Candidatura alla Segreteria del PLI, di Arturo Diaconale

Cari amici,

ho deciso di tornare ad impegnarmi nel Partito Liberale Italiano da cui mi ero ultimamente allontanato non condividendo lo slittamento progressivo verso sinistra. E sono orientato, in occasione del congresso nazionale che si terrà il 20, 21 e 22 febbraio, ad avanzare la mia candidatura alla segreteria.

Il mio obbiettivo è di rilanciare il Pli e di riportarlo all’interno della sua area naturale, che è quella del centro destra, in una collocazione autonoma ed indipendente. In questa iniziativa non sono solo. Posso contare sul sostegno di tanti amici vecchi e nuovi, interni ed esterni al Pli, persone di grande spessore e, comunque, animate da grande impegno. Compreso Marco Taradash, disposto a mettersi in gioco al mio fianco in un partito rinnovato e capace di riconquistare un posto adeguato alla propria storia nel panorama politico italiano.

Nel compiere questa scelta non eseguo alcun ordine. La mia storia indica che sono refrattario agli ordini di chiunque. Rispondo solo ad un impulso di passione civile alimentato da un passato che mi spinge a tentare una così difficile ed affascinante avventura. Sono stato l’ultimo direttore de “l’Opinione”, organo settimanale del Partito Liberale Italiano e, dal 1993, dopo la scomparsa del Pli, sono stato l’artefice della trasformazione de “l’Opinione” in giornale quotidiano fedele alla sua tradizione di punto di riferimento dell’area liberale politica e culturale del nostro paese. Nel rispetto di questo ruolo ho sostenuto e favorito, con i mezzi in mio possesso, gli sforzi di Stefano De Luca per tenere in piedi in Pli in tutti questi anni. E solo negli ultimi tempi, per ragioni non dipendenti dalla mia volontà, non ho più potuto garantire al Pli l’ospitalità assicurata all’interno degli uffici de “L’opinione”.

Questa storica “convivenza” è andata avanti all’insegna della reciproca autonomia, del quotidiano e del partito. Il partito, sotto la guida di Stefano De Luca, ha assunto di volta in volta le posizioni che tutti gli iscritti ed i simpatizzanti conoscono. E il giornale “l’Opinione” ha sempre garantito spazi e presenza alle tesi di De Luca e degli altri esponenti del Pli, anche quando risultavano difformi dalla linea del giornale da me diretto. In tutto questo lungo periodo ho cercato di mantenere “l’Opinione” in una posizione centrale rispetto alla grande galassia liberale, laica e riformista formata da frammenti, gruppi, spezzoni e singole individualità. Nel tentativo di dare a ciascuno uno spazio ed un riconoscimento. E nello sforzo, da un lato, di favorire quella ricomposizione unitaria che, purtroppo, non è mai stato possibile realizzare. E dall’altro di contribuire ad assicurare comunque una rappresentanza politica al mondo liberale. Fosse dentro o fuori Forza Italia o An, vicino al Pri o a fianco degli altri laici e del Partito Radicale o in una qualsiasi area intermedia che non fosse quella della sinistra. Sono convinto che nel sistema bipolare venutosi a creare dopo la fine della prima Repubblica la collocazione naturale dei liberali sia all’interno del centro destra. Autonoma e indipendente da i partiti di quest’area. Ma sempre alternativa ed antagonista con la sinistra.

