e di favorire lo sviluppo senza pregiudicare la rappresentatività del sistema.
Ecco perchè di Italia Futura condivido tutto, salvo, se me lo consentite, la dichiarata intenzione di non fare un movimento politico, che è invece lo strumento essenziale, che oggi non c’è, per riportare l’Italia nel novero dei paese virtuosi, che commettono certo errori ma che sono anche in grado di trovare in sé stessi la capacità di emendarli senza rotture traumatiche, come invece noi non sembriamo più in grado di fare.
Quella che è mancata all’Italia è una vera rivoluzione liberale, che è stata per decenni il sogno di pochi italiani, che per un brevissimo periodo è apparsa all’orizzonte e che è stata quasi subito immolata sull’altare del potere economico e politico di chi diceva di volerla realizzare.
Nel mio piccolo, un po’ anche per salvare la mia anima liberale, è ciò che sto tentando di fare, rivitalizzando, assieme a pochi altri (Stefano de Luca, Carlo Scognamiglio, Carla Martino), quella piccola ed asfittica creatura che è il Partito Liberale Italiano, il cui unico parlamentare (Paolo Guzzanti) fa alla Camera quel che può (che ovviamente non è molto) con quel che ha (e cioè con quasi niente).
Senza nulla togliere all’impegno ed alla generosità di Guzzanti e degli altri amici, sono tuttavia ben consapevole che l’opera merita l’impegno di altri protagonisti, e Italia Futura può essere la fucina adatta per costruirlo.
Non si tratta di accreditare così lp spauracchio surreale del complotto, a cui hanno sempre fatto ricorso i peggiori governi del passato proprio per impedire la contendibilità del potere, che è invece elemento connaturale ad ogni vera democrazia liberale.
Si tratta piuttosto di fare ciò che serve oggi all’Italia, dando vita in assoluta trasparenza ad un movimento politico, comunque lo si voglia chiamare ma sostanzialmente liberale, che dia tra l’altro rappresentanza agli italiani che si sono rifugiati nell’astensione, e che traduca in proposta politica le reali esigenze del Paese, che non sono quelle di garantire l’impunità di Tizio o di favorire gli interessi di Caio.
I partecipanti al Convegno di domani, pur nella loro diversa provenienza, mi sembrano di livello adatto all’impresa.
Mi auguro fortemente che vogliano tentarla, insieme o in stretta coordinazione tra di loro, poco importa.
Con viva cordialità.
Enzo Palumbo, presidente del Consiglio Nazionale del PLI


07. ott, 2009 
Caro Palumbo,
se qui c’è qualcuno che sta cercando di rivitalizzare il partito liberale, questi non è certamente lei, o perlomeno non soltanto. Ci sono molti giovani che hanno voglia di fare, che partecipano attivamente e di questo lei non può non tenere conto. Anche all’ultimo Consiglio Nazionale ho sentito molte chiacchiere, poco dibattito su temi veri ed interessanti, zero proposte. Un partito non si fa conoscere così, né si può pretendere che le persone si informino autonomamente sulle (poche) attività del partito, slegate totalmente dalla esigua base elettorale. Spero vivamente che Guzzanti metta tutto il suo impegno in futuro perché il PLI si faccia conoscere e possa crescere, e noi con lui.
Cordialità,
Michele Macchioni
Caro Michele,
la presenza dei giovani liberali, ai quali, almeno per quanto mi riguarda, spero di potere presto passare il testimone, è ciò che più mi ha motivato ad insistere nel mio impegno, almeno a partire dal Congresso di febbraio.
Spero che siano in tanti, e che si manifestino al prossimo Congresso costituente della GLI del 28 novembre.
Per il momento, io ed altri meno giovani come me, continuiamo a fare quel che possiamo con quel che c’é.
Se il PLI è piccolo ed asfittico come si può non considerare le responsabilità politiche di chi lo ‘governa’ ininterrottamente da 12 anni, e cioè proprio i già citati Stefano DeLuca, Carlo Scognamiglio, Carla Martino ?
Grave errore quella di non accettare politicamente la sfida del congresso di Febbraio, ma piuttosto chiudersi a riccio, con esclusioni, irregolarità varie e arbitri di ogni genere che hanno finito con l’escludere molte persone che si erano avvicinate al partito cercando un isola di liberalismo, e tutto questo perchè? per la paura di qualcuno di perdere, la pura di perdere la poltrona! ma chi ha paura è meglio che se ne vada subito, fa solo danno.
@ Enzo Palumbo. Se non ne fosse già a conoscenza, mi permetto di suggerire una replica ad un commento apparso su Pensalibero. Forse ne vale la pena, visto che è un sito piuttosto frequentato anche fuori dalla Toscana:
http://www.pensalibero.it/Dettaglio.asp?IDNotizia=4331
a beneficio dei lettori, anche se i toni suggerirebbero di ignorarlo…
x Al Liberale:
Grazie per la segnalazione, che ho raccolto collegandomi con quel sito e leggendo quel commento.
Effettivamente, il tono usato dal commentatore scoraggia qualsiasi risposta, anche da parte di chi, come me, è sempre disposto ad ascoltare opinioni diverse, che consentano di approfondire l’argomento.
Quanto al merito, si tratterebbe di riaprire per l’ennesima volta il dibattito sulla linea politica del PLI, quale è emersa dal Congresso Nazionale di febbraio, in ordine all’opportunità, allora sostenuta da alcuni, di affiancarsi al PdL, sia pure in posizione di (apparente, per quanto mi riguarda) autonomia.
La maggioranza del Congresso ha deciso diversamente, e la minoranza ha finito per abbandonare la partita ed anche il…Partito.
A questo punto, non mi pare proprio il caso di tornarci sopra per cercare di convincere chi dimostra chiaramente e pregiudizialmente di essere tanto convinto del contrario, senza essere nemmeno sfiorato dal dubbio che l’autonomia o è verso tutti (PdL, PD e quanti altri) o non è, e che lo schieramento pregiudiziale a favore di un polo, quali che siano le intenzioni, vuol dire negare quell’autonomia che si dice di volere affermare.