Tutta questa premessa serve a spiegare le ragioni della mia scelta e di questa lettera aperta agli iscritti ed ai simpatizzanti del Pli. La delusione e l’irritazione, pur se comprensibili, per il mancato accordo con il Pdl alle ultime elezioni, hanno spinto il segretario Stefano De Luca a traghettare progressivamente il partito su una posizione innaturale di singolare vicinanza al fronte variegato dell’attuale opposizione. Dietro questo spostamento non c’è una analisi approfondita ed esauriente della situazione politica italiana. C’è un pizzico di pur comprensibile ritorsione. E, soprattutto, c’è la radicata convinzione che l’unica possibilità di trovare uno spazio politico dipenda per il Pli non da una sua linea, dalle sue battaglie e dal suo radicamento nella società italiana ma solo da una gestione “politicista” del proprio nome e del proprio blasone. Il mio timore, in sostanza, è che l’attuale gruppo dirigente del Pli, non essendo riuscito a “ vendere “ il proprio titolo nobiliare al Pdl in cambio di un posto in Parlamento, voglia ora tentare una operazione analoga con l’Udc o con il Partito Democratico. Nell’illusione, propria del vecchio modo di concepire la politica, che sia la rappresentanza a determinare il consenso e non il consenso sulle idee, sui valori, sugli impegni e sulle battaglie a spianare la strada alla rappresentanza.

Proseguire lungo questa strada e con questi comportamenti politici significa, a mio parere, condannare il più antico partito italiano alla definitiva dissoluzione. Viceversa, se il Pli vuole tornare a vivere deve necessariamente cambiare. Il cambiamento deve riguardare gli uomini ed il modo di fare politica. E, soprattutto, deve poggiare su una analisi della situazione politica nazionale da cui emerge con assoluta chiarezza che, mentre all’interno delle opposizioni di centro e di sinistra non c’è alcuno spazio politico per chi voglia portare avanti battaglie liberali, nell’area del centro destra si stanno determinando le condizioni migliori per consentire ad un Pli rinnovato di giocare le proprie carte. In piena autonomia ed indipendenza dagli altri partiti della maggioranza di governo. Un Pli che non si annulli nel Pdl ma sia la “coscienza critica” di una coalizione che senza il sale dei valori della democrazia liberale costantemente sostenuti e rilanciati rischia l’omologazione e l’appiattimento sulla semplice ortodossia di stampo cesarista. Il Pli rinnovato deve mettere al centro del proprio programma pochi ma precisi punti qualificanti.

Il primo riguarda la difesa dell’unità nazionale che non può essere messa in discussione da un federalismo burocratico che destinato a riproporre il centralismo su scala regionale e ad appesantire il peso dello stato sulle spalle del cittadino innescando, oltre tutto, pericolosi processi centrifughi. Il Pli, partito di Cavour, ha il dovere storico di battersi per la tutela dell’unità del paese. Non nella riproposizione antistorica dello stato centralista. Ma nel sostegno ad una concezione federale d’ispirazione americana fondata su una forte difesa della identità nazionale e su un effettivo passaggio di una parte delle competenze dello stato centrale alle realtà locali. Il Pli, però, è anche il partito che aveva denunciato a suo tempo che l’istituzione delle regioni si sarebbe risolta nella moltiplicazione delle strutture burocratiche e nell’aumento della spesa pubblica improduttiva. Per cui, proprio nel quadro di un federalismo liberale, deve battersi per un riordino delle strutture pubbliche che tenga conto che l’ormai vecchia articolazione regionale è superata e che se si vuole realizzare una struttura federale si deve tenere conto delle aree metropolitane e delle province.

Il secondo punto riguarda la democrazia all’interno dei partiti, che è la questione prioritaria rispetto anche all’evoluzione del sistema bipolare in bipartitico o ad un ipotetico ritorno al proporzionale. Senza una legge che imponga l’applicazione del metodo democratico all’interno dei partiti qualsiasi sistema, sia esso bipartitico o multipartitico, può dare vita ai partiti “padronali”. In questa luce va vista anche la questione delle liste bloccate o delle preferenze. Il rispetto delle regole democratiche all’interno dei partiti, magari con l’introduzione delle primarie, azzera il problema e favorisce una selezione di classe dirigente sicuramente migliore di quella dei cooptati e degli eletti-nominati.

Il terzo punto riguarda la difesa della democrazia liberale, della società aperta, dello stato di diritto e della legittima pretesa dei cittadini ad avere una giustizia giusta e non al servizio dei potenti o delle corporazioni. In questa luce s’inserisce la difesa del modello liberale e liberista in economia in contrapposizione con quello autoritario e dirigista. Nessuno nega, nel breve periodo e per fronteggiare circostanze eccezionali provocate dalla crisi economica, la necessità di un oculato intervento dello stato a sostegno delle fasce più deboli della popolazione e per stimolare la ripresa dell’economia. Ma l’eccezionalità non può in alcun caso rappresentare la regola. Perché l’esperienza insegna che l’eccesso di dirigismo statalista schiaccia il cittadino e provoca distorsioni di tipo autoritario spesso irrimediabili nel funzionamento delle istituzioni.

Il quarto, infine, è rappresentato dalla collocazione internazionale del nostro paese a fianco delle grandi democrazie del pianeta e la difesa dei valori dell’Occidente.

Credo che su queste basi sia possibile ridare linfa e vigore al Pli. Per renderlo la coscienza critica della propria area naturale di riferimento, che è quella del centro destra. Ma anche per difenderne l’autonomia rispetto alle forze politiche della stessa area ed assicurargli un ruolo di pungolo continuo ed intransigente a tutela dei valori di libertà. Ho meditato a lungo prima di assumere la decisione di candidarmi alla segreteria del Pli. Non sono un politico di professione e non ho alcuna intenzione di rinunciare al mio mestiere di giornalista. Non ho smanie di potere e non ho alcun motivo di risentimento personale nei confronti di Stefano De Luca al quale, anzi, oltre i sentimenti di una antica amicizia, va la mia stima per l’impegno profuso in tutti questi anni per tenere in piedi le insegne liberali. Ma sono convinto che per il Pli sia arrivato il momento di voltare pagina. E che il mio non essere un politico di professione ma un giornalista di lungo corso possa aiutare il partito ad uscire dal gorgo che minaccia di condannarlo alla marginalizzazione ed alla definitiva scomparsa. So bene che la mia iniziativa alimenterà il dibattito che si è già aperto sul futuro del Pli. Ma considero questo un mio primo contributo all’aumento della vitalità del partito. Il resto si vedrà al congresso!

Arturo Diaconale

13 Commenti per “Candidatura alla Segreteria del PLI, di Arturo Diaconale”

  1. Si dovrebbe parlare di programmi, ma, in questo momento, per il PLI appare rilevantissimo parlare anche di collocazione.
    Il PLI all’interno del PdL perderebbe la sua corporeità politica, diverrebbe in breve tempo un fantasma, per poi veder svanire anche questa sua ipotetica prerogativa di farsi ricordare con qualche sospiro.
    Credo che, per quanto mi riguarda, la metafora abbia un significato chiaro: il PLI rimanga autonomo e lavori all’aggregazione attorno a se stesso o anche in una logica paritaria con altre formazioni politiche per ottenere la nascita di una forza liberale e laica nel rispetto del proprio passato e soprattutto del proprio futuro più coerente. Il centrodestra italiano non ha alcuna rassicurazione liberale da offrirci e non accetterebbe alcunché della nostra dote liberale.
    Non vedo alcun motivo, alcuna prospettiva, per perderci all’interno del PdL, assecondando la dinamica di impoverimento dello scenario politico e parlamentare italiano.
    Vedo molti buoni motivi per perseguire in un cammino di autonomia e di creazione e consolidamento di una nuova area politica. L’elettorato potenziale c’è!

  2. Caro Oltremare, a me non pare che Diaconale parli di un PLI all’interno del PdL, come dice lei.

    Diaconale dice ALLEATO e AUTONOMO rispetto al PdL. Mi pare una differenza sostanziale.

    Le accusa di “cavallo di Troia” mi paiono deleterie, oltre che fuori dal mondo.

    Perchè allora, se bisogna dar adito al “gossip” dell’invio berlusconiano di truppe camellate, allora bisogna prendere in altrettanta considerazione l’accusa che Diaconale muove a De Luca di fare l’antiberlusconiano per ripicca e di volersi gettare nelle braccia di UdC o PD…

  3. A parte la differenza di prospettiva, la preponderanza numerica, nonché l’attitudine mostrata dal PdL, mette sullo stesso piano le due alternative, di fatto. Non capisco come si possa credere all’ascolto da parte del PdL, sia se guardiamo alla politica condotta sinora (che stona con il programma del PLI in quasi ogni punto), sia se guardiamo al trattamento riservato a chi ha cercato una via simile (PRI, per fare un esempio).
    Ma cosa ci attira di questo centrodestra? La politica economica? La gestione di Alitalia? L’attività a favore dei diritti civili? Non credo. Non ci vedo ripicche.
    Sia chiaro, allo stesso tempo, che rifuggo personalmente da qualsiasi avvicinamento al PD, per motivazioni analoghe.

  4. Berlusconi rifiutò ad esempio l’apparentamento con La Destra di Storace, tutti i partiti minori, dal PRI ai Pensionati ad Alternativa Sociale sono stati fagocitati all’interno del PdL. Perchè mai dovrebbe accettare un apparentamento con il PLI lasciandogli la propria autonomia? Un tale privilegio non lo ha concesso nemmeno a Casini che, certo, aveva una maggiore forza elettorale. Meglio proseguire nella terza via, riunire tutti i laici liberali e socialisti, tant’è che ad esempio anche Lamberto Dini è fuoriuscito dal PdL e anche nel Partito Socialista di Nencini c’è molto malumore nei confronti del loro alleato naturale, il PD. Riformiamo il pentapartito!!

  5. claudiogentile 28. gen, 2009 at 21:05

    TIMEO DANAOS ET DONA FERENTES

    CLAUDIO GENTILE

  6. Il problema vero dell’alleanza col centrodestra è proprio quello accennato dal signor Vincenzo: è più che probabile che Berlusconi non accetti il PLI col suo simbolo nella scheda elettorale accanto a quello di PDL-Lega-MPA. Sa bene che un PLI rafforzato pescherebbe molti voti nello stesso spazio politico del PDL. Per non parlare di un aspetto troppo spesso taciuto o tenuto nascosto: il PLI dovrà affrontare il discorso alleanza elettorale col centrodestra soltanto nel 2013, quando ci saranno le Politiche. Prima si tratta solamente di definire l’area politica nella quale ci si vuole posizionare. Insomma, ci sono 4 anni per valutare appieno cosa fare.
    Resto basito invece della soluzione prospettata: addirittura un ritorno al pentapartito! Una follia assoluta, perchè riproporrebbe un’accozzaglia di socialisti-democristiani-socialdemocratici-laici e, solo infine, liberali, che è quello che stiamo criticando nel PDL (in cui in più ci sono solo i post-fascisti).
    Chi vuole la nascita di un partito liberale tout-court non può sperare nell’aiuto di socialisti-democristiani-socialdemocratici, che nulla hanno a che fare col liberalismo, ed anzi, ne rappresentano l’opposto politico e culturale.
    La collocazione di “centrodestra” del PLI è naturale, nel senso che il liberalismo può dialogare soltanto col conservatorismo di stampo anglosassone, in quanto i punti di contatto sarebbero decisamente superiori, soprattutto dal punto di vista economico.
    Il posizionamento poliico, infatti, dovrebbe prescindere dal nome del leader del partito più grande di quell’area politica. Insomma, la pregiudiziale anti-berlusconiana non può pregiudicare gli ideali liberali-liberisti-libertari, che non sono compatibili nè col socialismo, nè con le sue varianti.
    Insomma, se non va bene “questo” centrodestra, non si può affermare che il PLI dovrebbe andare a sinistra. Si renda questo centrodestra migliore, con un partito veramente liberale, in grado di intercettare quella domanda di liberalismo integrale e sincero, proveniente proprio da una larga fetta dell’elettorato del centrodestra italiano, abituato da 15 anni a sentirne parlare. Altrove, invece, solo la parola liberale (per non prlare del termine liberista) è considerata un insulto.

  7. Rispondendo al gentile signor Nicola R, è vero che la politica non si fa, o meglio non si dovrebbe fare, ad personam, ma è vero che da quindici anni il centrodestra in Italia è Berlusconi, e nel PDL ci sono, seppure abbastanza compatti dietro il leader maximo, ex comunisti, socialisti, democristiani, liberali, missini, per cui ormai fare riferimento alle nomenclature e le ideologie del passato millenio mi sembra un pochino anacronistico. Per quello dicevo semplicisticamente di riformare il pentapartito, in quanto in questo momento preciso la collocazione che mi apparterebbe di più sarebbe un’alleanza con la Costituente di Centro, magari appoggiata anche dai socialisti di Nencini che certo non smaniano per allearsi col Pd. In fondo abbiamo governato l’Italia per anni e non è che nelle altre coalizioni non ci siano accozzaglie laico-cattoliche o progressiste-conservatrici.

  8. @ Oltremare: il PLI dovrebbe dialogare con le altre forze, nn gettarvisi tra le braccia “a scatola chiusa”. Ci si incontra, si parla; le proposte sono soddisfacenti a livello di idee liberali? Benissimo, l’alleanza è fatta. Nn lo sono? Si va da soli, o in un’alleanza “minore” basata sulla comunanza di ideali, progetti, programmi.

  9. E allora credo che dovremmo convenire che con il PdL non c’è storia. Non lo dico io, lo “dicono” loro.
    Vedremo cosa succederà, ad ogni modo.

  10. @ Oltremare: nn partire prevenuto. Si può provare, nn costa nulla…il “loro nn vogliono” è tutto da dimostrare…

  11. Non parto prevenuto. Mi baso sui fatti.
    Ma, ad ogni modo, quando si sviluppa una strategia vanno considerati i costi opportunità e, conoscendo l’obiettivo prefissato, non si pone mai a priori un mezzo per raggiungerlo favorito sugli altri. Mi sembra questa la tua posizione, rispettabilissima ovviamente, ma eccessivamente dimentica di tutte le altre opportunità. Mi sento fuori dall’apriorismo perché ho motivato la mia opinione…e potrei farlo anche più ampiamente.
    Chi guarda al PdL da cosa è attratto? Ne sono sinceramente curioso, perché è possibile che io non abbia esaminato in maniera completa la situazione, anche se mi sono sforzato di farlo.

  12. “Chi guarda al PdL da cosa è attratto? Ne sono sinceramente curioso, perché è possibile che io non abbia esaminato in maniera completa la situazione, anche se mi sono sforzato di farlo”

    Secondo me l’errore è vedere PdL = Berlusconi. Ok, ora è così, ma il Cav non è eterno, nonostante lui pensi il contrario.

    Visto a cosa è proiettato il centrosinistra (dalemiani al potere e riallargamento a Sinistra), io ritengo sia giusto guardare al centrodestra, tra l’altro storica collocazione naturale italiana dei Liberali. Il PdL del DopoCav potrebbe evolversi nella giusta direzione, o addirittura scomporsi in 2-3 parti. Con un partito “gollista” più ampio di AN guidato da Fini, i democristi che si riuniscono con Casini, Mastella ed altri, e magari i survivors (è il termine più appropriato) liberali che tornano nella loro casa d’origine.

  13. Sia chiaro, per me il problema non è tanto Berlusconi, quanto il fatto che il centrodestra è divenuto da tempo una coalizione conservatrice, clericale e neostatalista e che i liberali ne sono stati deliberatamente espunti (e così i laici che ne facevano parte, anche ad alto livello).
    Sono per la terza via, né PD, né PdL. Non per interalismo politico, per quella che a me pare obiettività.

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